Il caso 137 – La polizia può sparare│Recensione
Data di pubblicazione: 20/04/2026
L’IGPN (Inspection générale de la police nationale francese) è un organo statale che ha il compito gravoso di indagare e giudicare i crimini che la polizia francese compie. Durante una manifestazione organizzata dai Gilet gialli nel dicembre del 2018, un ragazzo viene gravemente ferito alla testa al seguito di un – presunto – scontro con degli agenti in borghese.
Il caso, nominato 137, arriva a Stéphanie Bertrand (Léa Drucker), ispettrice della IGPN che cerca di far luce sul grave avvenimento destreggiandosi tra una burocrazia asfissiante, le resistenze e gli sguardi giudicanti dei colleghi delle altre sezioni. Come già avvenuto per La notte del 12, Dominik Moll mostra come nel mondo contemporaneo iperconnesso a venir meno è la certezza di una verità univoca, seppur supportata da una affastellamento di immagini che dovrebbero escludere qualsiasi forma di elusione di responsabilità. Le telecamere di sicurezza a ogni angolo, supportate dalle fotocamere dei telefoni che ognuno di noi possiede, sembrano non bastare: di fronte all’evidenza a contare veramente è, come sempre, il potere mediatico che detiene chi governa l’opinione pubblica.
Così Stéphanie si trova a muoversi in un pantano burocratico che ha le forme di una giungla fittissima composta da verbali di polizia, atti giudiziari, mail, telefonate, registrazioni che scompongono gli avvenimenti rendendo il lavoro di indagine pari a quello di un archeologo che scava in un terreno friabile pronto a crollare.

A differenza del precedente film del cineasta francese, Il caso 137 appare dunque maggiormente politico, un poliziesco dal ritmo serrato che mescola il cinema di Sidney Lumet (Serpico) a quello di impegno civile à la Costa Gavras. A essere oggetto di indagine non è però solo il caso del ragazzo sfigurato, ma l’intero organo di polizia. Moll non prende una posizione dogmatica, ergendosi con sguardo giudicante al di sopra di ogni parte, ma mostra bensì le cause da cui poi deriva ogni azione.
Se la manifestazione da pacifica diventa violenta di chi è la colpa? Mancanza di personale addestrato o comportamento irresponsabile dei soggetti coinvolti?
Ogni punto di vista rivendica e difende la propria verità, affidando alle immagini e, ça va sans dire, al cinema il compito di consentire allo spettatore di formarsi un’opinione secondo la propria coscienza politica. Oppure, ed è la direzione a cui stiamo andando rovinosamente incontro, ci basta piegare la testa perdendoci nel marasma di video di gattini sui social, anestetico ideale del dolore e della nostra indignazione popolare.
Voto: 7.5
Articoli simili
La recensione di Yellow Letters, Orso d'oro a Berlino che indaga il rapporto tra arte, privato e politico nella Turchia di Erdogan.
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick torna nelle sale a 27 anni dall'uscita interpretando il desiderio maschile come schema reiterato.
Recensione di Resurrection, una commovente messa in requiem per il cinema sotto forma di un viaggio visionario tra i generi.
La recensione di Lo straniero, il nuovo film di François Ozon che rilegge il capolavoro di Albert Camus secondo una nuova prospettiva.
Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme torna nelle sale a 35 anni dall'uscita proponendosi come riflessione sul potere dello sguardo.
La recensione di The Drama, il nuovo film di Kristoffer Borgli: identità, immagine e crisi nella società digitale contemporanea.
Nuovelle Vague è il nuovo film di Richard Linklater, celebrazione di un movimento rivoluzionario attraverso la cronistoria della realizzazione di Fino all'ultimo respiro.
Moulin Rouge! di Baz Luhrmann torna nelle sale a 25 anni dall'uscita mostrando la profezia di un futuro-presente ipercinetico.
A gambe levate, via dalla Mietitrice, calcolando ogni passo. Ma se mancasse, a questa trama, la terra da sotto i piedi?
Dead Man's Wire racconta una storia vera tra violenza, media e populismo. Gus Van Sant riflette sull'America del 1977 e sul presente.










