Marty Supreme – Frenetica ambizione americana | Recensione

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Data di pubblicazione: 01/12/2025

Al 43° Torino Film Festival la “proiezione a sorpresa” non era affatto un segreto: da giorni girava la voce che sarebbe arrivato Marty Supreme, nuovo film A24 diretto da Josh Safdie e interpretato da Timothée Chalamet.

L’evento grosso, quello che riempie il Cinema Massimo e catalizza nove giorni di chiacchiere: una di quelle opere – e anteprime – davvero importanti per l’anno cinematografico che un po’ era mancata a questa quarantatreesima edizione. Non è solo una proiezione speciale: è il primo lungo di finzione che Safdie firma senza il fratello Benny dopo il successo di Uncut Gems, ed è anche il progetto più costoso della storia di A24, con un budget stimato fra i 60 e i 70 milioni di dollari.

Il trailer di Marty Supreme di Josh Safdie.

 

Nella New York dei primi anni Cinquanta Marty Mauser è il classico protagonista sregolato, ingegnoso e talentuoso: fenomeno del ping pong, guadagna scommettendo su se stesso nei locali fumosi, cercando di scappare dal negozio di scarpe del padre per diventare famoso grazie al tennistavolo, uno sport che sogna di trasformare in un baluardo americano nel mondo. Un underdog convinto che la sua ossessione possa diventare mito nazionale.

Sin dall’incipit di Marty Supreme capiamo quale sarà la colonna portante del film: l’ambizione, la prevaricazione, la ricerca del successo. Infatti il proiettile-pallina che nuota in mezzo agli spermatozoi che vediamo all’inizio è la perfetta rappresentazione dell’ambizione di Marty: un “tutti contro tutti” primordiale in cui vince solo chi arriva primo, in cui o si è prede o predatori, in cui o si vince o si muore. Non esistono vie di mezzo. È un’apertura che mette subito in chiaro la direzione: un film sull’American Dream, su quanto l’ambizione – forse il sentimento più americano che esista – possa diventare una religione personale.

Attorno a lui ruota una schiera che incarna, pezzo per pezzo, l’ascensore sociale USA. C’è la famiglia Mauser, che cerca di tenerlo ancorato alla piccola soddisfazione che si è costruita con il negozio di scarpe del padre: loro sono l’ambizione mancata, o forse rientrata. C’è la femme fatale Kay Stone (Gwyneth Paltrow), diva hollywoodiana che diventa oggetto del desiderio e porta d’accesso al mondo del cinema e del denaro, insieme all’industriale Milton Rockwell (Kevin O’Leary), incarnazione perfetta del grande capitale che fiuta l’affare e prova a trasformare Marty in un marchio, convinto di poter controllare tutto e tutti.

Loro sono l’ambizione fallita e quella riuscita.

Gwyneth Paltrow, femme fatale di Marty Supreme, nei panni di Kay Stone.

 

Ci sono poi tutte le figure che si muovono in questo sottobosco newyorkese di espedienti e sofferenze: il compagno di truffe Wally (Tyler Okonma, cioè Tyler, The Creator), il malavitoso Ezra (Abel Ferrara) e Rachel (Odessa A’zion), l’amore di gioventù, l’unica davvero in grado di seguirlo nella sua frenetica spirale.

È un universo che dialoga in modo diretto con il cinema dei Safdie a cui siamo abituati e che ci permette plasticamente di capire dove iniziava il contributo dell’uno e dell’altro. In Marty Supreme, come in Good Time, The Pleasure of Being Robbed o Uncut Gems, vediamo di nuovo un uomo che corre senza fiato verso qualcosa che probabilmente lo distruggerà: una spirale in cui l’ambizione conduce poco a poco nell’alienazione, in cui a ogni iterazione ci si ritrova sempre più invischiati e senza vie d’uscita mentre Marty corre in una New York fatta di corridoi, retrobottega, piccole stanze stipate di corpi e voci.

