Lee Cronin – La mummia – Limoni e pop corn│ Recensione
Data di pubblicazione: 22/04/2026
Una famigliola felice della middle class statunitense, un Paese “esotico” ed esoterico come l’Egitto e, ovviamente, la firma dell’irlandese Lee Cronin: queste le premesse del nuovo horror targato New Line e Blumhouse, La mummia.
I precedenti del regista – soprattutto Hole – L’abisso – facevano sperare in un film non rivolto esclusivamente a giovani coppiette al primo appuntamento, più interessate a profondersi in effusioni umidicce che a osservare ciò che accade sullo schermo.
Il risultato finale, tuttavia, pare dissentire.
Il canovaccio de La mummia è (ontologicamente) troppo canonico e pesca da situazioni trite e ritrite: la famiglia Cannon, emblema della “borghesia-bene” statunitense in trasferta fuori porta, si imbatte in un antico male che ne mette alla prova l’integrità.
A ben vedere, dopo la sortita nel franchise di Evil Dead, Cronin non sembra aver abbandonato l’iconografia di casacce oscure popolate da demoni feroci e brutali, a prescindere che si chiamino Pazuzu o Nasmaranian.
I riferimenti – urlati – restano quelli: Sam Raimi e il suo Necronomicon ex Mortis e L’esorcista di Friedkin (e non solo). Citazioni però rielaborate in forma a dir poco depotenziata, se non del tutto sbiadita.
La prima metà del film scivola via tra jumpscare telefonati e una messa in scena da Piccoli Brividi, ma senza il fascino e la giovanile, fresca inquietudine dei volumetti horror di R.L. Stine. Nella seconda sezione del soggetto, lo sviluppo narrativo prova a spingere sull’effettistica gore, su un montaggio più ritmato e sul tema della disgregazione familiare, senza però trovare un vero slancio o una tensione pienamente compiuta (musiche e cast, per citare un paio di elementi stonati, sono completamente inefficaci).
Qualcuno ha letto nell’intreccio e nei setting mediorientali e centroamericani un’allegoria dell’imperialismo statunitense, capace di generare implosioni interne (in una miscellanea etnico/culturale che vede nella diversità e la tradizione un efficace anticorpo per l’invasore). Un’interpretazione possibile ma forse troppo ardita; e, anche fosse, sviluppata in modo discutibile.

Tra sbadigli e corpi spellati, Cronin porta a casa una regia nel complesso sufficiente, con disgustose esplosioni di violenza e deliri demoniaci, forse divertenti, ma apparentemente fini a loro stessi.
La mummia di Lee Cronin si consegna dunque allo spettatore come horror dozzinale, a tratti anche ben gestito, ma con un minutaggio sovradosato e pressoché incapace di infrangere schemi espositivi e i canoni stilistici del genere.
E, chissà, forse questo è davvero il massimo che ci si possa aspettare dal regista: forma discreta, contenuto vacuo e qualche scena splatter adatta a un French Kiss col nostro appuntamento che siede affianco a noi, oltre il secchiello traboccante pop corn.
Voto: 5.5
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