Intervista al Torino Underground Cinefest: per non abituarci al filtro
Data di pubblicazione: 14/10/2026
Dal 29 settembre al 4 ottobre si è tenuta al Cineteatro Baretti la tredicesima edizione del Torino Underground Cinefest: sale piene, tanto pubblico anche dove non ce lo si aspettava e moltissimi autori e autrici in sala a parlare dei propri film. Un festival che di edizione in edizione, sotto la direzione artistica di Alessandro Amato, alla guida dall’undicesima edizione nel 2024, sembra definirsi con sempre maggiore chiarezza: una posizione punk e fresca, da cui si vede un cinema diverso da quello del classico circuito festivaliero e che offre uno sguardo sul contemporaneo non appesantito dai classici meccanismi produttivi.
«L’underground non è un genere.»
Amato lo dice quasi subito, e la frase va presa alla lettera. Per il Torino Underground Cinefest l’underground è un’idea produttiva: film fatti senza produttori, a volte senza nemmeno fondi pubblici, che in cambio dell’ingenuità e dell’imperfezione ottengono la possibilità di raccontare storie e linguaggi che dentro gli schemi dei bandi e dei pitch verrebbero scartati a prescindere. È la sensibilità di chi va a cercare il cinema rimasto fuori dall’imbuto produttivo e mainstream, e che proprio da lì finisce per vedere meglio anche quello che nell’imbuto ci è passato.

Alessandro Amato durante le premiazioni della 12° Torino Underground Cinefest
Da questa posizione nascono percorsi e domande sul presente. Da un lato le inquietudini che attraversano tanto il cinema underground quanto quello che vediamo sugli schermi più grandi: la casa diventata luogo non più sicuro, che ha segnato la selezione di quest’anno, ma anche la marginalità, la sopraffazione fisica e psicologica, il modo in cui il potere entra nelle vite di tutti i giorni. Dall’altro la necessità di interrogarsi sui nuovi linguaggi, che a volte diventano mode e a volte rispondono a esigenze produttive o a un discorso artistico, e che in questa edizione hanno preso la forma dei due focus: uno sull’intelligenza artificiale e l’altro sul cinema di Giulia Cosentino che così bene ragiona sulle immagini d’archivio.
Intervista
Fabrizio Cassandro (da qui F.C.) Parto con la cosa più ovvia che ti posso chiedere: com’è andata questa edizione del Torino Underground Cinefest?
Alessandro Amato (da qui A.A.) Molto bene. Tanto pubblico, anche quando meno ce lo aspettavamo: ad esempio negli slot delle 17 infrasettimanali con i corti. E nemmeno corti di un genere specifico, che hanno un pubblico targettizzato o una nicchia che risponde bene, come quella della sezione Insane, ma proprio i concorsi di corti: almeno 50 persone per slot. I film di prima serata in concorso: 5 su 6 sold out. Siamo molto contenti. Sono andati bene anche i due incontri che abbiamo fatto, quello sull’IA e quello con Giulia Cosentino, per motivi diversi, in giorni diversi. Gli ospiti, ovviamente, se ne vanno sempre contenti. Dico «ovviamente» perché per noi era una conferma: una cosa che era già accaduta e che siamo felici continui a succedere. Così come continua a succedere che ne ospitiamo alcuni, quelli che ci danno conferma in tempo, ma poi ne vengono tanti altri a spese proprie, a volte senza neanche avvertirti: te li ritrovi in sala. Anche dall’estero. Quindi molto contenti.
F.C. Parlavi di corti che non hanno una caratterizzazione di genere, ed è assolutamente vero. Ma allora l’etichetta di underground, oggi, che cosa vuol dire?
A.A. L’underground, almeno per come lo vedo io, poi ognuno se la può raccontare come vuole, non è un genere. È soprattutto un’idea produttiva. È una forma di libertà, di autonomia, di impulsività, di istintualità creativa, che ha ovviamente i suoi limiti estetici, strutturali e anche tecnici, ma che ha anche un potenziale di espressività sostanzialmente totale. Perché se da una parte non avere produttori ti impedisce di avere una coscienza dei tuoi limiti, dall’altra è una possibilità di raccontare cose che magari, dentro a degli schemi di sviluppo, di bandi, di pitch, ti verrebbero cassate a prescindere. Se invece il film te lo produci tu, puoi parlare un po’ di quello che vuoi. Che è un po’ il senso di un festival come il nostro: aprire a tematiche, stili e linguaggi che altrove non troverebbero spazio.
