Eddington – American sniper│ Recensione
Data di pubblicazione: 21/10/2025
Eddington è una cittadina immaginaria immersa nel deserto degli Stati Uniti. Un po’ come lo era la Vineland nata dalla penna di Thomas Pynchon, opera con cui il nuovo film di Ari Aster condivide la caricatura postmoderna dei personaggi nonché l’ambizione nel voler tratteggiare un’epopea riconducibile al Grande Romanzo americano.
Tra Vineland e Eddington c’è una differenza di coesione interna abissale – anche se parlare di coesione in riferimento alla scrittura di Pynchon può risultare ossimorico – eppure le due cittadine presentano tratti molto simili. Forse perché tra gli anni ‘80 di Reagan e quelli trumpiani del nuovo decennio non c’è poi così tanta differenza. Cambiano i mezzi di comunicazione, prima c’era la tv ora i social, ma il nostro amorale bisogno di protagonismo rimane intatto. Così come Beau ha paura era un film-cervello figlio del narcisismo del suo protagonista e Midsommar un horror sull’incapacità di provare empatia, Eddington si rivela essere il naturale proseguimento del percorso del suo autore.
La lotta per governare la cittadina tra il reazionario sceriffo (Joaquin Phoenix) e l’uscente sindaco fake-liberal (Pedro Pascal) assume, dunque, lo spessore identitario di un bignami di scenette da social comparabili al doom scrolling contemporaneo. Un conflitto che è una farsa, un oggetto da sberleffo che parla la lingua odierna fatta di slogan senza mezze misure, in cui è l’eccesso a essere richiesto e non più la sfumatura. E il conseguente registro adottato da Ari Aster in fase di scrittura è il grottesco, a un passo dal comico, dove il riso provocato è crudele e senza punti di riferimento perché a essere bersagliati sono tutti i personaggi del film, nessuno escluso.
L’oggetto di scherno più grande però è l’ideologia che appartiene allo spettatore convinto di essere dalla parte della verità, che spesso ostenta una superiorità morale scevra da ogni ragionamento socio-culturale.

A ragione Eddington è stato definito un western contemporaneo, perché del genere americano per eccellenza ne rispetta i codici adattandoli al nostro tempo. Seppur con un’ambizione che spesso cede il passo a una mancanza di ritmo e divagazioni inutili – per esempio il segmento che riguarda il guru interpretato da Austin Butler – il macro tema del superamento del confine (di contea o di distanziamento sociale) per una appropriazione capitalistica in nome del progresso è perfettamente ancorato all’orizzonte morale di Eddington.
Si ritorna al Homo, Homini, Lupus che è, come sempre, una lotta tra poveri dove a imperare e vincere apoditticamente è la rincorsa al Capitale. Una rincorsa perpetuata da persone a cui però non si sa dare un’identità precisa – chi innesca la carneficina a fine film? – come se la loro forma mutasse in relazione ai nostri comportamenti, un’intelligenza artificiale innestata da una messa in scena continua.
Il gesto del filmare (shoot) in Eddington assume più che mai, dunque, il ruolo di un’arma (shoot) pronta a uccidere, ma a essere conquistati sono spazi digitali inafferrabili composti da bit e non più le lande di un ovest una volta sconosciuto. Il sangue, però, continua a essere sparso.
Voto: 7
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