Anemone – La nostra eredità│ Recensione
Data di pubblicazione: 10/11/2025
Anemone si apre con una carrellata orizzontale su una serie di tavole disegnate da un bambino: un bignami dei Troubles che hanno lacerato l’Irlanda del Nord nella seconda metà del Novecento.
In questa unica raffigurazione per immagini della Grande Storia che fa da premessa dei fatti del film ci sono alcune delle vite passate di Daniel Day-Lewis: c’è l’origine dei traumi di Ray, il solitario protagonista che quella guerra l’ha combattuta per quindici anni con l’esercito britannico, e che poi dopo essere tornato a casa ha abbandonato la moglie incinta del figlio per ritirarsi come un eremita in mezzo al bosco; ci sono le ferite che hanno segnato i personaggi interpretati dall’attore nei film di Jim Sheridan, in particolare Nel nome del padre e The Boxer; e non ultima c’è una possibilità sfiorata in gioventù dallo stesso DDL, che in un’intervista a Film TV ha dichiarato che se non avesse recitato sarebbe finito a sparare per le strade di Belfast. Anche in questo senso, dunque, vanno lette le prime parole che Ray pronuncia nel film rivolgendosi al fratello Jem (Sean Bean, spalla perfetta che lavora di fino con la mimica facciale nei piani di ascolto): “la nostra eredità” è sì rappresentata da quel passato tragico che ha segnato le vite dei due fratelli, ma è anche l’indelebile cicatrice che ha marcato le esistenze di Gerry Conlon, di Danny Flynn e dello stesso Daniel Day-Lewis.
Da quando Ray è stato congedato sono passati ormai quasi vent’anni, e Brian (Samuel Bottomley), il figlio abbandonato quando era ancora nel grembo materno e che non ha mai superato il rifiuto del padre biologico, sta attraversando un momento di profonda depressione. La speranza di Nessa, la madre del ragazzo, e di Jem (che ha sposato la donna e provato a fare da genitore a Brian nell’assenza di Ray) è che un incontro con il padre possa dare a Brian la forza per andare avanti. Attorno a questa ingenua fiducia nella costruzione di un rapporto, a questa elementare speranza di ricomposizione di una famiglia che non è mai esistita, Anemone edifica il proprio nucleo emotivo e il suo motore narrativo.
L’esordiente Ronan Day-Lewis (anche autore della sceneggiatura, con il padre) cerca di mettere insieme due film sulla carta distanti: da una parte, il dramma di un ragazzo depresso della Gen Z che non ha mai conosciuto il padre, raccontato con stile forse troppo convenzionale, dall’altra un kammerspiel polanskiano (c’è anche la visione escrementizia dell’Europa come latrina dell’ultimo The Palace) costruito attorno a tre monologhi intensi e rivelatori, una confessione che diventa scontro verbale e fisico tra due attori consumati in un casolare sperduto immerso nella natura.

La Storia, rappresentata dai disegni nella prima inquadratura, trova poi spazio solo nelle parole dei protagonisti e negli oggetti che emergono dal loro passato: un’ombra oscura di cui il film è inevitabile conseguenza e prevedibile corollario. La società d’altro canto è inesistente o inutile: la scelta di Ray di ritirarsi in eremitaggio è figlia di un mondo che ha scelto di illudersi che la Storia di cui sopra fosse finita, abbandonando i superstiti, vittime e carnefici (e Ray in qualche modo li incarna entrambi), alla dannazione della memoria e del ricordo.
A scatenare gli eventi di Anemone nel qui e ora, davanti agli occhi degli spettatori, rimangono dunque la forza primitiva della natura e il legame inscindibile del sangue.
Tornato a casa dopo 15 anni di servizio nell’esercito, Ray non ha impiegato molto a capire che per convivere con le atrocità disumane consociute durante la guerra non poteva fare affidamento sull’altro, ma doveva cercare un contatto primordiale con gli elementi naturali. Allo stesso modo Anemone, muovendo da un assunto primitivo, triviale, biologico, trova la sua ragion d’essere quando nell’ultimo atto si abbandona alle forze della natura, dalla grandinata biblica a metà tra le piaghe d’Egitto e il finale di Magnolia (che ricarica di senso l’uso iterato di inquadrature dall’alto), capace di colmare la dismisura (anche in termini di valori attoriali) tra le due parti del film, al simbolismo ingombrante e sfacciato che fa da accompagnatore verso il finale.
Una scelta forse tardiva ma comunque coraggiosa, per un esordio che ha l’indubbio merito di riconsegnare al cinema uno dei più grandi attori viventi, che in questi otto anni non ha perso un briciolo del suo irresistibile magnetismo.
Voto: 6,5
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