Pillion – alla ricerca di sè nel BDSM | Recensione
Data di pubblicazione: 28/11/2025
In una 43a edizione del Torino Film Festival avara di colpi di fulmine e infarcita di conservatorismo, paternalismo e sguardo giudicante, a un certo punto arriva inaspettatamente il primo lungometraggio di Harry Lighton, Pillion, premiato come miglior sceneggiatura nella sezione Un Certain Regard del 78° festival di Cannes.
Il titolo originale rimanda al sedile posteriore della moto, il posto per coloro che non conducono, ma sono portati: una posizione intrinsecamente sottomessa. In Italia sarà distribuito con l’infelicissimo e ingannevole titolo Amore senza freni, come se fosse una rom-com tra asfalto, scarichi di moto e tute in pelle da motociclista. Non è così.
Infatti il film che vede protagonista uno svestitissimo Alexander Skarsgård (True Blood, Succession) nei panni di Ray e il goffo Harry Melling (l’ex Dudley della saga di Harry Potter) in quelli di Colin non è per nulla l’incontro tra Fast & Furious e una commedia romantica. A prima vista sembrerebbe raccontare l’evoluzione di un rapporto di dominazione/sottomissione tra i due, ma sotto questa facciata cela un coming of age erotico alla ricerca delle proprie pulsioni e dei propri limiti all’interno di una relazione.
In una periferia al limite del surreale, in cui i genitori di Colin – l’unica coppia etero di tutto il film – gli organizzano appuntamenti al buio alla ricerca di un uomo che possa renderlo felice e in cui motociclisti BDSM riempiono i pub dove si cantano le canzoni di Natale, assistiamo proprio dopo la canonica cena del 24 dicembre all’incontro tra il giovane e Ray, il misterioso e inarrivabile motociclista.

La periferia che racconta Pillion è infatti un mondo che, anche grazie al tono ironicamente british scelto dall’autore, sembra fuori dal tempo e dallo spazio: una suburbia in cui né gli orientamenti né le pratiche vengono mai giudicati, in cui la tecnologia occupa uno spazio marginale, in cui i social e il mondo esterno sembrano presenti solo dall’altra parte dello schermo. Il regista lascia così al solo pubblico il peso del pregiudizio e della contemporaneità ben meno aperta del mondo che ci mostra: lo sguardo di tutti i personaggi è sereno, quello che barcolla è il nostro.
Il tutto rafforzato da una comicità quasi slapstick perfettamente messa in mano alla goffaggine di Melling e alla statuarietà di Skarsgård, e che dialoga con uno dei simboli del film, ovvero il cane di Ray, che sembra essere il nostro metro di giudizio delle interazioni tra i due amanti, ma che in realtà traspone la quotidianità delle dinamiche di potere consensuali che hanno costruito.

Proprio il mondo attorno ai due protagonisti e le piccole comunità con cui si relazionano (quella dei motociclisti e quella familiare) diventano così parte fondamentale del film, mentre per gran parte del minutaggio la relazione tra i due è staticamente improntata sulle regole che si sono dati. Una staticità attraverso cui l’autore britannico coltiva la convinzione di Colin e il suo scoprire i propri limiti e desideri, che a un certo punto risulteranno molto simili a ciò che ha trovato – forse per caso o più probabilmente per colpo di fulmine.
Questo mondo – a tratti quasi surreale e fumettistico – si basa su un profondo studio da parte di Lighton, che non vuole ridicolizzare il mondo queer e biker, rendendolo un circo kink, ma sembra quasi usare questo espediente per isolare ancora di più il (pre)giudizio dello spettatore escludendo quello delle comunità circostanti. La capacità di trovare la giusta misura tra questo obiettivo, la finzione filmica e la non banalizzazione o stereotipizzazione del mondo queer viene raggiunta anche grazie alla collaborazione della comunità Gay Bikers Motorcycle Club, di cui molti degli attori secondari fanno parte.

Pillion guarda sempre dalla parte di chi si inginocchia: l’attitudine alla devozione di Colin – a più riprese citata da Ray – è il vero centro del racconto; il suo percorso di liberazione dal guscio, di empowerment e di scoperta delle proprie necessità tramite la sottomissione, non il vittimismo.
Questa discesa nella dominazione era ovviamente un terreno scivolosissimo (a maggior ragione per questo festival), ma Pillion gioca con lo sguardo dello spettatore, che si ritrova a interrogarsi sulla propria tendenza a giudicare ciò che vede sullo schermo. Le umiliazioni, il servilismo, le imposizioni e il controllo non diventano mai un’apertura per un moralismo spicciolo: sono piuttosto squarci sempre più nitidi all’interno del percorso psicologico di Colin.