F.C. Torneremo sulla questione dei linguaggi, perché secondo me lì si apre una cosa interessante sui due focus che avete fatto. Prima però: abbiamo più o meno detto che cos’è per voi l’underground. Vi siete mai trovati nella situazione di dire «abbiamo questa cosa, potremmo selezionarla, ma forse non è underground, non risponde ai nostri criteri: è bellissima, ma non siamo il palcoscenico giusto»?
A.A. Sì, succede spesso in selezione di vedere un film molto bello, che ci piace, magari anche nello stile delle cose che prendiamo di solito, e di renderci conto che il budget è troppo alto anche soltanto per affiancarlo agli altri e metterlo nello stesso concorso. Perché poi le giurie se ne accorgono: se sono giurie attente, professionali e consapevoli, se ne accorgono. Comunque a volte succede ancora di avere in concorso quell’uno o due film più vicini al mainstream che all’underground, con un budget evidentemente più significativo. Quest’anno è accaduto con Budapest Diaries e Alphabet Lane, che sono sicuramente due film più grossi degli altri. Però stavano bene in quel contesto perché condividevano con gli altri quattro film del concorso anche dei temi. Il tema secondo me più presente quest’anno è stato quello della casa: come luogo domestico di disagio, di invasioni esterne, ma anche di incomprensioni, di inquietudine. I film che in un certo modo ci sembrava parlassero, e si parlassero tra loro, li abbiamo tenuti anche se non erano simili dal punto di vista produttivo. A volte capita, perché vuoi anche dare un senso alla sezione, e ti prendi delle libertà.

Alphabet Lane, in concorso al Torino Underground Cinefest, di cui trovate la recensione di Emanuele Antolini
F.C. Non sembra facile tenere insieme una curatela tematica, di discorso del festival, e una curatela produttiva, che in alcuni casi guarda proprio al contesto da cui escono i film. Fare una sintesi tra i due aspetti sembra molto complicato. È un equilibrio molto sottile, difficilissimo.
A.A. Diciamo che ogni film fa discorso a sé: è una questione di onestà intellettuale da parte nostra riconoscere a un film il suo valore, ma anche la sua natura produttiva e industriale. Con ogni film ci rapportiamo in modo diverso, cercando di mantenere una nostra coerenza di approccio. Ma è una cosa che in astratto non esiste: è ogni volta negoziata, in rapporto alla qualità del film.
F.C. Forse è un lavoro ancora più da critico di quello che si fa di solito in un festival, dove la selezione si chiude su «questo film, a livello di valore, di qualità, mi convince». Qui invece bisogna entrare ancora di più in un percorso giornalistico, critico: scavare dentro al film, saperlo collocare e rapportare al mondo intorno.
A.A. Io spero che sia così, nel senso che crediamo anche nella valorizzazione di un cinema altro sul piano puramente commerciale, nell’esposizione di autori e autrici che normalmente non troverebbero dei percorsi, e che non sono nemmeno in grado di trovarli perché non sono inseriti in certi meccanismi. Sono persone che sono riuscite a fare i loro film tramite avventurosi percorsi individuali, o di gruppo, di collettivo, e che arrivano da noi per cercare un luogo sicuro, un’isola felice di esposizione. È ad esempio il motivo per cui è nata Italian Showcase: una vetrina per il cinema italiano che vediamo durante l’anno e che ci sembra non abbia avuto abbastanza riscontro negli altri festival, o anche sulle riviste. Quindi sì, forse è un lavoro critico, quello di andare a ripescare le opere che ci sembrano rimaste un po’ indietro nel discorso e che invece hanno qualcosa da dire, se solo qualcuno gliene desse l’occasione.

La sala del Torino Underground Cinefest
F.C. Da qui mi collego ai due focus che avete costruito. Il festival parla del cinema contemporaneo attraverso un cinema che, non me ne vogliano gli autori, è un po’ «di serie B», nel senso che nasce fuori dai meccanismi produttivi più strutturati. Eppure i due focus toccano questioni che oggi attraversano anche il cinema dei grandi festival. Da una parte l’IA, su cui stanno ragionando tantissimi autori e autrici, emergenti e affermati. Dall’altra l’archivio, al centro del focus su Giulia Cosentino: un linguaggio che ormai ha permeato il cinema dei grandi festival, fino a diventare quasi una moda, e che con lei è stato interessante vedere usato in modo estremamente consapevole. Com’è nata l’idea di guardare il presente da qui, da un punto d’osservazione forse più pulito, meno condizionato dalle forzature che la produzione ci fa digerire?
