Il labirinto – L’importanza del confronto col minotauro│Recensione

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Data di pubblicazione: 28/06/2026

Esistono luoghi in cui la Storia sembra essersi sedimentata nella pietra e il cimitero militare germanico della Futa è uno di questi: oltre trentamila soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale riposano lungo una spirale arroccata sul crinale dell’Appennino, in un’opera architettonica che da monumentalità celebrativa si trasforma in percorso personale diretto ad affrontare il lato peggiore dell’essere umano.

È da questo spazio che il regista Alberto Gemmi parte per costruire Il labirinto, documentario che si allontana da un classico racconto storiografico e si rivolge piuttosto al modo in cui i luoghi continuano a produrre memoria e, allo stesso tempo, a interrogare il presente.

 

Percorriamo lentamente la spirale del sacrario mentre vediamo alternarsi immagini contemporanee, materiali d’archivio e le prove della compagnia teatrale Archivio Zeta che, da oltre vent’anni, porta in scena spettacoli all’interno del cimitero. Cinema e teatro si intrecciano e finiscono così per contaminarsi reciprocamente: la finzione della rappresentazione si inserisce nel reale, non interrompendolo bruscamente ma rendendolo più leggibile, come se i testi di Kafka, Mann e della tragedia greca classica riuscissero a dare voce a ciò che il luogo custodisce silenziosamente da oltre 80 anni.

Il documentario richiama esplicitamente il mito di Arianna e di Teseo, invitando lo spettatore a inoltrarsi in un percorso il cui centro non coincide soltanto con la memoria della guerra, già di per sé ricordo terribile, ma con qualcosa di più inquietante. Il mostro custodito nel cuore del labirinto non appartiene al passato: è il riproporsi continuo della violenza, dell’odio e delle dinamiche che hanno reso possibile la tragedia del Novecento e quella a noi contemporanea. Il viaggio è a tutti gli effetti una presa di coscienza e ci ricorda che la Storia è sì ciclica ma brava abbastanza da non tornare mai identica al passato: si camuffa, trova sempre nuove forme, linguaggi e scenari per non farsi riconoscere.

Ed è proprio per questo che serve misurarsi faccia a faccia con lei, col suo (il nostro) lato oscuro, per vederla svestita, senza maschere, e provare a riconoscerla ad ogni suo ritorno con in dosso nuovi costumi. Il vero filo di Arianna non conduce fuori dal labirinto, ma dentro di esso. L’incontro con il mostro è inevitabile e, soprattutto, indispensabile.

“C’è un solo modo per distruggerlo: accoglierlo”
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Solo riconoscendo ciò che ci turba – le responsabilità dei Paesi e dei singoli individui, la persistenza della violenza, le zone d’ombra della memoria – è possibile impedire che questo torni a manifestarsi sotto nuove forme.

 

Il labirinto è dunque una riflessione sul presente.
Attraversare quella spirale significa interrogarsi su ciò che siamo disposti a ricordare e, soprattutto, su ciò che continuiamo a ripetere senza accorgercene. Perché il mostro non appartiene soltanto alla Storia, ma continua a nascondersi nelle pieghe del nostro tempo.

Gemmi sceglie una regia misurata, paziente, che lascia parlare i paesaggi e i corpi. Il ritmo contemplativo può risultare impegnativo, ma appare coerente con la volontà di trasformare il documentario in un’esperienza di osservazione. Lo spettatore è chiamato a sostare, a orientarsi, a perdersi; si lascia che sia lui stesso a trarre le conclusioni, senza dargli troppi suggerimenti sulla direzione da prendere.

Per molti italiani il sacrario della Futa è stato a lungo un posto di difficile accettazione, una presenza scomoda, estranea. Il labirinto di pietra rappresenta la materializzazione della memoria e il teatro prova costantemente a riattivarla, rendendola più accettabile e comprensibile, facendone emergere l’universalità.

“Riusciamo a edificare la sventura rendendola pietra”
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Il monumento diventa mezzo per comprendere il peso simbolico, interrogando il modo in cui il dolore collettivo viene inizialmente fissato nello spazio e nel tempo, per poi liberarsi da questi limiti e restituire il suo significato alle generazioni successive.

Se il sacrario prova a organizzare la memoria attraverso l’architettura, a dare all’incomprensibile una forma più razionale, è il terreno circostante che ribalta tutto, mettendo l’architettura in crisi. La scoperta periodica di nuovi resti umani ricorda che nessuna costruzione simbolica può esaurire il trauma della guerra.

“È come se la terra ancora fumasse”
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Il gesto teatrale non cancella la Storia, anzi, la amplifica.
Il soldato morto diventa una figura universale non perché perde la propria specificità, ma perché la sua condizione di corpo esposto alla violenza storica si ripete al di là dei secoli e dei confini geografici. La Futa non è allora soltanto un luogo della memoria europea, ma uno spazio in cui la guerra viene osservata nella sua dimensione antropologica.

Definire il sacrario “rappresentazione della nostra epoca” significa riconoscere che la sua funzione non è solo commemorativa ma anche profondamente contemporanea, costringendo lo spettatore a confrontarsi con l’idea che la storia non sia mai soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che continua a produrre effetti nel modo in cui guardiamo il presente.

Presentato in anteprima mondiale alla 22esima edizione del Biografilm Festival, in concorso nella sezione Biografilm Italia, Il labirinto verrà distribuito in sala da OpenDDB entro la fine del 2026.

Voto: 6.5

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