Noi, l’altro e il cinema
Data di pubblicazione: 23/07/2025
“Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?”
In un intervento pubblico di qualche tempo fa, il professor Roberto Vecchioni si è lanciato in questa retorica domanda. A prescindere da chi fossero questi “altri”, americani, russi, marziani, è interessante notare la pervicacia di questa postura che, spesso, come occidentali ci porta a tracciare un solco profondo tra noi e “l’altro”.
Non importa se tra i pensatori citati c’è chi auspicava amore e fratellanza fra “diversi”, chi ragionava di dolori e flagelli universali, e altri ancora che postulavano l’unione e la cooperazione globale di tutte le classi meno abbienti.
Il primo in elenco affermava addirittura – nel suo socratico paradosso – di sapere di non sapere.
E allora, a fronte di cotanti esempi virtuosi, cosa ci spinge a utilizzare la cultura come una clava? A raccontarci che noi siamo i migliori perché possiamo fregiarci dei nomi di pensatori di livello assoluto, coccolandoci così in un malriposto senso di superiorità?

“Non le hanno? Gliele portiamo noi!”. Esasperiamo, certamente, ma il pensiero fondante non è troppo dissimile.
La risposta potrebbe (parrebbe?) risiedere in quelle sfere d’influenza che, attraverso la formazione scolastica e (benedette?) imposizioni commerciali, hanno instillato in noi l’idea di una realtà eurocentrica con a supporto – se si è fortunati – il sostegno di movimenti culturali anglofoni lontani dalla Vecchia Europa.
E allora studiamo (giustamente) Wilde, Chaucer e Byron, ma difficilmente conosciamo il pensiero di Puškin o la penna di Dovlatov e Bulgakov. Sappiamo snocciolare almeno una manciata di nomi appartenenti alla beat generation americana, ma se siamo chiamati a citare una cinquina di letterati orientali (senza arrischiarsi a circoscrivere la richiesta a una singola nazione) andare oltre Haruki Murakami può diventare un supplizio degno di Tantalo.
E se traslassimo cinematograficamente il quesito vecchioniano?
Cosa accadrebbe?
“Lubitsch, Godard, Varda, Murnau, Fellini, Lean, Herzog, Antonioni, Pasolini, Leone. Ma gli altri ce le hanno queste cose?”
La risposta, credo, potrebbe essere un corale e fortissimo “sì”.
Perché il medio appassionato cinematografico conosce e riconosce la centralità dell’opera di Orson Welles, Roberto Rossellini e di Billy Wilder, ma allo stesso modo indentifica fra le radici del cinema i nomi di Dziga Vertov,Vsevolod Pudovkin, Kenji Mizoguchi e Luis Buñuel.
Chi ama la settima arte probabilmente non potrà rinnegare una formazione saldamente legata al Neorealismo, alla Nouvelle Vague o alla New Hollywood. Al contempo gli sarà facile riconoscere l’importanza di un bagaglio cinematografico-culturale arricchito da autori come, ad esempio, Pablo Larrain, Hou Hsiao-Hsien, Jafar Panahi o Park Chan Wook.
Per un Griffith che spacca la primissima stagione del cinema statico a colpi di un ritmatissimo montaggio c’è un Ėjzenštejn che porta avanti l’idea, la sviluppa e la massimizza, anche in termini di estetica, con capolavori che si consolidano nel tempo come fondamenta del medium di riferimento.

Propaganda antinazista, cinedialettica e una forte carica estetica in Aleksandr Nevskij (1938) di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.
Persino lo spettatore occasionale, tramite la fruibilità semi-immediata e la comodità delle piattaforme streaming, può confrontarsi agilmente con produzioni audiovisive lontanissime dal contesto socioculturale e antropologico di appartenenza. Citiamo per comodità – al netto di considerazioni critiche – Squid Game del coreano Hwang Dong-hyuk o Fauda di Assaf Bernstein.
Le meccaniche capitalistico-inglobatrici di Hollywood, inoltre, muovono sempre più utenti alla conoscenza di nomi (un tempo) esotici come quelli di Bong Joon-ho, Cloe Zhao, Alejandro González Iñárritu o Apichatpong Weerasethakul. Registi e registe che, in virtù del proprio talento e di una ipotizzabile commercializzazione con profitto, vengono introdotti nei banchetti cinematografici occidentali. Luoghi dove hanno modo di presentare le proprie istanze, raccontare contesti ambientali ritenuti alieni e, più in generale, smuovere lo spettatore dalla sua comfort zone, trasportandolo in ambienti meno conosciuti – e magari poco piacevoli.
Questo è, riteniamo, un meccanismo virtuoso, una sorta di unicum che consente a cinema e alle serie TV di essere davvero medium universali, capaci di abbattere barriere, costruire ponti fra individui differenti fra loro ed eliminare rivendicazioni elitarie che ci spingono a sostenere la superiorità di ciò che è per noi familiare, comodo, vicino, a discapito dell’ “altro”, che di conseguenza si scopre essere non inferiore o difficile, ma semplicemente sconosciuto, meraviglioso e misterioso territorio da esplorare.
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