A.A. Sull’IA l’idea è stata da subito quella di aprire una call, per curiosità. L’idea è stata di Mauro, Mauro Russo Rouge, il direttore generale, che era curioso di vedere che cosa ci sarebbe arrivato. Senza pregiudizio, senza paletti, con il rischio di vedere quello che è effettivamente uno dei grossi problemi dell’IA: la riproduzione del lavoro attoriale tramite la generativa, per esempio. Che è uno dei vari problemi; poi c’è quello del diritto d’autore, ancora più grosso ed esteso. Ma l’idea era: ok, vediamo cosa ci mandano, cosa sta succedendo, perché è impossibile ignorarlo. Ci sentivamo a disagio a ignorare che gli autori e le autrici del contesto in cui operiamo, cioè quello dell’autoproduzione, usano l’IA perché è una risorsa: sostituisce tutta una serie di esigenze economiche, strutturali e produttive, aggirandole a volte con pigrizia. C’era ovviamente anche questa questione, ma volevamo vedere come succedeva, indagando film per film quali sono i risultati possibili di questi percorsi. Nella selezione c’è un po’ di tutto, c’è anche quello che non ci sarebbe dovuto essere, però essendo un esperimento ce la siamo un po’ giocata.
È un focus che ci è stato anche contestato, per il modo in cui l’abbiamo comunicato. Una ragazza è venuta da me chiedendo perché avessimo proiettato lavori generati con l’IA: «Non pensate che sia scorretto dare spazio a chi utilizza immagini i cui diritti sono di altri?». È un discorso molto complesso e molto polarizzante, che non abbiamo ignorato: semplicemente ci siamo chiesti che cosa stanno facendo gli autori con cui normalmente ci rapportiamo con una nuova tecnologia che esiste, e che quindi non si può ignorare.
Detto questo, per il futuro non c’è ancora un’intenzione precisa, ma il desiderio, se proseguiremo questa indagine, è di essere più rigidi, più critici e più focalizzati su quello che l’IA può fare senza ledere la creatività, l’artisticità e la legittimità dell’autore. Non è semplice come intenzione, ma ci proveremo. Al momento siamo in fase di riflessione: abbiamo visto come reagisce il pubblico e cercheremo un modo per continuare a ragionarci, senza escludere la possibilità di abbandonare la ricerca, perché può darsi che non serva andare oltre. Però almeno quest’anno ci sembrava importante non mettere la testa sotto la sabbia.
F.C. Oltre a tutte le criticità che mi hai elencato (la parte di generazione, la sostituzione di alcuni aspetti), avete visto anche delle possibili strade di interesse?
A.A. Sì, sì. Il potenziale creativo in realtà è infinito, perché l’IA, se ben utilizzata, può fare sostanzialmente tutto. Può sostituire, in senso buono, tutta una serie di operazioni che sono comunque creazione umana ma che richiedono una strumentazione non accessibile a chiunque. Può lavorare ad esempio sul surreale, sulla scenografia, sull’elaborazione del sogno, sull’immaginazione, sull’immaginifico, in un modo che secondo me non va a ledere o sostituire quello che fa la CGI e nemmeno l’artigianalità. Se la CGI ha già proposto delle alternative all’artigianale, l’IA ne propone di ulteriori, a mio parere in modo legittimo. Quantomeno con un potenziale di espansione e non di sostituzione. In questo senso eravamo molto curiosi di vedere come si poteva ragionare soprattutto sul surreale: su ciò che non si può fare sul set, e magari nemmeno in CGI, a meno che tu non abbia…
F.C. …milioni di euro, certo. E poi c’è l’altro lato: l’archivio, il focus su Giulia Cosentino, questa riscoperta del cinema passato e anche della forma più materica del cinema. Sembra paradossale: nel momento in cui ci buttiamo di più sul digitale, dall’altra parte stiamo riscoprendo l’analogico in tutte le sue forme, anche nelle sue imperfezioni.