Ma dove Connie Nikas e Howard Ratner sembravano mossi da un’urgenza di salvezza che travolgeva lo spettatore attraverso le loro vicissitudini, in Marty Supreme l’unico faro è la più americana delle ragioni di vita: l’ambizione. Marty non vuole sopravvivere, vuole diventare il più grande di tutti in uno sport che nessuno prende sul serio. E l’ambizione, qui, è la vera dipendenza.

La corsa a perdifiato di Marty Mauser in tutto Marty Supreme.

 

Sul piano formale è tutto esattamente dove ci aspetteremmo in un film dei Safdie: Darius Khondji (con cui avevano già collaborato in Uncut Gems) torna a lavorare su pellicola 35mm, sporcando l’immagine con riflessi, neon, luci sovraesposte che emergono in mezzo a masse di fumo e persone, in ambienti angusti e senza cielo. Quest’immagine retrò ma avvolgente, giustamente sporca e polverosa, è attualizzata dal montaggio firmato da Safdie stesso e da Ronald Bronstein, che risulta febbrile, senza un secondo di respiro o di distensione: una spirale continua che si autoarrovella, fatta di stacchi continui, ellissi brusche, una sensazione costante di essere trascinati dentro la discesa senza vie di fuga di Marty.

Per due ore e mezza non si respira: Marty Supreme è un vortice di partite, debiti, scommesse, truffe, menzogne, promesse mai mantenute, nuove “ultime chance” afferrate e buttate nel giro di poche scene. Un misto di ansia, asfissia e circolo vizioso che rendevano così ipnotici i lavori precedenti dei due autori ex-mumblecore (The Pleasure of Being Robbed, Daddy Longlegs, corti e medi su New York, ecc.); ma l’impianto narrativo in cui questa energia si muove è molto più riconoscibile: ascesa, caduta, possibile redenzione, famiglia come approdo finale, sogno americano che ti illude e poi ti chiede il conto.

La stessa forma, ma applicata a qualcosa di molto più banale. A differenza di Good Time e Uncut Gems, qui l’oscurità è spesso alleggerita da una vena comica che sembra quasi depotenziare l’impianto tragico o critico rispetto al mondo del film. Laddove anche la risata era coerente nei film precedenti ora ci troviamo quasi a essere sollevati dai momenti di humor di Marty Supreme, unica via di fuga – ma non di respiro.

Marty in tutta l’ostentazione e la sicurezza che permeano Marty Supreme.

 

Mentre l’esordio in solitaria di Benny Safdie era mediano, quasi pudico nel suo stare addosso al dolore e alle sconfitte del protagonista –  un cinema meno isterico, più umanista, che privilegiava l’intimità, la psicologia e la fatica quotidiana – Marty Supreme fa esattamente il contrario: recupera la caoticità, la spirale che si autoalimenta, ma la appiccica a un racconto che sembra il più canonico dei rise and fall sportivi.

Laddove The Smashing Machine provava a capire cosa c’è dietro le cadute, lavorando sui corpi e sulla fragilità come materia quasi politica, Marty Supreme resta molto più fissato sulle azioni: su quanto Marty sia determinato, su quanto continui a rilanciare anche quando è evidente che non dovrebbe più farlo, su quanto sia incapace di fermarsi. È come se la componente di Josh Safdie fosse quella meno introspettiva e più legata al dispositivo, alla corsa, all’American way of life.

Il problema è che, per quanto Marty sia sempre in movimento, il film resta spesso bloccato dentro uno schema che dopo un po’ diventa prevedibile. Non ci si annoia mai, perché il respiro affannoso è di fatto la forma stessa di Marty Supreme: ma a un certo punto si inizia a intuire il ritmo con cui arriveranno le nuove disgrazie, i nuovi tradimenti, le nuove occasioni fallite, come se il vortice non avesse più davvero sorprese da offrire. È una spirale che gira velocissima, ma non sempre verso il basso: a volte dà solo l’impressione di tornare nello stesso punto.

