Dal cinema alla cronaca: vivere dentro la distopia
Data di pubblicazione: 02/02/2026
In oltre cento anni di storia della Settima Arte, gli spettatori si sono abituati a percepire il cinema come una macchina delle meraviglie: un mondo immaginifico capace di suscitare emozioni e, ovviamente, anche introiti.
Narrativa, arte, business.
Un assioma pienamente applicabile anche ad altri medium come letteratura, pittura, fotografia, teatro e, più recentemente, al mondo videoludico.
Film, dipinti, pièce teatrali e videogiochi non sono altro che strumenti utili a intrattenerci, a elevarci come individui — connettendoci vicendevolmente — e, al contempo, a far girare l’economia attraverso il denaro speso.
Fra queste creazioni dell’intelletto umano, tuttavia, ce n’è una che si distingue per intento e ricaduta sulla realtà tangibile: l’opera critica che diventa sismografo storico. Non per prevedere il futuro, ma per registrare le scosse prima del crollo.
Nel contesto storico attuale il trailer di Civil War di Alex Garland è piuttosto inquietante.
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Osservando le piaghe sociali, economiche e politiche che hanno caratterizzato la storia dell’umanità, autori e autrici hanno impugnato armi rivoluzionarie come la penna, il pennello o la macchina da presa per tratteggiare distopie, ucronie e narrazioni dai contorni foschi e inquietanti.
Già dai tempi dell’Opera da tre soldi di Brecht o di Brave New World di Huxley si possono individuare rappresentazioni dell’Era contemporanea dal sapore quasi vaticinante. L’esasperazione dei setting e della critica socio-economico-politica ci ha consegnato universi narrativi che ci toccano da vicino, ci riguardano profondamente, fino ad avvicinarsi in modo disturbante al nostro quotidiano.
Il mondo che abbiamo creato — poi distorto ed estremizzato da queste meravigliose Cassandre — sta riuscendo nel paradosso di superare le cupe aspettative di artisti e pensatori che, attraverso arte e critica, hanno provato a metterci in guardia contro quel nefando Eterno Ritorno che sembra caratterizzarci come specie.
Il risultato è che, guardando al nostro mondo, probabilmente Orwell e K. Dick impallidirebbero.
Non solo di fronte all’autoritarismo dilagante, ma soprattutto davanti all’inafferrabilità del reale e all’individualismo meschino, egoista e socialmente inaccettabile che permea larga parte della società del capitale.
“La guerra è pace.
La libertà è schiavitù.
L’ignoranza è forza”
Nel 2024, Alex Garland — al netto di considerazioni stilistiche — venne duramente criticato per la presunta inattendibilità del suo Civil War. A soli due anni di distanza, si può sostenere che nel film dell’autore britannico si potrebbe inserire un qualsiasi reel sui fatti di Minneapolis senza arrecare danno al risultato finale; anzi, potenzialmente migliorandolo. Con grande felicità dell’Uomo nell’alto castello.
La rete internet che cade per sempre, senza tonfi né proclami, lasciando il genere umano privo di comunicazione rapida, di reel di gattini e, ancor più tragicamente, di YouPorn. Nessuna avvisaglia apocalittica utile a notificare la nostra prossima estinzione.
Un momento tutto è normale, quello successivo la realtà si stravolge. E a noi non resta che l’automatismo di andare a lavoro, anche mentre l’asfalto di ponti e strade si sbriciola e le stelle del firmamento esplodono, inebriandoci di una morte spaventosa, stupida e priva di senso.
In un film che non parla propriamente di Apocalisse, The Life of Chuck, una sezione della struttura tripartita del racconto mette in scena con lucidità estrema le distorsioni del nostro sistema: il lavoro a ogni costo, l’apatia sociale, l’individualismo estremo e, soprattutto, l’incapacità dell’uomo di accettare l’ineluttabile.

Un frame dalla fine in The life of Chuck di Mike Flanagan.
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Si potrebbe poi citare l’Inghilterra fascista tratteggiata nella graphic novel V for Vendetta dal duo Moore/Lloyd, successivamente adattata per il grande schermo dalle sorelle Wachowski: una distopia che oggi risuona sinistramente con le immagini di anziani britannici allontanati di peso e arrestati da Scotland Yard durante le manifestazioni contro il genocidio del popolo gazawi.
Oppure richiamare film come The Day After (1983) o il recente A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, capaci di sovvertire la percezione dello spettatore terrorizzandolo e dimostrando come la MAD non sia un concetto astratto o remoto, ma una possibilità concreta, oggi più che mai, in grado di spegnere l’interruttore dell’esistenza in meno di venti minuti.
Nell’anno del signore 2026 è dunque lecito — se non doveroso — rimarcare come ormai si viva costantemente all’interno della distopia.
Idiocracy è qui, e ha il ciuffo biondo e la faccia arancione. Matrix la portiamo in tasca o nella borsetta.

Il mondo alternativo ipotizzato in Idiocracy.
“L’America ha sempre fatto di tutto per la NATO.
E non ha mai avuto nulla in cambio.
Ora tutto ciò che chiediamo è solo un grosso pezzo di ghiaccio: la Groenlandia”
La discriminazione è sistemica, il potere della parola annientato, gli autocrati legittimati a calpestare il diritto internazionale.
La speranza è che le critiche sociali e le denunce che il cinema — e l’arte in generale — continuano a mettere in scena vengano ascoltate con maggiore attenzione, prima che gli scenari dipinti da autori come Cormac McCarthy o John Hillcoat smettano di essere finzione.
Se la creatività continua a mostrarci il collasso, non è per compiacersi della catastrofe o augurarne l’avvento, ma per offrirci un’ultima possibilità di riconoscerla. Ignorare ancora una volta il sismografo, però, significherebbe non poter più dire di non aver sentito la scossa.
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