La voce di Hind Rajab – Urlare la disumanità dell’odio
Data di pubblicazione: 24/10/2025
La voce terrorizzata di una bambina di sei anni che, in lacrime e circondata dai cadaveri dei suoi cari, chiede di andarla a prendere. È nascosta all’interno dell’auto crivellata da proiettili su cui viaggiava e di cui, ormai, non restano che lamiere accartocciate.
Intorno solo macerie, sangue, morte. Odio.
A cosa potrà mai servire far sentire a tutti quel lamento, urlare al mondo La voce di Hind Rajab?

In quanto appartenenti al genere umano, dovremmo distinguerci dagli animali perché capaci di agire non semplicemente seguendo l’istinto ma pensando con criterio, considerando e, in misura variabile, prevedendo quali conseguenze potrebbero avere le nostre azioni.
Dovremmo sentire il senso di appartenenza alla nostra stessa specie, inseguire la vita e non perseguire il suo contrario, provare a migliorare la nostra esistenza su questo pianeta e quella dei nostri conspecifici. Se all’orizzonte si profila una lotta, noi, gli umani, umani perché individui che provano sentimenti propri dell’uomo, perché in grado di provare compassione, empatia; noi, gli esseri umani, quella situazione dovremmo affrontarla come solo noi abbiamo le potenzialità per farlo: intellettualmente.
Da più di due anni, nella striscia di Gaza, vigono morte e distruzione, le uniche lingue parlate dall’esercito israeliano e amplificate dal mandante Benjamin Netanyahu.
Sono stati presi di mira ospedali, scuole, distrutte abitazioni di civili, negati gli aiuti umanitari.
Sono stati ammazzati bambini, a migliaia.
Un genocidio goffamente mascherato da azione necessaria per sgominare i terroristi di Hamas dai territori palestinesi.
Un costante perpetrarsi di violenza per accaparrarsi un pezzo di terra ed espandere quei confini presenti solo sulle cartine politiche.
Un’operazione che vorremmo tanto chiamare disumana, affermando con determinazione che gli esseri colpevoli di tali atrocità sono distanti da noi umani e, così, prendendo le distanze dai “mostri”.
Ma disumanizzare il male è solo un meccanismo di difesa che ci permette di gestire la paura verso la naturale (non straordinaria) brutalità che può risiedere negli esseri umani.

Chi ha visto nella propria vita almeno un documentario riesce facilmente a comprendere le caratteristiche didattiche, giornalistiche, divulgative proprie del genere, indipendentemente dal valore cinematografico che questo porta con sé.
Ben diverso è un film di finzione che, però, se comunica in principio allo spettatore la veridicità dei fatti messi in scena perché rispondenti a una realtà accaduta, predispone diversamente chi guarda, dandogli la (talvolta triste) certezza che può fidarsi di ciò che di lì a poco gli verrà raccontato, eventuali espedienti narrativi a parte. Non si dovrà fare un particolare sforzo nel sospendere la propria incredulità e, per quanto inverosimili, strani, crudi, si accetteranno per vere le storie raccontate.
La voce di Hind Rajab, diretto da Kaouther Ben Hania, è un documentario sonoro inserito in una cornice di fiction movie la cui funzione è quella di creare una struttura fatta di immagini che aiuta lo spettatore a seguire la cronologia degli eventi e, soprattutto, a orientarsi tra i suoni delle voci protagoniste.
La storia è tanto cruda quanto semplice: vista la crisi umanitaria a Gaza causata dall’invasione israeliana, nella sezione palestinese di Ramallah della Mezzaluna Rossa si lavora incessantemente per provare a soccorrere le vittime. Persone rimaste ferite a causa di bombe, crolli, famiglie (o quel che ne rimane) che provano a scappare dai territori devastati dall’esercito israeliano; ovunque sfollati e gente affamata che non sa più dove andare.
Tra le numerose chiamate a cui gli operatori dell’organizzazione rispondono senza pause, la narrazione si focalizza sul lungo scambio telefonico avvenuto nel gennaio 2024 con Hind Rajab, una bimba di 5 anni. Grazie alle registrazioni delle chiamate inserite nel montaggio, sentiamo per la prima volta la voce di Hind Rajab, una voce che accompagnerà lo spettatore per tutto il film.
Già dalle primissime parole di Hind si percepisce una forte dissonanza tra ciò che si sente e ciò che si vede: una vocina acuta e squillante, di quelle che si sentono tipicamente nei pressi di una scuola materna o di un parco giochi, in un contesto, però, che non le appartiene.

