My Wife Cries – Di sentimenti e muri di parole│Recensione
Data di pubblicazione: 20/02/2026
È un cinema radicale quello della cineasta tedesca Angela Schanelec, asciugato di ogni orpello visivo, laconico e che nella sua aderenza al realismo appare quasi surreale. Non è da meno My Wife Cries, in concorso al Festival del cinema di Berlino 2026.
Un’inquadratura fissa scoperchia un mondo governato dall’incomunicabilità: Thomas, mentre sta chiacchierando sul posto di lavoro, scopre che sua moglie ha avuto un incidente stradale. Lei rimane illesa, ma non era sola in auto. C’era l’amante – conosciuto a un corso di ballo – che muore però sul colpo. Non c’è più spazio per nascondere l’insoddisfazione coniugale, ormai rimane solo un disorientamento sentimentale che porta i personaggi a vagare per le strade come se si trovassero in un film di Antonioni.
D’altronde l’idea alla base della poetica di Schanelec è ancorata a una sensibilità autoriale figlia di un processo di rottura (l’incidente iniziale) che porta successivamente a una perdita di equilibrio e di senso. La ricerca da parte di Thomas e della moglie Carla di uno spazio comune appare impossibile, spaesante, soverchiata da un fiume di dialoghi recitati senza passione, come a privare la parola del suo significato per inseguire il mantra bressoniano secondo cui “recitare non è interpretare”.

Non è di certo un caso che durante un dialogo la voce degli attori passi gradualmente in secondo piano per lasciare alla musica di una banda di paese il compito di riempire lo spazio sonoro. Rimane, dunque, solo la possibilità di costruzione di un’altra vita – Thomas lavora in un cantiere – ma in un luogo al di là di quelli già conosciuti. Schanelec giustappone perciò il passato e il presente, alternando il ritratto di una femminilità dirompente a quella di una mascolinità priva di qualsiasi forza virile.
I momenti apicali tipici del melodramma sono completamente assenti; al loro posto emerge la banalità del quotidiano che, in questa idea di cinema, pone lo spettatore di fronte a domande che lo riguardano da vicino, proprio perché radicate nella sfera del realismo.
Ne esce un film che è una messa in luce dell’abisso socio-sentimentale del mondo di oggi, respingente ma che con il passare dei minuti appare quasi ipnotica, senza tempo e senza spazio, pur circoscritta in geometrie visive che inchiodano i personaggi al peso della loro desolazione.
Il titolo, d’altronde, era già una dichiarazione d’intenti: un atto naturale, umano, liberatorio.
Voto: 7.5
Articoli simili
Nuovelle Vague è il nuovo film di Richard Linklater, celebrazione di un movimento rivoluzionario attraverso la cronistoria della realizzazione di Fino all'ultimo respiro.
Moulin Rouge! di Baz Luhrmann torna nelle sale a 25 anni dall'uscita mostrando la profezia di un futuro-presente ipercinetico.
Dead Man's Wire racconta una storia vera tra violenza, media e populismo. Gus Van Sant riflette sull'America del 1977 e sul presente.
The Loneliest Man in Town è il nuovo film della coppia di registi Tizza Covi e Rainer Frimmel, che segue il crepuscolo della vita di Al Cook.
Destino, vendetta e inferno: l’ultimo Hosoda intreccia tragedia shakespeariana e fantasy in un’opera ambiziosa, visivamente potente ma irrequieta.
La recensione dal Festival di Berlino di Wolfram, western aborigeno sequel di Sweet Country del 2017.
Il mago del Cremlino racconta con piglio classico trent'anni di storia della Russia, dalla dissoluzione dell'URSS all'ascesa di Putin.
Hamnet - Nel nome del figlio è il nuovo film diretto da Chloé Zhao che mostra le genesi dell'opera dell'Amleto da un punto di vista femminile.
In Father Mother Sister Brother, il corpo di Tom Waits diventa metafora del cinema di Jim Jarmusch: una recita consapevole contro il tempo che passa, tra famiglie-teatro, spazi vuoti e legami che sopravvivono alla finzione.
L'agente segreto racconta una storia di spionaggio che riflette sugli strascichi sociali, economici e politici della dittatura militare brasiliana.










