Il cinema di Cormac McCarthy
Data di pubblicazione: 25/07/2025
“Se ne sono andati tutti, ormai. Scappati, banditi nella morte o nell’esilio, perduti, rovinati. Sole e vento percorrono ancora quella terra, per bruciare e scuotere gli alberi, l’erba. Di quella gente non rimane alcuna incarnazione, alcun discendente, alcuna traccia. Sulle labbra della stirpe estranea che ora risiede in quei luoghi, i loro nomi sono mito, leggenda, polvere”
Si conclude così Il guardiano del frutteto, il primo romanzo di Cormac McCarthy. Le sue sono frasi che hanno il sapore di una sentenza verso il futuro dove l’idea di destino non è contemplata. Per l’autore statunitense l’uomo è l’unico responsabile delle proprie azioni, laddove il mondo è solo il palcoscenico per il teatro della vita che, una volta concluso, procede con il successivo spettacolo, incurante di ciò che accade. Polvere eravamo e polvere torneremo a essere. Un po’ come Alicia, protagonista del suo ultimo lascito artistico Stella Maris, che in procinto di morire afferma di diventare eucaristia per gli altri esseri viventi. Non c’è spazio per lo spettacolo nella scrittura apodittica di McCarthy e, di conseguenza, non c’è nulla di cinematografico nei suoi romanzi. Per questo motivo adattare le sue opere per il cinema senza tradirne lo spirito è un’operazione complicata che implica fare un passo indietro per guardare le parole con distacco.
Solo tre registi sono stati in grado di compiere questa operazione: Joel e Ethan Coen e Ridley Scott.
In Non è un paese per vecchi (2007) ogni azione corrisponde a una conseguenza e ogni gesto, anche il più banale, diventa la codifica di un segno per apprendere l’origine di un significato remoto ai più: penso, ad esempio, alla celeberrima scena della moneta con protagonista il killer Anton Chigurh. Lo sguardo cinico dei due registi si sposa perfettamente con la visione del mondo di McCarthy che non è mai interessata a un giudizio morale, bensì alla cruda rappresentazione di un’etica basata sul semplice “agire”. La scrittura in prima persona, perciò, è lasciata esclusivamente allo sceriffo Ed Tom Bell, i cui pensieri si limitano a descrivere una società che non capisce più.
Il fuoco, che nella prosa di McCarthy è la rappresentazione di un umanesimo contrapposto al pessimismo, si sta lentamente spegnendo per bruciare altrove nel mondo dei sogni, come quello raccontato nel finale del film dallo stesso sceriffo interpretato da un dolente Tommy Lee Jones.

Javier Bardem nei panni del killer Anton Chigurh
“Il motivo per cui il mestiere di tagliapietre rimane esoterico più di qualunque altro è che le fondamenta e il focolare sono l’anima della società umana ed è quell’anima che il finto muratore mette in pericolo”. Un pericolo che nel Il tagliapietre, pièce teatrale di McCarthy, è rappresentato dall’avidità dell’uomo, dal finto muratore simbolo del denaro che in tutta l’opera dello scrittore ha sempre collimato con la morte.
Non fa dunque eccezione Non è un paese per vecchi, dove il ritrovamento di una valigetta piena di soldi innesca una reazione a catena di lacrime e sangue che inghiotte come un uragano nelle pianure del Texas tutto quello che gli si pone davanti. Ne è travolto il reduce di guerra Llewelyn, protagonista del film, la cui morte viene messa in scena con una glacialità scorcentante: l’atto dell’omicidio – che avviene fuoricampo – non è compiuto dall’uomo che gli dà la caccia (Anton Chriugh), ma da una banda di narcotrafficanti. Così una resa dei conti che poteva rivelarsi – cinematograficamente parlando – spettacolare, finisce con il cadavere di un uomo a bordo di una piscina di uno squallido motel. Il viaggio di Llewelyn si interrompe bruscamente, lasciando spazio al linguaggio universale di una violenza a tratti incomprensibile:
Non c’è motivo perché tu mi faccia del male
– Dicono tutti così.
Il paesaggio che ne deriva è un’America di lande desolate, anticlimatica per vocazione e brutalmente egoista per scelta. Il mondo che descrive McCarthy in Non è un paese per vecchi, d’altronde, non è poi così distante da quello di Fargo dei Coen, come sentenzia Marge alla fine del film del 1996: “E tutto questo per cosa? Per quattro biglietti di banca.”
I personaggi di Non è un paese per vecchi non sfigurerebbero di certo neanche in The Counselor – Il procuratore di Ridley Scott, basato sull’unica sceneggiatura scritta da McCarthy per il cinema. Anche in questo caso il pretesto su cui si sviluppa il film è dato da un uomo che decide di entrare nel mondo del crimine per avidità salvo poi venirne schiacciato, perché quel mondo non appartiene alle leggi – il protagonista è un procuratore – da lui conosciute, non parla la lingua del popolo e i segni da decifrare non corrispondono a un significato limpido.
Il teatro della vita diventa teatro dell’assurdo popolato da gangster carnevaleschi e feline femme fatale.

Javier Bardem è Reiner, malavitoso affiliato ai cartelli della droga in The Counselor – Il procuratore
Un susseguirsi di eventi che ben presto si trasformano in, come scrive Giulio Sangiorgio su FilmTv, “una dispersione del senso che s’irradia in derive e paradossali cul de sac”. Quello messo in scena da Ridley Scott è un ambiente governato dagli eccessi, ville milionarie popolate da mefistofeliche figure, auto di lusso pronte a essere scopate e gioielli indossati senza capirne il reale valore.
Uno sguardo sul mondo tutto figlio, ancora una volta, di un antropocentrismo soffocante: “È una cosa che hai creato tu, né più né meno. E quando smetti di esistere, il mondo fa lo stesso” dice al procuratore lo Jefe del cartello messicano con cui è in affari. E in questa dispersione di coordinate The Counselor si rivela un film pienamente in grado di capire la iper-connettività da cui è afflitto il mondo contemporaneo, dove i gangster riescono a spostare ingenti somme di denaro senza sporcarsi le mani di sangue e le immagini – il video di torture della moglie del procuratore – sono usate alla stregua di una pistola.
La realtà è meccanica – come si diceva: a un’azione corrisponde una conseguenza – e la storia che ne deriva è paradossalmente semplice. Eppure l’uomo, nel mondo di McCarthy come nel nostro, cerca pervicacemente di complicarla all’inverosimile perdendo di vista il fuoco, unico faro in grado di fare luce contro le tenebre che inglobano la nostra stessa natura.
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