Her private hell – Neon e fragilità maschile │Recensione
Data di pubblicazione: 29/09/2026
In Solo Dio perdona Ryan Gosling lottava contro una forza inarrestabile in una Bangkok violenta e allucinata. Con quel film, che più di ogni altro simboleggia il suo stile nelle sue sfaccettature più estreme, Nicholas Winding Refn ha iniziato a dividere il suo pubblico, contribuendo inevitabilmente alla nascita di un mito.
In effetti, l’autore danese è uno dei pochi contemporanei in grado di far parlare di sé, ma davvero. In altri termini, riesce ancora a far litigare la gente, fan compresi. Non avendo ancora raggiunto – per esempio – lo status di un David Lynch, i cui spettatori ossequiano religiosamente quasi ogni sua opera (persino quando non la comprendono), il regista di Her private hell è ancora in grado di stupire la critica e il pubblico, scatenandone le reazioni più spontanee, facendosi amare e odiare.
Cannes 2026: come in ogni edizione che si rispetti, pare che molti critici siano scappati dalla proiezione della sua ultima fatica. Chissà cosa mai avranno visto in quella sala buia e spaventosa…
Her Private Hell è un’opera che, al netto dei dubbi interpretativi e di alcune stranezze, merita di essere proiettata. Ancora più che nei film precedenti, si viene catapultati in una dimensione esteticamente netta, irreale, e dunque diversa da quanto siamo abituati a vedere al cinema. La trama, per dirla come Federico Frusciante, “è semplice”: c’è un’attrice, interpretata da una magnetica Sophie Thatcher, che si ritrova in una città futuristica per recitare in un film di fantascienza un po’ kitsch, ma integrato da Refn nell’estetica – oltre che nello svolgimento – del film.
C’è poi un padre, affascinante ma moralmente inaffidabile, che dice di amare questa figlia ma che la abbandona nel momento in cui sale la nebbia. E c’è un soldato, che proprio in questa nebbia vaga alla ricerca di una figlia perduta, una bambina che non è riuscito a proteggere dall’uomo-pelle (“leather man”, in originale): una creatura evocata nei racconti, violenta e inarrestabile, che prende di mira le donne proprio quando la foschia si infittisce.
In quest’opera, Refn regala alcuni dei suoi momenti più violenti e disperati, rappresentando un mondo dove la forza e l’ardore non bastano a proteggere chi amiamo. E lo fa come sempre, ma allo stesso tempo un po’ diversamente: una fotografia ricca di neon e luci intermittenti, la violenza (gli squartamenti esasperati dell’uomo-pelle meriterebbero un discorso a sé) e ci sono quelle inquadrature intense, dolci, ferme sui volti.
Il danese, come se fosse posseduto dal fantasma di Carl Theodore Dreyer, trova sempre le espressioni adatte: poche, spesso immobili, ma giuste.
Her private hell è uno dei film più emotivi di Refn, complice anche la scelta di affidarsi quasi interamente a una colonna sonora da “vecchia Hollywood”, quindi più classica e orchestrale rispetto alle sue ultime produzioni. L’ultima opera del cineasta danese è inoltre spiccatamente horror in molti passaggi, elemento che non potrà che far piacere a molti. Ma allora, tra le luci, la nebbia e le mazzate, cosa ci vuole raccontare davvero l’autore di Bronson?
Questo nuovo tassello del suo lungo poema sulla violenza porta in superficie anche un altro tema, tutt’altro che accessorio: il fallimento della figura maschile classica.
L’uomo-paladino, qui rappresentato da un soldato abile nella lotta ed estremamente motivato nella sua ricerca dell’assassino, non è più in grado di difendere nessuno. L’uomo-paladino non funziona, nella nebbia. E questo Refn ce lo mostra con estrema lucidità. Pur compiacendosi di quell’estetica – coniata in precedenza con produzioni come Drive – NWR decide di rimodulare questo trope, non in maniera retorica, ma col puro linguaggio del cinema: la figura eroica maschile è (e resta) necessaria, ma non basta.
Her Private Hell è dunque un’opera strana, avvolgente e unica, coerente con la filmografia del regista e al tempo stesso nuova, moderna.
Eppure la gente è fuggita, i critici si sono indignati, il “caso” di Solo Dio perdona si è ripetuto.
Tuttavia, sarebbe disonesto ignorare del tutto i difetti del film. Infatti, parte di ciò che ha sempre reso il danese apprezzato nel corso della sua carriera, ossia la sua forte matrice estetica, in questo film non sempre è all’altezza delle aspettative tracciate dall’autore e dall’attesa del suo pubblico.
Inoltre, la scelta di ambientare le vicende in un contesto futuristico – reso egregiamente negli interni e nelle scene urbane – viene penalizzata da una CGI non pienamente performante, che per fortuna stona con forza solo negli establishing shot della città. In buona sostanza, il lavoro di fotografia, seppur generalmente efficace e piacevole, in alcuni momenti risulta eccessivamente “patinato”; se si somma questo effetto (già evidenziato in precedenza dai detrattori di Refn) a una CGI incerta, il rischio concreto è che – in alcuni passaggi del film – si crei quello che gli storici chiameranno “effetto Megalopolis”.
Her Private Hell risulta essere un film estremo nello stile e nei contenuti, con una chiara idea di ciò che vuole raccontare, ma che al netto del suo indubitabile valore risulterà respingente per molti: è sempre bello quando il cinema crea discussioni.
Voto: 8
Vincenzo Ferrara
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