Marty, in mezzo a tutto questo, è un protagonista volutamente respingente. Non è né lo sfortunato incolpevole, né il genio per cui si prova automaticamente empatia: è un logorroico narcisista pieno di talento, ma ancor più convinto di averne, certo che il mondo gli debba qualcosa e capace di usare tutto e tutti come trampolino per i suoi scopi.

La brama di notorietà e lusso incarnata in una delle immagini più spoilerate di Marty Supreme.

 

Timothée Chalamet sembra trovarsi nel contesto perfetto con la sua sfacciataggine e sicurezza di sé: il film vive ed è specchio del suo protagonista, un personaggio sempre in bilico tra magnetismo e irritazione. L’attore regge il film senza fatica e si sente chiaramente la sua volontà di diventare il volto riconoscibile di una generazione anche attraverso ruoli di questo tipo, isterico, sempre un po’ sopra le righe – qualcosa che Benny Safdie, in The Smashing Machine con The Rock, era riuscito completamente ad azzerare, facendo sparire l’attore dietro al personaggio.

Lo sport, paradossalmente, è la parte meno memorabile. Il ping pong – fino al match finale – ha pochissimo impatto iconico, e anche il rapporto tra le partite e il resto delle vicende del film, classico espediente da sport-movie, sembra piuttosto labile. Quasi come se il tennistavolo servisse più a misurare la testa di Marty che a costruire un vero immaginario sportivo: da un lato la sua ossessione personale, dall’altro il rivale giapponese che è già il simbolo di un intero paese in cerca di rivalsa, che il protagonista invece vorrebbe essere. L’idea interessante, ovvero il ping pong che da sogno di supremazia americana diventa territorio di riscatto altrui, resta purtroppo solo accennata.

Molto più riuscito è il lavoro sulle classi e sui gradini dell’ascensore sociale. Da una parte c’è la famiglia Mauser: il padre, con il suo piccolo negozio di scarpe, rappresenta l’idea di fermarsi nella tranquillità, costruire qualcosa di concreto e basta. Dall’altra il sottoproletariato di truffatori, criminali e scommettitori in cui Marty sguazza, fatto di bar, stanzini, retrobottega e favori restituiti a metà. Più in alto ancora il mondo di Kay Stone e Milton Rockwell, dove si vedono il vero potere, la fama e il lusso che il protagonista brama. È una mappa delle classi molto chiara, ma Marty Supreme non affonda mai davvero il colpo sul piano politico: preferisce restare nel registro del sogno di mobilità, dell’idea che, in un modo o nell’altro, ci sia sempre un gradino più in alto da raggiungere se hai abbastanza faccia tosta e ambizione.

Il film mette in scena il continuo muoversi di Marty a cavallo tra questi tre piani, ma la traiettoria è sempre la stessa: attaccarsi a qualcuno e sperare che lo porti più in alto e non più in basso, in caso contrario lasciarlo subito. Quando sembra che la soluzione sia salire sul vagone di Kay e Milton – farsi sponsorizzare, diventare l’americano di copertina, mettere da parte l’ego per arrivare – l’atto di rottura di Marty ribalta di nuovo il tavolo: la rivalsa, a quel punto, non è più salire di piano, ma rifiutare la cornice che – aspetto fondamentale – aveva già comunque perso.

Rachel, interpretata da Odessa A’zion, una delle sorprese più positive di Marty Supreme.

 

In questo quadro la figura di Rachel funziona come contraltare silenzioso. È un Marty senza ambizione: usa la stessa grammatica di sopravvivenza, ma per restare a galla, non per scalare. È la dimostrazione concreta che quella spirale di bugie ed espedienti potrebbe anche essere declinata verso il “restare vivi” invece che verso il “diventare il più grande di tutti”. E rende evidente che Marty non è vittima di un destino, ma dell’esaltazione della propria ambizione.

Se per l’arco narrativo di Rachel il finale è assolutamente coerente, il problema è che, dopo essere sceso nella spirale dell’ambizione, Marty Supreme torna in una zona di comfort molto riconoscibile: la redenzione passa dalla famiglia trovata, dal “tornare a casa” con una forma più piccola, ma più sincera di felicità, delegittimando tutta la spinta e l’interessante caduta che aveva mosso fino a quel punto. Non è una posizione scandalosa, anzi è estremamente americana, ma depotenzia un po’ tutta l’operazione.

