Wolfram – l’Australia è nata nel sangue│Recensione
Data di pubblicazione: 19/02/2026
Si respira aria di morte in Wolfram di Warwick Thornton, sequel del western aborigeno Sweet Country datato 2017.
Siamo ancora nell’Australia dei primi anni del Novecento, con il sole accecante che batte sulla terra rossa e luridi uomini bianchi inglesi pronti ad appropriarsi delle lande delle popolazioni native. La conquista dell’orizzonte però non ha nessun respiro epico, ma le forme di un serpente strisciante pronto ad iniettare veleno nell’animo di un mondo che non ammette fratellanza.
Thornton, che torna a girare ad Alice Spring dove è cresciuto, costruisce un racconto che vive di suggestioni visive e sonore incrociando l’arancione di una fotografia virata principalmente sui colori caldi al brusio martellante delle mosche, che sembrano perennemente in agguato per cibarsi dei cadaveri lasciati a marciare su rocce roventi. E si potrebbe dire che Wolfram, al di là del viaggio che compiono i tre protagonisti per ritrovare la propria madre, sia tutto qui, incastonato tra la polvere, il sudore e il sangue dei suoi personaggi, come a ribadire che – nel caso ce lo fossimo dimenticati – il mondo che conosciamo è stato eretto sull’altare della violenza.

D’altronde in questo western dalla sinfonia leoniana l’armonia tra coloni e nativi è un affare raro, ancor di più se collocata all’interno di una neonata corsa al tungsteno (Wolfram deve il suo titolo al volframio) che richiama inevitabilmente la corsa all’oro statunitense ma con un senso di povertà morale ed economica maggiore. Thornton diluisce l’andamento del film seguendo due punti di vista: da una parte il mondo visto attraverso gli occhi del meticcio Philomac (già presente in Sweet Country), dall’altra mediante quella di due bambini schiavizzati da un padre padrone per estrarre il tungsteno dai posti più inaccessibili.
Ma la prospettiva per entrambe le situazioni confluisce inevitabilmente in un fiume di violenza, giacché il loro cammino verso una libertà individuale e identitaria coincide con l’uccisione fisica e simbolica dell’uomo conquistatore. Nonostante però la molteplicità di avvenimenti – in cui riecheggiano tante situazioni prettamente ancorate al genere western – Wolfram deve la sua forza proprio alla mancata enfatizzazione delle azioni che portano avanti il film, come se Thornton celasse la normalizzazione della morte dietro l’anti-climaticità della messa in scena, intervallata qua e là da pieghe oniriche che sembrano figlie di un viaggio metafisico tra i fumi di un rito aborigeno. Persiste però anche un registro fanciullesco nei toni, raffreddamenti giocosi che hanno il sapore di piccoli sprazzi di luce in un mondo dominato dalle ombre nonostante il calore dell’orizzonte australiano.
In concorso al Festival di Berlino 2026.
Voto: 7
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