Disclosure Day (2026)

Un calcio di un lottatore di wrestling colpisce in pieno lo sguardo della macchina da presa e, in soggettiva, anche noi spettatori. Le prime immagini in movimento a cui assistiamo sono brutali: uno schiaffo in piena regola ricevuto attraverso una forma di sport che fa della simulazione una danza tra corpi per creare la realtà. Qual è la rivelazione?

Cercare la verità al di là di ciò che ci viene raccontato? Per Steven Spielberg, architetto del Novecento, la ricerca di una nuova empatia per debellare il male dilagante (siamo alle porte della terza guerra mondiale) passa attraverso l’immagine-ritrovata, l’archivio di video secretati che funge da camera oscura. Un novello Lumière, dunque, che con un trucco da prestigiatore è in grado di cambiare il corso della storia. Disclosure Day naviga nelle acque torbide di un mare pieno di sfiducia nel futuro e nell’uomo; per questo Spielberg alza lo sguardo (“Un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia, ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere”) per cercare la meraviglia, una stella cadente in grado di piombare con violenza sul pianeta Terra e risvegliarci da un torpore ormai decennale.

Un po’ come accade alla meteorologa Margaret, il cui vis à vis con un cardinale rosso si rivela essere un’epifania messianica: non c’è però nessuno che cammina sull’acqua ma, al contrario, il miracolo sta nel saper ascoltare chi è di fronte a noi, un rinnovato sentimento, l’empatia.

Ecco che l’extraterrestre è tornato a casa.

Emanuele Antolini

Father Mother Sister Brother - Father

Il cardinale rosso a cui fa riferimento Emanuele in chiusura del suo pezzo mi fa pensare a un altro animale che ha avuto il compito di ricordare agli umani (in quel caso impegnati nel primo conflitto mondiale) il valore universale -letteralmente- della fratellanza che da sempre permea l’opera del regista di Cincinnati: il cavallo di War Horse, l’opera più fordiana della carriera di Steven Spielberg. Il cardinale rosso, il cavallo, ma anche (spoiler) l’extraterrestre che appare nell’ultimissima scena di Disclosure Day sono dunque agenti esterni, altri, alieni, funzionali a seppellire gli istinti più violenti dell’uomo e a risvegliarne il lato più empatico. Come far passare però questo messaggio, che in War Horse coinvolgeva per sineddoche solo due soldati di schieramenti differenti, uno inglese e l’altro tedesco, l’un contro l’altro armati sul fronte francese, a un pubblico più ampio possibile nel presente iperconnesso di Disclosure Day?

Dopo un breve passaggio in un hangar che contiene un set cinematografico, luogo deputato a risvegliare le sinapsi emotive e a stimolare la memoria (e non ci sembra un caso che la casa ricostruita sia così simile a quella della celebre scena di Incontri ravvicinati del terzo tipo), accuratamente costruito per tutto il film da Colman Domingo (che di Spielberg è chiaramente l’alter ego), Disclosure Day si chiude in uno studio televisivo, da cui le immagini ritrovate a cui faceva riferimento Emanuele vengono diffuse in ogni angolo del mondo. Nell’era del deep fake e dell’AI generativa, Spielberg ripone ancora una fiducia commovente nell’immagine come unico strumento possibile per conoscere e comprendere l’altro, e nel cinema come strumento capace di mettere ordine, di selezionare nel flusso indistinguibile e rumoroso che ci circonda le immagini davvero significative, in grado di ampliare il nostro sguardo stimolando il senso di meraviglia che è da sempre l’architrave della poetica spielberghiana. L’orizzonte, altissimo, di Disclosure Day, è in fondo lo stesso di film apparentemente distanti anni luce come La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania o L’agente segreto di Kleber Mendonca Filho: quello di un cinema che ha ancora l’ambizione sconsiderata e fuori dal tempo di smuovere le coscienze, per consentirci, grazie alla consapevolezza delle immagini di ieri, di guardare con occhi diversi il mondo che ci circonda.

Giuseppe Bargagnati

Father Mother Sister Brother - Mother

C’è davvero bisogno di vedere per credere?

Disclosure Day sembra costruito attorno a questa domanda, ma la risposta che offre non è mai univoca. Daniel procede perché ha visto: la sua certezza nasce soprattutto da un’esperienza visiva e che per questo gli appare impossibile da negare. Margaret, invece, si muove secondo un’altra logica. È il personaggio più vicino a una dimensione mistica, quasi oracolare: non fonda le proprie azioni sulla prova, ma su una percezione interiore, su ciò che avverte prima ancora di poterlo dimostrare.

Per molto tempo anche lo spettatore resta in una condizione simile, sospeso tra intuizione e ignoranza. Facendo iniziare il film in media res, Spielberg organizza il racconto come una lenta emersione, fatta di segnali, dettagli, frammenti disseminati spesso più nelle immagini che nei dialoghi. È un procedimento perfettamente coerente con la materia della pellicola: una storia su persone che vogliono portare alla luce una verità, raccontata da un film che a sua volta dosa la verità con prudenza, quasi con pudore. Disclosure Day è sì dunque un film sulla rivelazione, ma anche sul tempo necessario perché la rivelazione possa essere accolta.

