6 GENOCIDI IN PELLICOLA
Data di pubblicazione: 20/01/2026
Quella che stiamo vivendo pare essere l’era del declino della semantica.
Decisori politici, giornalisti e opinion leader ritengono normale e lecito rilasciare dichiarazioni per poi smentirle o ribaltarle nell’arco di ventiquattr’ore.
In un contesto del genere la parola perde forza e significato: ogni affermazione – anche contraddittoria – diventa lecita e accettabile, ogni fatto o dichiarazione si sovrascrive, tutto diventa il contrario di tutto.
Vista la natura socio-politica, delicatissima, di questa selezione, è bene cominciare proprio dai lemmi e dal diritto – costrutti immaginari dell’essere umano– che utilizziamo per esprimerci e per porre limiti e vincoli giuridici.
Per genocidio si intende uno qualsiasi degli atti qui appresso elencati, commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di vita tali da comportare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) adozione di misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro.
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Questo è l’articolo II della Convenzione ONU del 1948, che definisce legalmente – e in modo vincolante – una delle attività più abominevoli perpetrabili dall’Uomo: l’odio sistemico e l’eradicazione sistematica, attraverso metodologie differenti, di intere popolazioni.
L’avversione razziale e lo sterminio dei nostri simili, secondo alcuni studiosi, avrebbero radici antichissime, riconducibili agli albori della comparsa di Homo sapiens. Alla luce di questi studi (sostenuti da una fetta minoritaria della comunità paleantropologica), e osservando il cammino della nostra specie attraverso i secoli, qualcuno potrebbe pensare che lo spirito di sopraffazione e l’odio verso “l’altro”, l’untermensch, siano iscritti nel nostro codice genetico.
Tuttavia, ci sono altre caratteristiche che ci definiscono come specie: la morale e lo spirito di denuncia. Ciò che percepiamo come barbarie o mostruoso atto di sopraffazione – si vedano la standardizzazione dell’omicidio e la pulizia etnica – deve essere raccontato, denunciato, tramandato.
Il senso della memoria, l’urgenza di segnalare alle generazioni future di non ripetere gli errori di cui siamo stati testimoni, sono spesso il motore di queste narrazioni. E il cinema non ne è certo esente.
Dalla tragedia della Shoah alla catastrofe del Ruanda, passando per la distruzione del popolo armeno, la cinematografia mondiale è tristemente ricca di opere che documentano – gridando di dolore o con silenziosa compostezza – l’agonia di popoli vessati e trucidati (e poi dimenticati) per la sola colpa di esistere.
In un tempo in cui la parola sembra svuotata della sua forza e in cui il carnefice trova più comprensione delle sue vittime, il cinema resta uno degli ultimi spazi di verità. Attraverso la luce e l’ombra delle sue immagini, conserva la memoria di ciò che alcuni vorrebbero dimenticare – o peggio cancellare – e restituisce voce a chi ne è stato privato.
Per questo, oggi più che mai, sentiamo il dovere di continuare a guardare, raccontare e denunciare. Perché ogni sceneggiatura e ogni inquadratura che testimoniano l’orrore sono anche atti di resistenza contro l’indifferenza e l’oblio.

