It’s never over, Jeff Buckley – Essere musica│Recensione
Data di pubblicazione: 08/04/2026
Un solo album all’attivo ma una voce caratteristica e immediatamente riconoscibile, un’estensione vocale di quattro ottave, la stima dei più grandi cantanti della storia della musica e un animo estremamente bohémien che si rifletteva nei suoi testi: It’s never over, Jeff Buckley.
Diretto dalla regista Amy J. Berg, il documentario sul cantautore Jeff Buckley non lascia scontenti i fan dell’artista e allo stesso tempo incuriosisce chi non ha mai approfondito la sua produzione musicale.

Seguendo una delle più classiche linee narrative che sbrogliano gli eventi in ordine cronologico, si parte dall’infanzia di Buckley durante la quale il protagonista cresce solo con la mamma e in mancanza di un padre – il cantautore Tim Buckley – che abbandona la famiglia e sceglie di dedicarsi completamente alla sua carriera musicale.
La solitudine sarà una fedele compagna che affiancherà sempre Buckley, a partire dai primi anni di vita, caratterizzando la sua penna da cantautore e il suo distintivo tono malinconico.
“I know it’s over
and it never really began
but in my heart it was so real”
.
Ma è la musica la vera àncora di Jeff che, già da ragazzino, mostra una spiccata propensione per la chitarra e consuma un disco dopo l’altro, riproducendo anche i pezzi più complessi di esperti musicisti come Al Di Meola e i Genesis.
Nina Simone, Led Zeppelin, Nusrat Fateh Ali Khan, Bob Dylan, The Smiths, Jimi Hendrix, Leonard Cohen: la lista di artisti a cui Buckley si appassiona è lunghissima e, aperto a qualunque genere musicale, il ragazzo passa dal blues al progressive rock, va dal jazz fino ai canti sacri di musica qawwali.
Jeff Buckley non ascoltava la musica, se ne nutriva, la rendeva parte integrante del suo essere per poi digerirla e variegare i suoi componimenti con ciò che lo aveva ispirato e formato.

It’s never over, Jeff Buckley mostra un lato molto caratteristico del cantautore, e cioè il suo modo bohémien di intendere l’arte.
Nei suoi testi, sempre molto introspettivi, Buckley spingeva per un dialogo diretto con l’ascoltatore, una maniera di comunicare che premiasse la verità e la libertà creativa, andando anche contro le richieste produttive dell’epoca.
Amore distruttivo o non corrisposto, solitudine e malinconia, l’idea soggettiva di spiritualità e la fragilità dell’essere umano, tutto interpretato da una voce maschile capace di osare nei territori delle tonalità tipicamente femminili e dei falsetti anni ’70-’80.
Tutto questo non era certo al passo con i tempi del grunge dei Nirvana e dei Pearl Jam, con il britpop dei Blur e degli Oasis e, men che meno, con la musica disco che aveva iniziato a prendere piede.
Ma Buckley non era disposto a scendere a compromessi.
Anche per questo, infatti, il processo creativo con cui dava vita ai suoi pezzi era lungo e tormentato.
Da autore, doveva essere certo che si percepisse la volontà di non mettere filtri tra sé e il mondo, rimanendo coerente con la sua idea di arte e scrivendo senza forzature esterne.
È in questo contesto musicale e con queste premesse che nacque Grace, primo e purtroppo ultimo album di Jeff Buckley, opera che ha fatto storia.

Foto di copertina dell’album Grace, pubblicato nel 1994.
Iconico già a partire dalla foto in copertina (e anticonformista anche per la storia di quest’ultima), un album di rottura per le generazioni dell’epoca e che ha incantato quelle a venire, con una indimenticabile cover di Hallelujah di Leonard Cohen.
Nel suo documentario, Amy Berg non solo raccoglie interviste di famigliari e amici che sono stati vicini a Buckley in diverse fasi della sua vita, ma anche quelle di artisti che amavano il suo lavoro di cantautore ed erano impressionati dalle sue doti canore.
Sicuramente d’effetto è la dichiarazione di Robert Plant – non esattamente l’ultimo nel panorama musicale – che parla di Jeff Buckley come “una tra le migliori voci della storia della musica”.
Un plauso va anche agli intermezzi animati efficacemente inseriti nel lungometraggio, ben legati alle musiche e particolarmente evocativi per chi conosce il triste epilogo della vita del protagonista.
“Music is my mother and my father, it is my work and my rest, my blood, my compass. My love.”
.
Voto: 7
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