Mother Mary – Voce dal sen fuggita│Recensione
Data di pubblicazione: 20/05/2026
Un oggetto strano: non c’è altra locuzione per definire Mother Mary, ultimo lungometraggio dello statunitense David Lowery.
Nei suoi lavori precedenti, il regista di Milwaukee si è presentato al pubblico evocando spettri atipici e malinconici (A Ghost Story) e setting epico-mitologici densi di solennità, rito e magia (The Green Knight).
I primi frame di Mother Mary, che presentano l’omonima pop-star (personalità ricalcata sui tratti e sulle traiettorie artistiche di Taylor Swift e Beyoncé, poi indossata e coreografata da Anne Hathaway), indicano come il percorso del film si incanali in una traiettoria affine: uno spiritualismo anomalo, frutto di un’idea autoriale ben precisa, narrativamente ambigua e innegabilmente affascinante.
Mother Mary, per il suo ritorno sulle scene, dopo una lunga e opaca eclissi personale, decide di ricorrere ai molti talenti di Sam Anselm (Michaela Coel), sarta-vestale capace di tenere vivo il fuoco dell’Arte attraverso le sue creazioni: sarà lei a confezionare la “nuova pelle” con cui la divina star travolgerà il suo pubblico dal palco.
Nella procedura rituale (vieppiù quasi apotropaica) della preparazione del vestito, nella messa in scena – austera e rigorosa – ma soprattutto nello script che fa ampio uso di termini cavallereschi come “impresa”, si legge il desiderio di Lowery di continuare sulla strada dell’epica: così come Gawain aveva dovuto affrontare il Cavaliere Verde per ottenere l’ascia magica e correre verso la risoluzione del suo eroico viaggio, Mother Mary dovrà fronteggiare Sam – e gli spettri che questa invocherà – nel tentativo di ricomporre una frattura interiore, di ritrovare una forma autentica di sé.
L’oggetto strano di Lowery si svela quindi come un ibrido continuo fra thriller e horror, contenitore di fitti dialoghi fra due attrici che si scambiano il ruolo di antagonista, palleggiando fra ricordi comuni, sentimenti spezzati e spiriti in rampa di lancio per la possessione.
Tuttavia, il paso doble portato avanti da Hathaway e Coel pare una danza asettica, quasi respingente (complice, nel caso specifico, anche l’impiego del doppiaggio), al cui interno le prove delle due attrici vengono portate agli estremi: da una parte la Madonna spezzata dell’ex Fantine de I Miserabili; dall’altra la mistica stilista, già brillante autrice, regista e interprete di I May Destroy You.
Le pareti del setting (quasi unico) respirano col vento che le comprime, i flashback e il lavoro dei DoP Andrew Droz Palermoe Rina Yang esaltano il corpo e le movenze sinuose di Mother Mary – che si trasfigura in una Jeanne d’Arc corazzata – mentre la sceneggiatura di Lowery procede con la cadenza di un sogno oscuro, ancestrale e misterioso.

Se l’impronta autoriale – come detto – è ben definita e coerente con la poetica già espressa dal cineasta, il montaggio (operato dallo stesso regista) solleva qualche dubbio, soprattutto nei frequenti cut di campo/controcampo, che finiscono per compromettere la fluidità del ritmo narrativo.
Mother Mary è sicuramente un’opera ambiziosa, fuori dagli schemi del cinema mainstream (la cui ricezione commerciale sembra testimoniare la difficoltà di intercettare un pubblico più ampio) e dedicata quindi a un target ristretto, che tuttavia potrebbe faticare a digerirla.
Nonostante l’impeto e la carica intellettiva instillate nel film da Lowery, il prodotto finale ha l’aspetto di un discorso impetuoso, fortemente emotivo (forse persino eccedente nella propria tensione espressiva) e cucito con cura, ma flebile alle orecchie del ricevente. Il quale – forse – non potrà fare a meno di domandarsi se l’ultima voce nella filmografia di David Lowery non sia sfuggita con troppa foga, dissolvendosi prima ancora di trovare una piena compiutezza emotiva e stilistica.
Voto: 5
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