L’incontro in sala con la regista Giulia Cosentino dopo il focus sul suo cinema
A.A. Il lavoro sull’archivio in realtà non era intenzionale, almeno fino a febbraio. Abbiamo iniziato molto presto, già a novembre, a guardare qualcosina, e non era nei nostri obiettivi. Poi a un certo punto abbiamo cominciato a vedere dei corti che avevano l’archivio al loro interno e, guardandoci intorno, ci siamo resi conto che era una cosa sempre più diffusa, forse anche un po’ modaiola. Alcuni lo fanno meglio, altri peggio, ma in generale è un linguaggio, una possibilità espressiva. Io mi sono ricordato di Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella, perché è prodotto dalla Malfé Film di Matteo Tortone, che è un amico, e il corto l’avevo visto quasi subito, appena realizzato. Mi aveva colpito molto perché era qualcosa di estremamente raffinato: è un film politico, un film femminista, un film poetico per il modo in cui ragiona sulle immagini e sulla loro sostanza.
Mi sembrava però che non tutti lavorassero così con l’archivio: altrove c’era una certa pigrizia, una tendenza ad accumulare immagini senza riuscire a metterle in un ordine sensato. Poi abbiamo visto due o tre corti invece molto interessanti e abbiamo deciso di fare Doc Italia, l’altra nuova sezione di cortometraggi italiani legati al cinema del reale sperimentale. Lì in mezzo ce n’erano un paio che ci avevano colpito e che utilizzavano materiale d’archivio, e questi corti mi hanno fatto pensare a Giulia Cosentino. Verso febbraio-marzo l’abbiamo contattata e con lei abbiamo ipotizzato una mini retrospettiva (ha fatto solo corti, in 50 minuti li vedi tutti) con un dibattito sul dietro le quinte di questo lavoro: la ricerca d’archivio, che così come la fa lei nemmeno l’IA può sostituire, perché è un lavoro di testa, di ragionamento, di approfondimento.
Quindi ci sembrava anche, nell’ottica di non lavorare sull’IA indiscriminatamente, di affiancare a quel focus un altro che invece richiede l’umanità. Un’umanità totalmente professionalizzata, di chi fa la ricercatrice in quel campo, di chi insegna in quel campo, e utilizza la propria umanità e la propria professionalità per riflettere sulla memoria, sulla ricostruzione dell’immaginario collettivo e sulla sua analisi politica. Così ci sembrava di bilanciare il discorso sull’immagine che volevamo fare quest’anno, in senso teorico ma non astratto.
F.C. E poi c’è un altro canale, che abbiamo già toccato: quello tematico. Se il cinema underground offre uno sguardo più pulito sul contemporaneo, i temi che hanno caratterizzato la selezione ci dicono su che cosa ragionano oggi i cineasti. La casa, per esempio, raccontata come un problema, come un luogo non più sicuro: con quello che ci succede attorno, sia sul piano geopolitico sia su quello più strettamente domestico, non sembra un caso. Che cosa vi hanno raccontato questi film del presente?
A.A. A mio parere il film indipendente, quello vero, veramente indipendente, per il quale non si usano nemmeno i fondi pubblici, è puramente politico. Veramente politico, perché esprime direttamente, senza filtri, quello che gli autori e le autrici vivono nel loro quotidiano: come queste persone subiscono il sociale, o come lo agiscono, come ci si relazionano, tramite le immagini. E nelle loro immagini ci sono queste inquietudini: c’è la casa, c’è la marginalità, c’è la sopraffazione, spesso anche fisica, a volte psicologica. Ci sono questioni ovviamente umane, psicologiche, sociali, ma inevitabilmente anche politiche, che riguardano il modo in cui il potere è presente nelle nostre vite ogni giorno, il modo in cui chi detiene il potere si relaziona con gli altri: non solo con gli altri paesi, ma proprio con le persone. E questo risulta presente nelle storie che gli autori e le autrici indipendenti raccontano, perché è quello che il loro inconscio rielabora creativamente.
F.C. Ed è quello che non ha avuto bisogno di essere vidimato da qualcuno. È un’esigenza ancora più basilare rispetto a chi magari si piega un pochino alle logiche dei bandi, delle grandi produzioni…
A.A. …E dei pitch, sì. E si va perdendo una certa spontaneità del discorso. Che ovviamente ha anche i suoi contro: magari un film risulta ingenuo, acerbo, scomposto. Sai, quel film che dura 20 minuti di troppo e nessuno gliel’ha detto. Ma tanto succede anche nei film con i produttori. Quindi alla fine è quasi meglio vedere un film che almeno è senza filtri.