Con pazienza e numerose difficoltà, gli operatori riescono a farsi strada tra le parole terrorizzate di Hind, tra le fantasie che lei stessa inventa a mo’ di scudo, provando a difendersi da una realtà a cui nessun adulto, tanto meno bambino, dovrebbe mai venire esposto. Una registrazione dopo l’altra e allo stesso passo della Mezzaluna Rossa, chi guarda inizia a immaginare la terrificante situazione in cui si trova la piccola palestinese, situazione che mai, però, viene messa in scena.
La voce di Hind Rajab è il solo strumento che ci viene fornito per dipingere il quadro raccapricciante davanti agli occhi della bambina. Sola, al buio, nascosta tra i rottami di un’auto colpita da un carro armato e con intorno famigliari morti ammazzati.
Fin dai primi istanti della chiamata Hind non smetterà mai di chiedere aiuto, implorando che qualcuno la vada a prendere e la tiri fuori da lì. Ascoltare le chiamate intercorse tra la bambina e gli operatori è straziante e fa empatizzare con questi ultimi che, desiderosi di scendere in campo per salvarla, si sentono allo stesso tempo impotenti perché bloccati da un muro di burocrazia, permessi, rischi.
E lo spettatore è così, immobile, bloccato davanti al muro dello schermo.
I soli ambienti in cui ci muoviamo insieme ai personaggi del film sono gli uffici della Mezzaluna Rossa, facendo spola frenetica tra due uffici, due scrivanie, provando un fastidioso senso di claustrofobia.
Siamo anche noi al telefono, ad ascoltare il terrore di Hind, increduli su come si possa rimanere indifferenti o, peggio, infierire essendo fieri di aver causato simili tragedie.

Perché il punto è proprio questo: La voce di Hind Rajab è solo una delle centinaia di migliaia di voci che sono state messe a tacere con violenza, solo una delle migliaia di voci di bambini palestinesi uccisi durante il genocidio.
È la voce dell’innocenza che, incapace di trovare una ragione allo stato delle cose, urla e chiede come sia possibile che la stiano calpestando così, senza che nessuno dica o faccia nulla per fermare tanta prepotenza.
La voce di Hind Rajab è la voce di una bambina palestinese di 5 anni.
Ma la voce di Hind Rajab è anche quella dei ragazzini ammazzati sui banchi di scuola a causa di bombardamenti russi a Kiev e Dnipro.
È la voce dei Medici senza Frontiere morti in Sudan per gli attacchi delle forze armate governative e dei migliaia di civili yemeniti colpiti a morte durante la loro quotidianità.
La voce di Hind è un urlo che non solo non comprende le motivazioni di tutta le crudeltà perpetrate nei confronti del popolo palestinese ma che, in senso più ampio e con tutta l’innocenza di una bambina di pochi anni, ci chiede indirettamente il conto per la brutalità di tutte le guerre.
Perché, anagraficamente, saremmo noi gli adulti responsabili, potenzialmente capaci di dare conforto a un bambino che piange.
Perché, umanamente, saremmo noi, fortunati abitati di paesi in pace, quelli che dovrebbero amplificare voci come quella di Hind.

Il cast del film sul red carpet all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Con questo film, Kaouther Ben Hania (sostenuta da una sfilza di produttori esecutivi tra cui figurano nomi come Alfonso Cuarón, Jonathan Glazer, Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Brad Pitt) ha costruito un’enorme cassa di risonanza per far viaggiare la voce della piccola Hind in giro per tutto il mondo.
“A volte mi chiedo se l’arte serva, perché non ferma le bombe. Ma credo sia importante lo stesso.
Perché i palestinesi sono trattati come persone senza volto, sospettati, messi a tacere.
Il cinema può cambiare questa percezione: è un luogo di empatia, ti costringe a guardare il mondo attraverso i loro occhi”
.
A cosa potrà mai servire, quindi, urlare al mondo La voce di Hind Rajab?
A niente, forse.
Oppure potrebbe essere un tentativo per ridare dignità ai pensieri e alle parole di chi non potrà mai più dire la sua.
Per sostenere i più deboli, gli impotenti, chi deve scegliere se morire di fame o colpito da un proiettile, provando a ribellarsi al posto loro.
Per chi ha perso la madre, il padre, la famiglia tutta, chi non ha più né una casa né una terra dove andare.
Sfruttiamo la nostra posizione privilegiata, per ora non ci costa nulla.
Urliamo anche noi.
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