Hamnet – Nel nome del figlio│Recensione
Data di pubblicazione: 10/02/2026
È sdraiata alle pendici di un enorme albero, Agnes, ninfa della foresta che comunica con un falco e compone medicine con l’antica arte dell’alchimia. Lei, che rigetta ogni sguardo maschile, sa che non è destinata alla vita casalinga alla quale sono costrette le sue coetanee. Agnes non ha fiducia negli uomini fino a quando non incontra William, cantore come Orfeo di poesie e drammi, che la seduce con delicatezza carpendone la sensibilità per la bellezza dei doni di madre natura.
È una storia d’amore quella messa in scena da Chloé Zhao in Hamnet che, alla fine, si trasforma in tragedia. Eppure, la passione vorace che sembrerebbe appartenere ai due protagonisti è poco palpabile e schiacciata sotto il peso di un simbolismo goffo figlio dell’urgenza della regista nel cercare un relativismo cosmico che guarda al cinema di Terrence Malick con maldestra frettolosità.
Le ellissi temporali presenti in Hamnet non mostrano i segni degli anni che passano con la conseguenza che la passione di un’amore proibito e quella di un dolore immenso appaiono come meri ingranaggi di un meccanismo narrativo che corre, ben poco oliato, verso la costruzione della tragedia che ha portato alla scrittura dell’Amleto.
Come se il film di Chloé Zhao appartenesse alla pratica sempre più diffusa di uno scrolling impetuoso di immagini senza spessore identitario – ma belle da vedere – per arrivare al momento emotivamente centrale.

Così, come nel cinema d’autore di questi tempi (A Ghost Story, Here, Sentimental Value), a mostrare i segni dei fantasmi dello scorrere del tempo è la casa, un luogo domestico che nasconde dentro di sé incubi e gioie ma che impone anche calma e capacità di osservazione. Se però ad abitare la casa sono immagini e sequenze portate a un’esasperazione a tratti parossistica (la scena del parto gemellare) l’ambiente privato si rivela essere solo un mero strumento che consente a Chloé Zhao di trasferire il dramma da un condizione, appunto, “privata”, verso una maggiormente collettiva che assume la funzione di rito per risignificare tale evento.
Un modo per esorcizzare il trauma e renderlo tangibile attraverso l’arte, che però rivela lo spazio scenico della casa quale elemento di finzione, accomunabile quindi a un palco da teatro.
E, a ben vedere, i momenti più riusciti in Hamnet appartengono proprio alla rappresentazione teatrale dell’Amleto che conferma però come molti dialoghi recitati nella prima parte siano stati scritti esclusivamente in funzione dell’atto finale. Il film, dunque, appare cerebralmente calcolato, però nondimeno efficace.
Voto: 5.5
Articoli simili
Mr. Nobody against Putin mostra la vita in una scuola russa e i drammatici cambiamenti all'indomani dell'invasione dell'Ucraina.
Nuovelle Vague è il nuovo film di Richard Linklater, celebrazione di un movimento rivoluzionario attraverso la cronistoria della realizzazione di Fino all'ultimo respiro.
Moulin Rouge! di Baz Luhrmann torna nelle sale a 25 anni dall'uscita mostrando la profezia di un futuro-presente ipercinetico.
Dead Man's Wire racconta una storia vera tra violenza, media e populismo. Gus Van Sant riflette sull'America del 1977 e sul presente.
The Loneliest Man in Town è il nuovo film della coppia di registi Tizza Covi e Rainer Frimmel, che segue il crepuscolo della vita di Al Cook.
Destino, vendetta e inferno: l’ultimo Hosoda intreccia tragedia shakespeariana e fantasy in un’opera ambiziosa, visivamente potente ma irrequieta.
La recensione dal Festival di Berlino di My Wife Cries della regista tedesca Angela Schanelec.
La recensione dal Festival di Berlino di Wolfram, western aborigeno sequel di Sweet Country del 2017.
Il mago del Cremlino racconta con piglio classico trent'anni di storia della Russia, dalla dissoluzione dell'URSS all'ascesa di Putin.
A 36 anni dall’uscita, Pretty Woman rivela una riflessione su sguardo, classe e visibilità, oltre la commedia romantica, tra corpi esposti e finale sospeso.










