L’agente segreto – Città fantasma │Recensione
Data di pubblicazione: 29/01/2026
Il cinema e la produzione di immagini rappresentano un archivio storico fondamentale per conoscere e comprendere il progresso del tessuto socio-culturale di un Paese. Kleber Mendonça Filho nel documentario Picture of Ghosts indaga, come se stesse usando una moviola, il peso specifico che ha esercitato il tempo sull’architettura della sua città natale, Recife, con un risultato a tratti sconcertante: la verticalità dei palazzi ha sostituito lo sguardo a perdifiato sull’orizzonte dell’oceano, i sottoboschi periferici abbandonati a loro stessi e i cinema – un tempo veri e propri templi – privati dalla loro centralità culturale.
Nel documentario l’uso delle immagini d’archivio penetra il presente come se i fotogrammi fossero fantasmi erranti in un mondo composto da algidi bit che poco hanno a che fare con la carnalità della celluloide.
Ed è con Picture of Ghosts che dialoga L’agente segreto, il film che è valso a Kleber Mendonça Filho il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 2025. Anche L’agente segreto si può considerare una “Picture of ghosts” dato che lo spazio in cui è ambientato appartiene a un passato cancellato dalla memoria, come rivela il bellissimo finale.
Siamo nel Brasile degli anni ‘70, la dittatura militare minaccia ogni dissidente di sinistra, Josef Mengele è a piede libero e Lo Squalo di Steven Spielberg terrorizza gli spettatori dei cinema di Recife. Qui Armando, un tempo ricercatore universitario, si nasconde sotto falso nome grazie all’aiuto della straordinaria Dona Sebastiana da due sicari che lo vogliono morto. Una storia, dunque, di spionaggio, feroce come un noir americano degli anni ‘70 – l’influenza del cinema di serie b a stelle e strisce è palpabile – ma politica come un thriller girato da William Friedkin.

Appare però evidente che il pretesto del film di genere – a partire dal titolo – sia il passepartout per il regista per affrontare il valore del ricordo inteso come scatola magica da cui estrarre testimonianze documentate, racconti di fantasia – con tanto di gustosissima sequenza da cinema di serie Z – e riflessioni malinconiche su uno stile di vita che non potrà esistere più. Kleber Mendonça Filho, d’altronde, filma Recife con lo sguardo vergine di chi quei luoghi (stazioni di polizia, cinema, bar) li ha vissuti con gli occhi esuli dal pragmatismo che può appartenere alla disillusione dell’età adulta. Ed ecco che il cinema e la sala cinematografica torna a ricoprire il ruolo sacrale di tempio, uno spazio in cui chiedere protezione o liberarsi dagli incubi prodotti dalla violenza delle strade.
L’agente segreto però non è un film da iscrivere banalmente al postmodernismo coeniano o tarantiniano, ma a spettri del cinema documentario interessato più a indagare il passato attraverso l’uso di un archivio di giornali, fotografie, film, locandine e vestiti inseriti nella messa in scena con piglio giocoso e al tempo stesso teorico. Una wunderkammer da abitare in cui si può osservare una tesissima e brutale storia di repressione politica, una riflessione sul tessuto urbano della città e sull’influenza del cinema come macchina di produzione di immagini destinate a segnare la collettività.
E non è un caso che L’agente segreto inizi con un cadavere lasciato bellamente a marcire, abbandonato all’indifferenza generale. In quella scena, che sembra racchiudere il senso del film, viene scoperta la cicatrice di un Paese martirizzato sotto i colpi della dittatura brasiliana che ha agito privando del ricordo dei propri cari milioni di persone alla luce del sole, nella noncuranza politica.
E in una foto sul giornale di un altro cadavere, questa volta però il colpo verso l’emotività dello spettatore è brutale, i fatti di cronaca lasciano spazio a una tragica realtà che si ripercuote ancora oggi sul mondo.
Voto: 8.5
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