Il pubblico del Torino Underground Cinefest fuori dal Cineteatro Baretti
F.C. Ma poi è dichiarato in partenza. Credo che il Torino Underground, e in generale un festival di cinema underground, non voglia sostituirsi a chi premia il cinema di qualità, gli autori emergenti, ma andare proprio a scavare in come si fa il cinema. Ed è stato interessantissimo guardarsi intorno in sala e vedere tanti giovani cineasti, tanta gente che cerca di fare cinema, tanti giovani critici che vanno alla scoperta di qualcosa di più fresco, più libero da quelle sovrastrutture che ormai ci stanno un po’ appesantendo.
A.A. Sì, il tentativo è proprio quello di non abituarci troppo all’imbuto, a vedere solo quello che passa dal filtro, ma di andare a cercare anche fuori, chiederci che cosa è rimasto fuori e andare a esplorarlo. Perché la vera avventura critica è lì. Ovviamente bisogna essere anche un minimo preparati al peggio, però è una bella avventura.
F.C. Probabilmente aiuta anche a guardare il cinema che in quell’imbuto c’è passato: ci dà degli elementi in più.
A.A. Sì, indubbiamente. Se sei abituato a vedere il cinema mainstream, e quindi a vedere come la creatività viene imbrigliata, quando poi vai a cercare fuori che cosa succede prima di quel passaggio una bussola ce l’hai: sai in che direzione guardare e più o meno riesci a orientarti. Anche perché chi fa quel cinema fuori dagli schemi guarda il cinema dentro gli schemi: il linguaggio è sempre lo stesso. È una cosa che molti dimenticano.
F.C. Abbiamo parlato di cinema underground: il Torino Underground Cinefest è un festival underground, lo si respira in sala, è anche un festival un pochino punk, in chi lo segue e nel modo in cui è costruito. Qui a Torino la dimensione dei festival indipendenti, underground, ha avuto qualche difficoltà nell’ultimo anno. Com’è stato per il Torino Underground Cinefest, e come si trova in questo contesto?
A.A. Sì, il TUC è un festival punk. Anche se Mauro dice che io sono un critico col dolcevita, quindi un po’ fuori posto. Ma in realtà anch’io mi sento punk, nel senso che mi disturba andare agli eventi industry, non sono da pubbliche relazioni istituzionali, diciamo. Le formalità mi mettono a disagio: mi diverte molto di più lavorare in questo contesto e incontrare autori e autrici che non vanno a fare networking, ma magari vanno con lo skateboard al parco, perché almeno vedono la vita vera e parlano anche d’altro. Quindi sì, siamo decisamente punk. Non come il TOHorror, forse, perché loro secondo me lo sono a un livello superiore. Sono un po’ più incendiari.
Però sì, diventa sempre più difficile fare festival in questo modo, perché gli spazi sono sempre meno, proprio gli spazi culturali che ospitano eventi come il nostro. Il Baretti è un nido da cui è molto difficile andarsene, perché fuori c’è il caos, e perché ci troviamo bene: loro capiscono l’operazione, capiscono il sogno che c’è dietro. Quest’anno è stato complicato, perché anche solo cercare sponsor privati richiede un lavoro extra: devi mettere una persona a fare solo quello, e devi poterla pagare. La CRT ci ha aiutato quest’anno, ed è stato ovviamente un gran vantaggio. Purtroppo non si può più fare a meno delle fondazioni bancarie, lo dico con un certo cinismo. Però trovare altri soldi è diventato impossibile, perché i percorsi pubblici per un evento come il nostro sono quasi inaccessibili: Regione, Città, Ministero… a meno che non vai a negoziare l’identità di quello che fai. Lì uno deve veramente farci un ragionamento. Se invece vuoi continuare a essere libero, devi accettare di farlo con il pubblico che crede in te. Noi viviamo davvero di sbigliettamento, in sostanza: il festival lo facciamo solo perché c’è un pubblico che lo viene a vedere. E da un punto di vista culturale, per me, questo ha un significato. Non è scontato.

Il Cineteatro Baretti e le vie di San Salvario, casa del Torino Underground Cinefest
F.C. È interessante invece il rapporto così diretto che avete con il pubblico: lo vede chiunque sia passato dal Torino Underground Cinefest quest’anno, e chi verrà nelle prossime edizioni lo ritroverà. In sala si parla dei film e si crea un vero momento di comunità, che non si riduce all’intellettualismo cinefilo.
A.A. No, anzi, quello cerchiamo di evitarlo. Paradossalmente le chiacchiere che facciamo negli aperitivi con gli autori non sono quasi mai sul cinema: si parla sempre di qualsiasi altra cosa, è cazzeggio vero.
