Monster: La storia di Ed Gein – Il mito divora l’uomo
Data di pubblicazione: 14/10/2025
Un maledetto macello. Un abnorme miscuglio di pezzi cuciti a casaccio.
Questo è il quadro che – a mio avviso – rappresenta Monster: La storia di Ed Gein, in piena (e macabra) coerenza con ciò che era solito fare il protagonista della narrazione nel suo periodo di attività. Anche se Edward Theodore Gein, a onor del vero, come sarto pare avesse una gran mano.
Questo caos non è però casuale: Monster si inserisce nel filone antologico serial-netflixiano inaugurato con Dahmer, dove Ryan Murphy e Ian Brennan (Glee; Scream Queens; Ratched) tentano di costruire una sorta di “catalogo dei mostri americani”, dondolando tra denuncia sociale e fascinazione morbosa. Ma se nel caso di Dahmer la tensione tra orrore e umanità trovava un discreto equilibrio narrativo, qui il dispositivo implode: la forma è vacua, il senso muore per autofagia.
L’ultimo capitolo della produzione firmata dal duo americano prosegue così la discesa della sua parabola, tra drammatizzazioni eccessive, espedienti meta-narrativi di dubbio gusto, una regia piatta e un ritmo di montaggio soporifero, lontano da qualsiasi parvenza di tensione. Una serie TV che, oltretutto, è come Balto. Non è drama, non è horror (o slasher), né biografica: sa soltanto quello che non è.
Tuttavia, il punto davvero interessante e dirimente della serie Netflix sta nel suo soggetto, che diventa intento e messaggio: normalizzare Ed Gein.

Normalizzare orrore e malattia: l’uomo dietro il mostro
Ma come si “normalizza” un uomo che uccideva, cuciva vestiti di pelle umana, sentiva le voci e creava utensili e soprammobili con ossa trafugate dai cimiteri o estratte direttamente dalle sue vittime? È possibile comprendere umanamente Leatherface e Buffalo Bill, o provare empatia per Norman Bates?
Si può rimuovere l’alone mistico e orrorifico costruito – narrativamente e visivamente – da maestri come Alfred Hitchcock, Tobe Hooper, Jonathan Demme e Thomas Harris, i quali modellarono i propri killer sulle nefande prodezze dell’assassino del Wisconsin?
La risposta della coppia di produttori sta nel racconto della vita di Gein: nella rappresentazione della sua infanzia drammatica, delle vessazioni, dell’isolamento sociale e dell’indottrinamento religioso feroce che culminarono in schizofrenia, omicidio, necrofilia.
E, in questo, la serie con protagonista Charlie Hunnam riesce anche discretamente: la prova dell’ex Son of Anarchy (per quanto a tratti manierata) e la messa in scena dei dolori e delle turbe di Gein risultano efficaci nel restituirci sentimenti come empatia e – paradossalmente – compassione.
È un gesto che apre un terreno etico spinoso: fino a che punto la rappresentazione può “umanizzare” un assassino senza cadere nel revisionismo emotivo? Il rischio è sempre quello di sostituire la critica sociale con un’estetica della patologia.

Smembra e rimonta
In seconda battuta, emerge anche un ragionamento – para filologico – attorno al mito del macellaio di Plainfield.
La (condivisibile) tesi – di Monster: La storia di Ed Gein è che la spirale di sangue generatasi negli anni ’60 abbia innescato una violenza ancora maggiore (i serial killer “imitatori”) e alimentato l’interesse morboso del pubblico, anche e soprattutto per le ambizioni artistiche, economiche e politiche dei creatori di Psycho, Non aprite quella porta e Il silenzio degli innocenti.
Il mostro diventa star immortale che attraversa il tempo, icona pop immolata sull’altare della MTV generation.

Per disinnescare questo meccanismo, Murphy e Brennan tracciano linee narrative parallele al presente di Gein, mostrando la produzione di questi capisaldi della settima arte e seguendone la genesi. Qui, al netto di una messa in scena quantomeno discutibile e di una veridicità storica pressoché inesistente (dei fatti rappresentati più della metà sono pura invenzione), la serie Netflix scivola concettualmente sulla buccia di banana da lei posizionata. Nel denunciare lo sguardo morboso della macchina da presa (e dello spettatore) – famelico, alimentato dalle creazioni mediali dell’essere umano – utilizza le stesse iconografie, sottolineando visivamente e concettualmente i legami fra Gein e i suoi eredi più famosi: Leatherface, Bates e Gumb.
Monster: La storia di Ed Gein fa (male) e disfa (tutto), con un’incoerenza disarmante.
E allora, forse, per normalizzare certe storie sarebbe il caso di fare la cosa più sensata e banale: non parlarne più, spogliandole così del mito e liberando l’uomo dal mostro.
La domanda, in chiusura, potrebbe essere: è davvero possibile?
Probabilmente no. Perché ogni volta che l’immagine del male torna a circolare per essere smembrata, deformata e ri-veicolata, finisce per essere nuovamente alimentata.
E Murphy lo sa benissimo.
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