Fatherland – Viaggio in cerca di un’identità perduta │Recensione

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Data di pubblicazione: 20/10/2026

Nell’estate del 1949, Thomas Mann rientra in Germania per la prima volta dopo il lungo esilio negli Stati Uniti. L’occasione è quella di ritirare un doppio premio dedicato alla memoria di Johann Wolfgang Goethe: uno a Francoforte nella Germania Ovest, uno a Weimar – luogo legato all’attività del poeta/drammaturgo – in quella Est.

È il periodo delle due Germanie all’alba della Guerra Fredda e le forze in campo vogliono accaparrarsi il favore dello scrittore come un prestigioso riconoscimento politico.
In questo contesto si muove il piccolo road movie del regista polacco Pawel Pawlikowski, che con
Fatherland ha vinto il premio alla Migliore Regia all’ultimo Festival di Cannes.

 

Come nei precedenti Ida e Cold War, Pawlikowski cala il racconto privato nelle pieghe della Storia del Novecento e procede a illustrarne le intime contraddizioni. Le forze in gioco si cristallizzano già nell’incipit del film: la lunga conversazione telefonica tra i figli del grande scrittore, Klaus ed Erika Mann. Lei – dagli USA – cerca di convincere il fratello a seguirli nel viaggio europeo di suo padre; lui – che vive in Europa – è seduto a terra, nudo, e vorrebbe scomparire, dimenticare un padre che odia e lasciarsi alle spalle una guerra che ha cancellato ogni possibilità di futuro.

Pawlikowski prosegue per opposizioni (la Letteratura e la Storia; l’Arte e la Vita; il privato e il politico) e gira il suo film secondo i principi formali che lo hanno reso riconoscibile: la ricorrenza di poche inquadrature fisse, a debita distanza dai personaggi, e l’elegantissimo bianco e nero.

Lungi dall’essere un biopic su Thomas Mann, Fatherland utilizza la figura e il corpo del grande scrittore come personificazione di un’eredità letteraria e del suo ruolo nel secondo dopoguerra. Il risultato è quello di un vagabondaggio famigliare dove i protagonisti si confrontano con le macerie di un Paese divenuto straniero e con il suicidio di Klaus, avvenuto proprio in quei giorni e screditato dal padre come un fatto irrilevante (“Klaus era un debole”, dice, prima di continuare il viaggio verso Weimar). Lo sconvolgimento interiore introdotto dalla compresenza di questi piani – e alimentato da un 4:3 che ingabbia ancora di più i personaggi e gli ambienti – innesca e contemporaneamente soffoca l’emotività dei personaggi, destinata a scaricarsi nel finale, dove un cambio di direzione permette all’anziano scrittore di ritrovare il proprio tempo e le proprie lacrime.

 

In questo senso, se Pawlikowski guarda certamente al Rossellini di Germania Anno Zero, non è azzardato pensare anche a Viaggio in Italia: a suo modo, Fatherland si configura come un percorso alla ricerca di un’identità perduta, in una Germania traumatizzata e divisa politicamente e culturalmente.

Figlio di un rigoroso cinema d’autore europeo, Fatherland ripropone – fuor di retorica e con una notevole economia di linguaggio – i nodi irrisolti di una stagione storica decisiva: dove trovare lo spazio per un’eredità comune? Qual è il ruolo della letteratura in un Paese che vuole trasformarla in un simbolo, in una reliquia di un passato glorioso, ma lontano?

Nonostante si presti alle accuse di anacronismo o didascalismo, il cinema di Pawlikowski inquadra ancora una volta con lucidità alcune questioni fondamentali del Novecento europeo. E se la veste formale così rigida (e vagamente compiaciuta) finisce per tenere l’emozione a distanza, non cancella i meriti di un film che lavora su un’eredità storica e cinematografica di cui avvertiamo una tematizzazione urgente nel presente.

Luca Ragazzo

Voto: 7,5

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