Dead Man’s Wire – Tre giorni da cani a Indianapolis │ Recensione

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Data di pubblicazione: 01/03/2026

La sera di giovedì 11 febbraio 1977, poco prima che Tony Kiritsis (Bill Skarsgård) e il suo ostaggio Richard Hall (Dacre Montgomery) escano dall’appartamento in cui sono rinchiusi da tre giorni per andare a firmare l’accordo (farlocco) che assicurerebbe al primo 5 milioni di dollari di risarcimento e le scuse scritte della società gestita dal padre del secondo per una questione immobiliare, in televisione passa un montaggio di film con John Wayne.

Tony, in quel momento davanti alla tv, si diverte a imitare le mosse del divo, sparando con un fucile fantasma (mentre quello vero è legato al collo della sua vittima) contro nemici invisibili, nascosti tra le ombre del suo triste e spoglio bilocale. Poco dopo compare John Wayne in carne ed ossa, vestito di tutto punto, a cui è appena stato consegnato un riconoscimento (e su quale sia questo riconoscimento torneremo più avanti).

Dopo i videogiochi di Elephant, su cui tanto si scrisse all’epoca collegandoli pretestuosamente alla tragedia mostrata nel film, come se ne fossero una causa scatenante, è evidente quanto Gus Van Sant non cerchi di creare artificiosi rapporti di causa-effetto tra la violenza di cui i suoi personaggi fruiscono e quella di cui si fanno macabramente artefici. Tony non tiene Richard sotto il gioco di un fucile perché è cresciuto vedendo John Wayne sparare. Van Sant piuttosto rappresenta una società in cui la violenza è onnipresente, tanto al livello della realtà (le gesta di Tony, o dei killer di Elephant o di Nicole Kidman in Da morire, in una filmografia costellata di “storie vere”) quanto al livello della rappresentazione (romanzata, ludicizzata) della stessa. John Wayne, i videogiochi, i media, la società dello spettacolo, centrale tanto in Dead Man’s Wire quanto in Da morire, non sono la causa della violenza: sono parte inestricabile di un contesto in cui la violenza nasce, cresce e prolifera.

 

A differenza di Nicole Kidman e dei protagonisti di Elephant, Tony quanto meno ha delle motivazioni comprensibili per il suo gesto estremo: la truffa di cui è stato vittima da parte della banca gestita da M.L. Hall, padre di Richard, interpretato da un Al Pacino che con il suo corpo attoriale richiama al modello più evidente del film, ovvero Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet, uscito al cinema appena due anni prima dei fatti. Tony ha provato a giocare al gioco del sogno americano venendo mangiato da pesci più grossi di lui. A muoverlo nella sua perversa confusione tra giustizia e vendetta c’è un cocciuto senso dell’onore, per cui le scuse scritte valgono tanto quanto il riconoscimento economico del danno subito, e una amara consapevolezza: per quelli come lui non c’è spazio per una seconda opportunità.

Attenzione però, perché se Tony si è recato in banca cercando vendetta su M.L. Hall, il vero “colpevole” della situazione in cui si trova (in quel momento beatamente in vacanza in Florida), a finire con un fucile a canne mozze legato al collo è invece Richard, il figlio di M.L., che da quanto apprendiamo non ha una responsabilità diretta nella faccenda. In un film girato quasi tutto in interni, Van Sant sta vicino tanto a Skarsgard, sottolineandone l’espressione quasi indemoniata e lo sguardo tradito e arrabbiato, quanto alla sua incolpevole vittima, non parteggiando né per lo spietato capitalista che ha stritolato tra le fauci l’ennesimo incolpevole poveraccio né per il folle che tiene un uomo a portata di tiro per tre giorni per far valere le sue ragioni.

Le parti di Tony le prende invece il pubblico di Indianapolis, prima chiamando il crooner Fred Temple (Colman Domingo) per esprimere solidarietà, e poi presentandosi in massa al processo (in cui, spoiler, Tony verrà assolto per infermità mentale) con striscioni e manifesti. Dead Man’s Wire è quindi anche un film che trasla nel passato e fotografa un preciso sentimento populista che sta caratterizzando l’ultimo decennio di politica americana (e non solo). Non riteniamo casuale, a questo proposito, che il riconoscimento ritirato da John Wayne non sia un Oscar, ma il People Choice Award, un premio a suffragio popolare istituito poco prima degli eventi e che nel 1977 era giunto alla terza edizione. Un riconoscimento dal basso quindi, proprio come quello di cui stava godendo Tony in quegli stessi giorni mentre veniva osannato dai cittadini di Indianapolis che chiamavano in radio, in una sorta di prodromo della dinamica da social network.

 

La storia vera su cui si basa Dead Man’s Wire non era forse tra le più ricordate recentemente, eppure all’epoca dei fatti fece molto scalpore: la foto sopra riportata venne scattata proprio la sera dell’11 febbraio 1977, e valse al fotografo John Blair addirittura il premio Pulitzer. Se quindi il cinema è, ancora una volta in questa stagione, dopo La voce di Hind Rajab, il setaccio per separare dal rumore di fondo e sottrarre all’oblio (o alla memeificazione) un’immagine significativa e (ri)donarle centralità, traendone una storia esemplare, va sottolineato come al momento delle riprese (e della stesura della sceneggiatura) nessuno sapeva chi fosse Luigi Mangione, e Trump non era ancora stato rieletto presidente.

Non si tratta di capacità divinatoria, quanto di abilità di cogliere i nervi scoperti di un momento storico prima che questi si manifestino nelle loro versioni più tragiche e sguaiate: anche questa è una delle prerogative dell’arte.

Voto: 7,5

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1h 45m
2025-10-25
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