Ghost Elephants – Nella giungla dell’ignoto │Recensione
Data di pubblicazione: 16/11/2025
Si legge sul sito del FilmMaker Festival: “Il potere delle immagini, la prevalenza della rappresentazione sulla testimonianza, la forza della mitologia sulla realtà: con Ghost Elephants Werner Herzog riflette sul cinema documentario, interroga l’ambiguo potere dello sguardo e diverte con la sua beffarda narrazione”.
In effetti non poteva esserci film migliore per aprire il festival di cinema documentario e sperimentale che nel mese di novembre a Milano scuote, con la sua proposta, l’immobilismo estetico (“monoforma” lo chiamerebbe il regista Peter Watkins scomparso recentemente) a cui siamo soggetti tutti i giorni.
Se guardassimo al cinema come all’evoluzione darwiniana potremmo ricondurre l’origine della specie al documentario, a un modo di osservare la realtà con gli occhi della verginità dello sguardo. O, forse, a una natura primitiva. E la sensazione di trovarsi di fronte a un candore primitivo è quella che permane durante la visione del film di Werner Herzog. La sua è una missione alla ricerca di un’immagine fantasma da imprimere su celluloide – o meglio da digitalizzare – come se gli elefanti che popolano gli altopiani dell’Angola e della Namibia rappresentassero una forma di scoperta più legata al desiderio dell’avventura che a una visione rivelatoria in sé.
La narrazione del regista tedesco, come al solito ipnotica, si sposa a quella del protagonista Steve Boyes, biologo sudafricano ossessionato dagli elefanti fantasma.

Il viaggio assume presto la forma del romanzo melvilliano con Boyes a vestire gli abiti del comandante Achab e Herzog quello di Ismaele, mentre la caccia alla balena bianca si tinge del nero degli elefanti. Così come in Moby Dick anche in Ghost Elephants a interessare e affascinare è l’aspetto antropologico dei personaggi, creature umane la cui natura si immerge nel pantano della giungla africana – al contrario degli abissi del mare – rigurgitando sprazzi di istinti primitivi che pensavamo appartenessero ormai a figure del passato.
Ne esce un documentario che è una lenta esplorazione dell’ignoto in contrapposizione al raziocinio contemporaneo, dove la meraviglia novecentesca per la scoperta ha fatto spazio ad algoritmici schemi matematici.
Lo sguardo di Herzog però non è moralistico verso il presente o nostalgico rispetto al passato, ma figlio di un processo di osservazione etnologa. Eppure il respiro del documentario appare quasi appartenere a un cinema prettamente narrativo, avvicinandosi sempre più a un’idea di intrattenimento hollywoodiana privata però del candore (falsamente) puritano dell’epoca.
Werner Herzog come John Huston, sebbene l’entusiasmo per la sperimentazione formale sia ancora ancorato al cineasta tedesco che a 83 anni non sembra aver perso la sua qualità principale: la capacità di guardare al mondo con la meraviglia dell’infanzia.
Voto: 8
Articoli simili
Il labirinto di Alberto Gemmi ci porta nella spirale del cimitero militare della Futa, in un viaggio verso il mostro che lo custodisce.
“Avviso agli spettatori. Il detentore dei diritti di Alberto Giacometti ha negato il permesso di mostrare le sue opere. Per questo motivo, alcune opere saranno ...
Maja Holand firma Hex, originale documentario musicale sul gruppo metal femminile e femminista Witch Club Satan.
Il documentario di Amy Berg su Jeff Buckley, il cantautore americano che con un solo album è entrato tra i grandi della storia della musica.
Mr. Nobody against Putin mostra la vita in una scuola russa e i drammatici cambiamenti all'indomani dell'invasione dell'Ucraina.
The Loneliest Man in Town è il nuovo film della coppia di registi Tizza Covi e Rainer Frimmel, che segue il crepuscolo della vita di Al Cook.






