Yes – Il cinema, il genocidio e il senso dei festival

5.9 min read
Data di pubblicazione: 14/09/2026

Per parlare di Yes, finalmente uscito nelle nostre sale grazie alla distribuzione di Wanted Cinema, cominciamo dalla sinossi, presa dal sito del Filmmaker Festival di Milano dove il film è stato presentato a novembre 2025:

“Y. è un musicista jazz, la sua compagna Yasmine una danzatrice. Vivono tra feste, potere e denaro, immersi nell’euforia complice di Tel Aviv, dove dire sempre sì è la regola. Yes come l’iniziale del suo nome, ma anche come principio di vita. Insieme si vendono arte, anima e corpo, risucchiati da una perenne eccitazione.

Al figlio di pochi mesi Y. ripete: «La sottomissione è felicità». Così quando, all’indomani del 7 ottobre, gli chiedono di comporre un nuovo inno che celebri il genocidio a Gaza e la grandezza di Israele dice di nuovo di “sì”.

 

 

A maggio 2025, Yes, quinto lungometraggio del regista israeliano è stato presentato alla Quinzaine des Cineastes, sezione parallela e autonoma del Festival di Cannes. Nel concorso principale del Festival, quattro anni fa, venne presentato il suo penultimo lavoro, Ahed’s Knee, che vinse il Premio della Giuria. Specifiche per i meno avvezzi alle (noiose) questioni festivaliere: la presentazione di un film nel Concorso di Cannes garantisce pubblicità, centralità nei dibattiti ed esposizione mediatica infinitamente maggiori rispetto alla presenza nella Quinzaine des Cineastes. Non si tratta di un discorso qualitativo, ma di puro e semplice status.

Perché, dunque, Nadav Lapid è stato “retrocesso” in una sezione parallela? Domanda magari capziosa, ma lecita, di fronte a un film che affronta di petto LA questione contemporanea per eccellenza tramite una forma audace e innovativa, e che molto sarebbe piaciuto a Jean-Luc Godard, che in Concorso quello stesso anno è stato celebrato da Nouvelle Vague di Richard Linklater. Se una produzione come Yes non merita di partecipare alla competizione, viene allora da chiedersi a cosa servano effettivamente i concorsi dei festival più importanti al mondo.

Una possibile risposta la fornisce lo stesso Lapid, che in un videomessaggio presentato prima delle proiezioni festivaliere ha spiegato come Yes sia un film che è “nato due volte”. Risale infatti al 2021 l’idea originale: un film sul decadimento morale e culturale della contemporaneità, un apologo disilluso e coloratissimo dei tempi volgari e instupiditi in cui viviamo (le prime quattro righe della sinossi qui sopra). Arrivano così anche i primi finanziamenti, da Israele, con l’Israel Film Fund, e dalla Francia, con Arte France Cinéma. Poi accade il 7 ottobre, e la conseguente invasione israeliana di Gaza, e il regista e sceneggiatore, osservando impotente la società imbarbarita e spietata che lo circonda, decide di incorporare nell’idea originale la complicità al genocidio di una grossa fetta della società israeliana (le ultime tre righe). A questo punto trovare altri fondi diventa impossibile, e Lapid si scontra anche con un ostracismo diffusissimo di attori e maestranze israeliane, che rifiutano in gran numero di prendere parte al film, che comunque, in un modo o nell’altro, viene ultimato.