No, no. Proprio perché sono persone che si portano dietro un mondo che vogliamo conoscere, che ci fa piacere conoscere, per vedere chi c’è dietro il film che abbiamo scelto e che cosa si porta dietro. E spesso sono avventure incredibili: ci facciamo raccontare come ha fatto a fare quel film e scopri che ci ha messo quattro anni, da solo. Oppure due settimane con quattro amici, magari rischiando la vita, perché non c’era nemmeno l’assicurazione, non c’era un set: letteralmente hanno rischiato la vita. È ogni volta una scoperta, e ti rendi conto di quanto il cinema sia potente come mezzo di espressione del reale e come linguaggio della verità umana, al di là di quanto sia finzionale la storia che racconti.
F.C. E la verità umana che c’è dietro la produzione di un film underground si percepisce nelle immagini, in filigrana. Quante volte c’è quella sincerità, e quante volte invece vi ritrovate stupiti? «Ho visto questo film, pensavo ci fosse dietro tutt’altro e invece ho trovato qualcosa di molto più piccolo e viscerale.»
A.A. Sì, succede tante volte. Altre volte invece ti stupisci in un altro modo: vedi un film molto libero, molto cazzuto, molto punk, incendiario, poi parli con la persona che l’ha fatto ed è una persona a cui piace il cinema hollywoodiano mainstream, molto pettinato. È bello proprio perché ogni volta è una sorpresa, e questo per noi è una ricchezza.
F.C. Chiudiamo: dove andrà il Torino Underground Cinefest nella prossima edizione? Su cosa state ragionando, se già ci state pensando?
A.A. In realtà abbiamo già un’idea forte, che dobbiamo concretizzare, per il film d’apertura: un documentario sulla realizzazione di un film cult che amiamo molto. Più di questo non posso dire, perché non sappiamo se riusciremo a prenderlo, ma ci stiamo lavorando. Partiamo dall’apertura, stiamo andando con ordine: una volta che avremo l’apertura forse ci si chiarirà meglio anche cosa vogliamo fare nel resto dell’edizione. Oppure no, non è detto. Però partiamo da lì e vediamo cosa succede.
F.C. Certo. Questo mi apre un dubbio: quindi lo costruite più a monte o più in relazione a quello che vi arriva?
A.A. Di solito in relazione a quello che arriva: non ci diamo mai obiettivi definiti. Quest’anno sull’IA c’era da subito la volontà di vedere cosa succedeva, ma sull’archivio, ad esempio, no: è successo che abbiamo visto delle cose che ci hanno portato lì. Ogni anno ci facciamo un po’ guidare da quello che vediamo.
Chiusura
Che cos’è il cinema underground? A conti fatti è una domanda che chi frequenta il Torino Underground Cinefest non si pone quasi mai. In sala ci si trova davanti a film liberi, a volte scomposti, girati da persone che sanno benissimo in che condizioni li hanno fatti, e dopo pochi minuti si smette di pensare al contesto produttivo. Forse la chiave del festival sta lì, in quello che si sente guardando quei film prima ancora che nella preoccupazione di stabilire che cosa possa rientrare nella categoria e cosa no: un’urgenza di raccontare e una visceralità nel rapporto con il linguaggio cinematografico che su tanti schermi spesso non riesce ad arrivare, che resta bloccata nell’imbuto di cui parla Alessandro Amato.
E quella voglia di cinema, quel rapporto viscerale con il linguaggio delle immagini che arriva dai registi, si riflette in un pubblico che accorre in massa, che il festival lo vive e che vive anche lo spazio in cui il festival abita: per sei giorni il Baretti diventa un luogo in cui fermarsi dopo le proiezioni, parlare con chi i film li ha fatti, spesso di tutt’altro, e incontrare altra gente che il cinema lo fa o lo racconta. È un legame strettissimo quello che si crea tra il TUC e il suo pubblico: il festival non può sopravvivere senza chi lo frequenta, mentre il pubblico così trova un cinema che altrove non potrebbe mai vedere.
Il riconoscimento, intanto, arriva lo stesso. Di edizione in edizione il festival si è guadagnato un credito crescente presso autori e autrici, proprio perché racconta un cinema diverso da quello, spesso un po’ troppo pettinato e standardizzato, che si vede altrove. Anche per questo il TUC resta un buon posto da cui guardare il cinema di oggi.