Riprendendo il punto esposto da Giuseppe, si può dire che in questo movimento si riconosce una delle convinzioni più tenaci del cinema di Steven Spielberg: la fiducia nell’immagine. E oggi è una posizione tutt’altro che scontata, visto che la manipolazione digitale ha definitivamente incrinato l’idea che vedere significhi per forza credere. Il regista, però, sembra scegliere deliberatamente un’altra strada: sorvola questa crisi contemporanea dello sguardo e arriva a raccontare una realtà in cui l’immagine può ancora conservare la forza originaria di mostrare qualcosa di vero e condivisibile.

Seppure con un’ingenuità che definirei addirittura commovente, è in questo spazio che riemerge con forza l’umanesimo spielberghiano. Gli alieni non sono soltanto l’ignoto che irrompe nel mondo, ma una possibilità di relazione con una presenza da accogliere, comprendere, forse persino amare.

Da qui passa anche la dimensione religiosa del film. Jane, ex novizia, pur avendo perso la vocazione, comprende di non aver perso la fede: se Dio è grande, il suo amore non può essere confinato alla Terra, né la creazione può essere pensata entro i soli limiti dell’umano. Così Spielberg non si limita a evocare il sacro, ma orienta il film verso un’accettazione dell’ultraterreno: non si tratta soltanto di credere agli alieni, ma di accogliere l’idea che l’universo sia più vasto delle categorie con cui proviamo a dominarlo.

Per questo quest’opera può essere letta come un grande atto di fede. Fede nelle immagini, certo, ma anche nella possibilità che vedere non significhi possedere, bensì rendersi disponibili a ciò che eccede la nostra esperienza.

La meraviglia spielberghiana in questo caso non ha soltanto una funzione rassicurante: serve anche a incrinare le certezze, a mettere l’essere umano davanti alla propria parzialità e alla necessità di ritrovare un legame con gli altri. In questa prospettiva, la verità non può diventare un mezzo per sopraffare, controllare o umiliare qualcuno. Appartiene all’umano, ma comporta anche una responsabilità: ha senso solo quando viene trasmessa senza trasformarsi in violenza verso chi la accoglie.

E tuttavia Disclosure Day non si chiude sulla supremazia dello sguardo. Margaret non consegna allo spettatore la parola degli alieni sotto forma di immagine, ma un invito ad ascoltare. È un gesto decisivo: dopo aver riaffermato la necessità del vedere, Spielberg riconosce che la visione non basta.

La fede, allora, diventa fiducia nell’altro: nel cinema, nell’umano e in tutto ciò che, pur venendo da altrove, può ancora insegnarci a riconoscerci.

Jacopo Troise
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Ancora una volta nella sua filmografia, in Disclosure Day Spielberg utilizza l’elemento alieno – non sempre in quanto ufo, ma in senso di alienus, come altrui, diverso – come dispositivo per smontare le impalcature dello status quo. Gli anni ’20 del XXI secolo sono anni in cui gli smottamenti geopolitici sono parte integrante del sistema. Disclosure Day è attraversato da un rumore di fondo alla trama, un mondo sulla soglia della Terza Guerra Mondiale, in cui la corda tirata dalle superpotenze è ormai rotta. Mai come oggi è necessario comprendere e interpretare l’immagine; e, in tal senso, mai come oggi la – buona – finzione cinematografica prospetta una verosimiglianza che non sempre è banale nei canali d’informazione tradizionali.

Il bel film di Spielberg, che gioca sulle prospettive fin dalla prima inquadratura, in cui c’è un rimbalzo immediato tra il pubblico e la rappresentazione, si incrina lì dove lo sguardo sulla contemporaneità – che Disclosure Day dichiara – e i suoi media necessitano di entrambe le scarpe nell’oggi. Siamo nell’era di post-verità e deep fake in cui verificare la veridicità di un filmato è un’operazione per nulla immediata, ridotta sul finale a un paio di battute. Il cinema di Spielberg ignora il transumanesimo e il modo in cui è diventato inscindibile dalle dinamiche di potere e dal discorso teologico contemporaneo, sebbene Disclosure Day parli di entrambe le cose.

La religione narrata – giudaico-cristiana – costruisce un filo conduttore tra la consapevolezza di non essere gli unici abitanti del cosmo e la necessità di allenare l’empatia come abitanti del pianeta Terra. In Disclosure Day – il giorno dell’Annunciazione, titolo biblico – la scoperta dell’esistenza degli ufo mette in discussione l’antropocentrismo, ridimensiona, di conseguenza, i conflitti e ci riporta al classico trittico interrogativo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Implica inoltre un sussulto nell’idea canonica per cui l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, perciò autorizzato a trattare ciò che gli è attorno – o sopra, come i marziani – come fondo estrattivo. Splendida, da questo punto di vista, la scelta degli animali per favorire la comunicazione interspecie; e, altrettanto convincente, l’idea di mantenerli avvolti in un’aura di mistero e di non fornirgli un aspetto rassicurante. D’altra parte, la domanda che può emergere a seguito della visione è: siamo sicuri che una scoperta del genere oggi, in questo marasma informativo – da cui la televisione non ci salverà – basterebbe a ricompattare l’umanità? O lo sguardo di Spielberg è rivolto a impalcature novecentesche, con la pretesa di narrare il presente?

Da questo punto di vista, mi sento meno fiduciosa, rispetto a Giuseppe, riguardo l’efficacia reale dell’umanitarismo spielberghiano e decisamente meno comprensiva di Jacopo riguardo l’ingenuità nel decidere di sorvolare le increspature della manipolazione digitale.

Lorenza Guerra
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