La cronologia dell’acqua – Memoria, dolore e rinascita│ Recensione
Data di pubblicazione: 15/06/2026
Analizzando le dichiarazioni al vetriolo con cui ha più volte attaccato l’ipocrisia dell’industria hollywoodiana (“È ridicolo pensare di combattere il patriarcato con i film di Margot Robbie”) e le scelte sempre più audaci che hanno costellato la sua carriera attoriale (le collaborazioni con Assayas, Kelly Reichardt, Cronenberg, Larraìn, ma anche il combattivo e anapologetico Love Lies Bleeding di Rose Glass) non stupisce che, per il suo esordio dietro la macchina da presa, Kristen Stewart abbia scelto di adattare un testo incandescente, femminista, personale e allo stesso tempo inerentemente politico, dolorosissimo eppure così vitale come La cronologia dell’acqua, autobiografia della scrittrice Lidia Yuknavitch uscita nel 2011.
Nelle circa trecento pagine del memoir, edito in Italia da Nottetempo, Yuknavitch mescola senza soluzione di continuità vari momenti significativi della propria vita, passando nell’arco di un periodo dall’infanzia da incubo con un padre abusante e una madre alcolista al laboratorio di scrittura con Ken Kesey (nel film interpretato da un Jim Belushi che scalda il cuore), unica figura realmente paterna per Lidia.
Dalla partenza per l’università con una borsa di studio vinta grazie al nuoto e la conseguente ubriacatura di libertà al dramma del figlio nato morto dal primo matrimonio, passando per la perdita di memoria del padre-orco, ridotto a un guscio vuoto negli ultimi anni di vita, i rapporti BDSM con una scrittrice più anziana, il secondo matrimonio con il filmmaker Andy Mingo (che figura tra i produttori del film) e la nascita salvifica del figlio Miles.
In questo doloroso percorso di emancipazione, racconto tattile e sanguigno della caparbietà di una donna che non ha mai accettato alcuna riduzione o definizione, a fare da trait d’union, per Lidia, c’è la letteratura e il suo potere salvifico, e non è un caso che le uniche aggiunte che Stewart opera sul libro di Yuknavitch siano proprio le parole dell’autrice stessa, tratte da opere precedenti a La cronologia dell’acqua (il libro) che Lidia legge in vari momenti del film.

Se la materia narrativa de La cronologia dell’acqua (il film) è dunque la stessa della fonte letteraria di partenza, stupisce la radicalità e la fedeltà con cui Stewart, autrice anche della sceneggiatura, si è approcciata al lavoro di adattamento di un testo tutt’altro che “cinematografico”, ricordando (con i dovuti distinguo) quanto fatto in anni recenti da Robert Zemeckis con la graphic novel di Richard McGuire, trasposta nel 2024 nel capolavoro Here.
Così come la scrittura di Yuknavitch intrecciava tra loro frammenti lontani del tempo, creando una trama fittissima di fili indistricabilmente intrecciati, allo stesso modo il film di Stewart rifiuta categoricamente ogni tentativo di linearizzare un racconto ondivago e incontenibile. I suoni, la musica graffiante della compositrice e performer Paris Hurley, le conversazioni e la voce over di Lidia, interpretata da una straordinaria Imogen Poots alla prova della vita, concorrono a formare un unico tappeto sensoriale, uno specchio d’acqua cangiante e irrequieto che ha l’estetica ruvida della pellicola 16 millimetri.

Nel dover rendere sullo schermo l’affastellarsi impreciso e magmatico dei ricordi, non stupisce che sia il dettaglio a prevalere sul primo piano, in quanto è nell’isolamento del particolare apparentemente insignificante (il motivo delle piastrelle del pavimento, un finestrino appannato dall’umidità, dei sassi appoggiati su una mensola) che il cervello costruisce l’ancoraggio emotivo della memoria.
E se è vero, come osservato da molti, che lo stile di Stewart assomiglia a una versione laica e analogica del Malick digitale dell’ultimo quindicennio, d’altra parte questa insistenza sul processo selettivo della memoria e la scelta non scontata del 16 millimetri, che fa sembrare il film una collezione di immagini private, non può non ricordarci il capolavoro di Jonas Mekas che ha aperto il millennio: As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty.
Possiamo affermare senza dubbio che, anche in questo caso, “this is a political film”. È nata un’autrice.
Voto: 7,5
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