Eyes Wide Shut – Lo schema del desiderio
Data di pubblicazione: 02/05/2026
C’è qualcosa in Eyes Wide Shut che continua a sfuggire anche alle letture più attente.
Non è un enigma nascosto nei simboli – erotismo, potere, gelosia – ma nel modo in cui il film è costruito. Stanley Kubrick organizza il racconto come una serie di ritorni con variazioni minime. Più che avanzare, il film si ripresenta. Continuamente riproposto.
La traiettoria di Bill Harford non è lineare, ma iterativa: invito, soglia, possibilità, interdizione. Dalla festa iniziale alle peregrinazioni notturne, ogni incontro riformula il precedente. Non c’è accumulo di senso, ma una sua progressiva saturazione.

Letto così, anche il desiderio smette di essere un tema tra gli altri e diventa il vero dispositivo del film. Kubrick non lo rappresenta: lo mette in atto. Il desiderio come circuito che si riaccende sempre uguale, con scarti minimi. Le luci natalizie che tornano ovunque, i corridoi che si assomigliano, le porte socchiuse: non sono simboli isolati, ma elementi di una partitura fatta di eco e variazioni.
In questo senso, il rapporto con Doppio sogno (1926) di Arthur Schnitzler appare meno come un adattamento e più come una radicalizzazione: l’onirico diventa principio strutturale.
Il film non racconta un sogno, ma funziona come un sogno, dove le differenze si assottigliano e il senso slitta invece di fissarsi.

Questa logica produce uno svuotamento progressivo. Ogni episodio promette intensità – sessuale, emotiva, conoscitiva – ma si risolve in una variazione senza esito: la prostituta, il negozio di costumi, la villa. Non è la mancanza a generare alienazione, ma l’eccesso di esperienze tutte uguali. Non è impossibile che il regista si sia ricordato de Il Casanova di Federico Fellini (1976), che risulta un importante precedente.
Anche le interpretazioni di Tom Cruise e Nicole Kidman trovano qui una coerenza com’era stato per Donald Sutherland: più che personaggi psicologici, sono figure leggermente fuori fase, come intrappolate nel ritmo reiterativo del film. La sequenza dell’orgia, spesso letta come centro rivelatore, è invece il punto più astratto: il desiderio ridotto a coreografia, dove la variazione si annulla e resta solo la struttura.

Il finale non chiarisce né risolve. Piuttosto interrompe uno schema altrimenti destinato a ripetersi. La battuta conclusiva – espressione diretta, non a caso femminile, di una volontà – agisce come un taglio che ferma un meccanismo potenzialmente infinito.
In questa prospettiva, Eyes Wide Shut non è tanto un film “sul” desiderio, quanto un film che ne riproduce la forma: reiterativa, differenziale, mai conclusa.
Il suo effetto più perturbante non in ciò che mostra, ma nel modo in cui continua a tornare.
Alessandro Amato
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