Il mago del Cremlino – Confondere Orwell con Machiavelli│ Recensione

3.8 min read
Data di pubblicazione: 13/02/2026

Bisogna riconoscere a Olivier Assayas e a Il mago del Cremlino un’ambizione sempre più rara nel cinema contemporaneo: raccontare da dentro la stanza dei bottoni trent’anni di storia della Russia, dalla dissoluzione dell’URSS all’invasione/annessione della Crimea, da Boris Eltsin a Vladimir Putin (un magnetico Jude Law, che ruba la scena ogni volta che è inquadrato), attraverso il filo conduttore di Vadim Baranov, spin-doctor dello zar interpretato da un mefistofelico Paul Dano, che dimostra una volta di più (qualora ce ne fosse bisogno) di non essere affatto “the weakest fucking actor in the SAG”.

Pur essendo un personaggio di fantasia, protagonista dell’omonimo romanzo di Giuliano Da Empoli da cui il film è tratto (curiosamente bestseller in Francia, ma non in Italia), Baranov condivide non pochi tratti con il “vero” Vladislav Surkov, portavoce delle pubbliche relazioni del Cremlino dal 1999 al 2011 e poi consigliere speciale di Putin fino al 2020.

 

I numerosi personaggi di contorno sono anch’essi a metà tra realtà e finzione: è chiamato col suo nome Boris Berezovskij, magnate delle telecomunicazioni caduto in disgrazia dopo essersi opposto allo zar (e poi morto in esilio in Gran Bretagna in circostanze mai chiarite) presso cui Baranov inizia a lavorare come pubblicitario dopo una prima delusione amorosa, mentre quel Dimitrij Sidorov che si accaparra un conglomerato petrolifero dal valore di 5 miliardi di dollari per poco più di 300 milioni nasconde invece Michail Chodorovskij, che avrebbe poi fondato l’organizzazione anti-Putin Open Russia.

In un ruolo marginale compare anche Eduard Limonov, poeta, soldato e rivoluzionario già protagonista della straordinaria biografia romanzata di Emmanuel Carrère (nonché della deludente trasposizione cinematografica di Kirill Serebrennikov). Sono infine reali e ricostruiti con precisione molti degli avvenimenti storici che hanno segnato gli anni dell’ascesa di Putin: dalla seconda guerra di Cecenia all’affondamento del Kursk, dalla rivoluzione arancione del 2004 all’annessione della Crimea nel 2014.

Il ruolo di Baranov, voce narrante e dunque punto di vista dello spettatore sulle questioni trattate, è a metà tra l’ideologo e l’addetto alle pubbliche relazioni. Mentre gli oligarchi si sono illusi di poter controllare Putin, semisconosciuto dirigente dell’FSB (erede del KGB) all’epoca della sua nomina a Primo Ministro, Baranov si è messo da subito al servizio dello zar, e pur non condividendone sempre le scelte ha fatto di tutto per favorirne le decisioni, per un misto tra ambizione personale e un perverso spirito di servizio, migliorandone l’immagine pubblica e inglobando preventivamente ogni forma di dissenso, arruolando tra le sue fila comunisti e religiosi ultra-ortodossi, biker e studenti universitari, artisti e criminali.

 

Tutte inconsapevoli pedine della “fake democracy” messa in piedi da un uomo talmente folle (o diabolicamente geniale) da scambiare Orwell (anzi, Zamjatin) con Machiavelli.

Ai lettori confusi da questo affastellamento di nomi, date e avvenimenti, sopraffatti dall’accumulo di informazioni che il film condensa in 156 densissimi minuti, diciamo: niente panico. Andando in controtendenza rispetto a un cinema che sempre più spesso decide di raccontare i grandi personaggi tramite piccoli affreschi privati, contenuti nello spazio e nel tempo (si pensi a tutto il cinema biografico di Larraìn, che in questo ha fatto scuola) Assayas ed Emanuel Carrère, co-autore della sceneggiatura (alla quale ha contribuito come consulente anche lo stesso Da Empoli, non accreditato), riescono a restituire le contraddizioni e gli snodi di un’epoca e di dei personaggi decisivi per la nostra contemporaneità con precisione chirurgica, in un miracolo di ingegneria narrativa che ricorda i grandi della Hollywood classica.

Non è la prima volta che Assayas guarda a quel cinema: se in Sils Maria il nume tutelare era Joseph Leo Mankiewicz, per Il mago del Cremlino viene da pensare a Tempesta su Washington di Otto Preminger, altro film in cui personaggi reali si nascondevano dietro falsi nomi (il senatore del South Carolina interpretato da Charles Laughton era modellato sul McCarthy della “Caccia alle Streghe”), per la capacità di condensare meccanismi politici complessi mantenendo una chiarezza cristallina.

Se da un lato dunque il riferimento è al cinema classico americano, l’ultimo forse capace di “bastare a se stesso”, al contempo siamo tentati di leggere Il mago del Cremlino come il fuoricampo decisivo che sta dietro ad altro cinema che in questi anni ha raccontato da altre prospettive e con altri sguardi le conseguenze degli avvenimenti narrati nel film di Assayas, dal già citato Limonov di Serebrennikov a Donbass di Sergei Loznitsa, dai film di Valentyn Vasjanovic a Tesnota di Kantemir Balagov, tutte storie prospicenti ed eccentriche (sia geograficamente che nello stile) rispetto ai palazzi del potere dove venivano (e vengono) tirate le fila della Grande Storia.

Voto: 8

Articoli simili