Il film non finge che il rapporto non sia duro, non edulcora le dinamiche di potere, ma insiste continuamente sul fatto che la linea che separa consenso e abuso non sta nello schema dominante/sottomesso in sé, bensì nella lucidità con cui chi sta “dietro” sceglie il proprio posto.
Ed è proprio il personaggio interpretato da Harry Melling, più che la sua venerazione per l’adone che lo domina, il vero motore del film. L’incontro casuale tra i due, dopo un’esibizione di canti natalizi del ragazzo con suo padre e i suoi fratelli, finisce immediatamente in un primo confronto spiazzante in cui il giovane viene umiliato e si ritrova letteralmente ai piedi – anzi, agli scarponi da moto – di Ray.
Lighton gira la scena con una freddezza per nulla estetizzante, che non sembra voler spettacolarizzare la violenza o la pratica di dominazione: c’è disagio, c’è imbarazzo e un giovane sperduto che non sa bene dove mettersi, ma non c’è mai il compiacimento di chi vuole scioccare il pubblico.

È lampante che questo primo traumatico e fortuito approccio alla sottomissione è la porta per un giovane che ancora non aveva trovato la propria strada per sbloccare i propri istinti, che poco a poco si incanaleranno in un rapporto che forse ci coglie talvolta impreparati e che, per l’appunto, ci spinge spesso a dubitare delle sensazioni di disturbo e di giudizio che potrebbero sovvenirci vedendo le interazioni tra loro.
Pillion però è lucido e sa di cosa sta parlando: tutto l’arsenale fatto di controllo del sesso, dell’aspetto e delle emozioni, di regole, giochi di ruolo e punizioni è costruito in favore del nostro sguardo, per farci mettere in discussione l’automatismo che associa dominazione ad abuso e sottomissione a violenza subita. Il kink non è mai patologizzato: è una lingua che Colin impara a parlare e che scopre essere il suo posto nel mondo, non una violenza da cui essere salvato.

Noi ci ritroviamo così, come il padre e la madre terminale di Colin, a chiederci se sia il meglio per lui, se sia consensuale, se non si stia facendo plagiare o involontariamente ferire e manipolare, quando invece l’unico che avrebbe davvero voce in capitolo sembra essere estremamente convinto delle proprie scelte. E non appena il film, intelligentemente, ci mostra il fianco alle prime recriminazioni del giovane, alle sue richieste di attenzione, tenerezza e libertà, noi pensiamo di sapere dove stia andando: immaginiamo la redenzione, la rottura, il rientro nei binari “sicuri”.
Invece di nuovo ci troviamo colti in fallo nella nostra moralità spicciola: Pillion ci porta a un passo dal trasformare quella storia d’amore in un caso clinico, per poi ricordarci che ciò che vediamo è un patto tra adulti consenzienti e che, se qualcosa scricchiola, non è il desiderio di Colin, ma la difficoltà di Ray a concedersi oltre il ruolo di statua inarrivabile in pelle nera.
In questo mondo surreale ma quotidiano e non spettacolarizzato vediamo il perfetto contraltare alla spettacolarità visiva che A24, distributrice – ma non produttrice – del film, sembra ormai ricercare ossessivamente. Qui non c’è l’overdose di high concept né il bisogno di vendere ogni inquadratura come poster: la macchina da presa si accontenta di seguire i corpi, le moto, i canti di Natale, le cene in cucina. Ed è interessante notare come ci siano più piani che si possono leggere in parallelo tra questo film ed Eternity, film di apertura del festival.

Infatti i due titoli sembrano suggerire due visioni del mondo diametralmente opposte: se da un lato c’è il ritorno alla famiglia, ai legami monogami, etero e perfettamente incastrati nella noia delle villette di periferia americane, Pillion smette di porre al centro la coppia per mettere al centro una ricerca individuale realmente libera e non vincolata, l’antitesi del mondo di possibili eternità prestabilite dell’altro. Dove Eternity lavora su un orizzonte di scelte già codificate e le avalla nel suo terribile finale, Pillion rivendica il diritto di costruirsi una forma di felicità che non deve per forza somigliare a niente di riconoscibile per chi guarda.
La tenerezza e la paura di un sentimento fanno capolino nel “giorno libero” dei due, ma non sono mai strumenti di lettura di ciò che avviene all’interno delle pratiche di dominazione/sottomissione né assist per una colpevolizzazione dello squilibrio di ruoli tra Ray e Colin. Il rapporto tra i due è asimmetrico per definizione, ma paritario nella misura in cui entrambi sanno cosa stanno firmando e su quali regole si regge il loro patto.

Non c’è spazio per il “non essere abbastanza” o per la consolidata dinamica di sottomissione al ruolo di cura, categoria classica dei drammi romantici: se mai, c’è il non essere ancora pronti a reggere il peso delle proprie fantasie. Al contrario, le coppie tra Joan (Elizabeth Olsen) e i due mariti di Eternity, che in teoria non ci suscitano lo stesso grado di pregiudizio, si scontrano molto facilmente con rapporti di forza e di sudditanza ben più profondi e problematici, travestiti da normalità.
In un’edizione del Torino Film Festival che sembra rifugiarsi spesso in cornici morali rassicuranti, un film come Pillion arriva come uno schiaffo gentile: non urla, non scandalizza programmaticamente e non impone un giudizio, ma una ricerca di un modo di stare al mondo normalizzando l’immaginario kink e queer e trattandolo come una possibilità concreta del desiderio. Mostrandoci come la sottomissione possa essere una forma di autodeterminazione e non solo di annientamento, lasciandoci così soli con i nostri (pre)giudizi.
Voto: 7
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