Enea – Tra Bret Easton Ellis e il true crime come fuga dalla realtà

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Data di pubblicazione: 23/07/2025

“La famiglia borghese è una cosa che a me terrorizza, Marina, perché l’ho subita. Mio padre è al quarto matrimonio e mamma al terzo”.

 

Si apre con un dialogo sulla disgregazione del concetto di unione familiare Enea di Pietro Castellitto, presentato in concorso alla 80ª Mostra del cinema di Venezia. Come se ci trovassimo in un romanzo di Bret Easton Ellis, il contesto sociale del film è riferito a un mondo, per citare l’autore di Lunar Park, che “Stava diventando rapidamente senza limiti. Era non scambiare una parola con i miei familiari per cinque mesi filati”. 

Ed è in una vita senza limiti apparenti quella in cui è trascinato Enea (Pietro Castellitto), proprietario di un ristorante di sushi, socio di un prestigioso circolo di Tennis e spacciatore di cocaina. L’atto criminale però non è finalizzato banalmente a scopo di lucro – i protagonisti durante il film mostrano la loro indifferenza nei confronti del denaro -, bensì per aggiungere un obiettivo alla propria esistenza: sentirsi vivi. Un disagio esistenziale derivato da una completa alienazione dal reale, le cui cause sono in un primo momento riconducibili al nucleo familiare di appartenenza.

Pietro Castellitto, nella scrittura di una sceneggiatura composta tanto da scene madri tanto sfilacciate fra di loro quanto legate da una coesione contenutistica precisa, insiste molto sull’idea di famiglia clanica, unita, inscalfibile. Se, come viene detto all’interno del film, l’unione familiare venisse a mancare a discapito di un percorso individuale, ecco che le conseguenze diventerebbero devastanti: “Ho capito che la depressione è come se le desse uno scopo, sopportare la vita. Quasi la invidio”.

Enea è interpretato dallo stesso Pietro Castellitto

 

Il comportamento che deriva da questa solitudine affettiva è da ricondurre all’emulazione di ciò che viene visto attraverso lo schermo, che sia di un telefono o della televisione. Non è di certo un caso che Bret Easton Ellis appartenga alla generazione MTV che ha dato il via poi ai Literary Brat Pack, mentre Castellitto è figlio dell’avvento dei primi social network. Il collegamento fra lo scrittore statunitense e il regista romano può apparire pretestuoso, ma il fil rouge tra i due confluisce in libri o film che pongono il true crime (sebbene spesso mascherato in docu-fiction) come genere-scappatoia dalla propria esistenza.

La rappresentazione del crimine si muove di pari passo con il discorso mediatico sulla colpa. In particolare l’interfacciarsi con il true crime porta l’adesione del soggetto contemporaneo – secondo la studiosa Giulia Scomazzon – alla cosiddetta therapy culture mettendo al centro il primato delle emozioni, grazie anche all’avvento dei social network i quali giornalmente cavalcano la nostra sfera emotiva legittimando l’oggettivazione del pericolo e del crimine.

Seguendo il pensiero del sociologo Jean Baudrillard il true crime sarebbe un sintomo di un’ansia sociale acuitasi nel mondo occidentale e derivata dall’ipermediatizzazione del reale che sta trascinando la nostra cultura nell’epoca dell’osceno: “L’oscenità comincia quando non c’è più spettacolo, non c’è più teatro, non c’è più illusione, quando tutto diventa di una trasparenza e di una visibilità immediata, quando tutto è sottoposto alla luce cruda e inesorabile dell’informazione e della comunicazione”.

 

Il rischio di una deriva voyeuristica nei confronti dell’atto criminale o dell’omicida è elevato e rilevante da un punto di vista sociale, soprattutto in chiave giornalistica per l’ossessione televisiva per la cronaca nera. Ritornando ad Enea, il personaggio di Oreste Dicembre (Giorgio Montanini) è un noto scrittore di libri true crime che ama ricostruire storie di criminali brandizzandole attraverso la romanticizzazione del mito. Con il passare dei minuti Oreste diventa il simbolo per Enea della feticizzazione borghese per la tragedia e di conseguenza l’obiettivo da abbattere per aggiungere il prefisso true alla propria esistenza.

Oreste è figlio dei talk show televisivi che, insieme ai social network, hanno rappresentato i canali mediatici che più di tutti hanno ibridato l’infotainment con la reale informazione, accelerando il processo di spettacolarizzazione del crimine, portando sempre più il pubblico verso l’indifferenza referenziale, ovvero – secondo lo studioso Pietro Montani – un meccanismo derivato “dalle nuove tecnologie della visione che progettano (alla lettera: di proiettare, di metterci davanti agli occhi) un mondo indifferente (…) un mondo che, sempre più ampiamente e capillarmente, assomiglia al suo simulacro riproducibile”.

Il gesto finale per raggiungere il “vero” in Enea diventa l’emulazione dell’attentato alle Torri Gemelle, il più grande esempio di crimine trasmesso in diretta televisiva, riproducendo l’attentato sul palazzo dove si trova l’ufficio di Oreste: una performance che si fa atto testimoniale del disagio di un’intera generazione.

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