La forma a cui arriva Yes al termine di questa complessa gestazione è quella di un grido di sdegno prima che di dolore. Lapid ritrae una società volgare e disumanizzata, non dissimile da quella dei film di Radu Jude, con i quali Yes condivide tanto la furia iconoclasta quanto l’inesausta ricerca formale e stilistica. Il cinema a cui ambisce Lapid è survoltato, coloratissimo, alla ricerca di soluzioni inaspettate che facciano sgranare gli occhi allo spettatore (a titolo di esempio: nella scena da cui è tratto il frame qui sotto, la testa di uno degli interlocutori si trasforma a tratti in uno schermo televisivo nella totale indifferenza dell’altro). È come se per raccontare l’orrore di un popolo che, dopo essersi interrogato per anni su come abbia fatto l’Europa a convivere con la tragedia dell’Olocausto, si è ritrovato dalla parte sbagliata della Storia, Lapid abbia scelto di sottoporre gli spettatori a un bombardamento sensoriale senza sosta a partire dalla prima scena— un lunghissimo piano sequenza con macchina a mano ad una festa in piscina, con musica dance a tutto volume e sgargianti luci stroboscopiche, che si chiude con un duello canoro tra Y. e un generale dell’esercito che intona una canzone patriotica (“Fallo vincere”, gli suggerisce la moglie).

 

La società di Yes è – del resto – il frutto marcio della connivenza con un potere mostruoso, di cui questa è specchio più che vittima, che si nutre dell’odio dei propri cittadini e del sangue dei propri vicini. Gli scrupoli morali che attanagliano Y., risvegliati occasionalmente dall’incursione della tragedia nella sua realtà dorata (tramite i cellulari, con i quali capta occasionali informazioni della catastrofe in corso), vengono messi a tacere grazie un’autoindulgenza vigliacca, con il musicista che si giustifica ripetendo di fare ciò che fa per il proprio figlio, quasi recitasse una filastrocca.

Lapid non nega la ferita indelebile che la strage del 7 ottobre ha segnato nel suo Paese, ma riconosce come questa sia diventata un pretesto per giustificare tutte le atrocità che ne sono seguite: nel momento emozionalmente più forte del film, Y. si fa ripetere da una sua vecchia fiamma i gesti più barbari compiuti dai terroristi di Hamas nelle stragi nei kibbutz. Significativamente, proprio questa scena segna una rottura nel registro stilistico e nel tono del film, che si fanno improvvisamente cupi e naturalistici, a sottolineare l’unico trauma che questi personaggi ri-conoscono.
Subito dopo però, Y. volge lo sguardo verso Gaza, da cui all’orizzonte esalano fumi mortiferi, e prende definitivamente la decisione di scrivere l’inno che gli è stato commissionato. È proprio questo il punto: la miopia di Y., che è metonimia di quella della società malata di cui fa parte, non deriva dall’ignoranza della tragedia di Gaza, ma dal suo (cosciente!) non-riconoscimento, o in altri termini dalla sua disumanizzazione.

L’inno, dunque, viene composto, musicato e fatto ascoltare ai committenti (e agli spettatori). Lapid non si è dovuto inventare nulla: nel 2023 un gruppo estremista ha preso una poesia di Haim Gouri, l’ha trasformata in un canto di odio inneggiante allo sterminio dei palestinesi, e l’ha diffusa in un video in cui a cantarla è un coro di voci bianche. Lo stesso video (con i volti dei bambini oscurati) è mostrato alla fine di Yes. Curiosamente, quindi, i due film più significativi che nel 2025  hanno affrontato direttamente il dramma del genocidio palestinese prendono entrambi le mosse da un documento audio “reale”: la poesia massacrata di Gouri in Yes e la voce registrata di Hind nella telefonata alla Mezzaluna Rossa in La voce di Hind Rajab.

Se però il film di Kaouther Ben Hania sceglie di utilizzare l’archivio per certificare la veridicità della ricostruzione drammaturgica, sovrapponendo le immagini dei soccorritori al telefono con quelle, finzionali, degli attori che li interpretano, Yes al contrario rilancia le potenzialità del cinema di raccontare la tragedia anche (verrebbe da dire: soprattutto) al di fuori del registro realistico-documentario. Mentre osserva sconsolato e impotente l’abisso in cui è sprofondato il suo Paese e il suo popolo, Lapid compie un atto di fede nei confronti della capacità della forma cinematografica di aggiungere senso al reale, con sguardo lucido e al di fuori di ogni retorica.

Articoli simili