Marty Supreme è il progetto A24 più costoso di sempre e il film in cui si vede meglio dove sta andando la casa: marchio estetico fortissimo, talvolta un po’ modaiolo, scelta di autori riconoscibili e volti noti prestati a un cinema che ormai di indipendente ha poco o nulla, un cinema fatto per far parlare di sé e restare “memorabile”, forse più nelle intenzioni che nel suo linguaggio.

In questo senso va anche la colonna sonora di Daniel Lopatin che si appoggia su una base ultra pop: Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears, Forever Young degli Alphaville, I Have the Touch di Peter Gabriel, The Order of Death dei Public Image Ltd e altre hit iper riconoscibili trasformano ogni sequenza in un accumulo di stimoli, tra nostalgia sonora e bombardamento pop.

 

Nel contesto del Torino Film Festival, la proiezione segreta curata da I Wonder Pictures è anche la prova concreta del peso crescente della distribuzione di Andrea Romeo all’interno della rassegna: sala piena, presentazione di tutto il palinsesto I Wonder e film-evento in esclusiva. Nonostante sia un percorso già iniziato da tempo è sempre più palese il doppio filo che lega la distribuzione bolognese e il festival torinese, sperando che non si invertano le parti, ma per adesso Marty Supreme diventa quasi automaticamente “il” film più atteso del TFF, nonostante luci e ombre.

Fuori dalla bolla di un concorso lungometraggi deludente e di una selezione sfilacciata e con pochi acuti, rimane un’opera che funziona benissimo come cinema di sistema: travolgente, densissima, a tratti esaltante, con un protagonista che ti rimane addosso e un impianto formale di prim’ordine. Ma anche un film che rischia di appiattire parte dell’interesse che avevano suscitato i fratelli Safdie dentro una struttura molto nota: l’ennesima parabola americana di ambizione e caduta, raccontata proprio con lo sguardo tipico di quella parte del mondo.

Voto: 7

United States of America - 2025
Alison Bartlett, Andy Kai Nagashima, Anna Melody, Barry Daniels, Bill Buell, Bob Rubin, Brian Marks, Brian Sexton, Carolyn Gershenson, Charles Glover, Cheryl Flowers-Briggs, Chris Nelson, Cody Kostro, Conn Horgan, Dante Fiallo, Dennis Creaghan, Devorah Shubowitz, Diego Schaaf, Donato P. Daddario, Ed Malone, Edward Puydak, Emilio El Kilani, Emory Cohen, Eric Rampulla, Etsuko Enami, Fran Drescher, Francis Dumaurier, Frankie Carbone, Fred Hechinger, Gao Ogawa, Garrett Hermann, George Gervin, George J. Katsiavos, Géza Röhrig, Gwyneth Paltrow, Hailey Benton Gates, Harvey Shield, Hector Diaz, Hideyuki Yamashiro, Isaac Mizrahi, Isaac Simon, Jake Braff, Jimmy Lindquist, Joe Matsumura, John Catsimatidis, John Keating, Johnnie Yamamoto, Johnny Engle, Johnny Zito, Joris Stuyck, Joseph Cappiello, Joseph Jankauskas, Joshua Bennett, Jota Ito, Keith Kirkwood, Kemba Walker, Kevin Eccleston, Kevin Loreque, Kevin O'Leary, Koji Oribe, Kojun Natsu, Koto Kawaguchi, Larry Sloman, Levon Hawke, Linda Malamy, Lizzi Bougatsos, Lucas Z. Heinrich, Luke Manley, Mahadeo Shivraj, Mahmoud Osfour, Mariann Tepedino, Marinel Tinnirello, Marius Tanase, Mark Okita, Mia Humberd-Hilf, Michael A. Sollecito, Michael Cummings, Mitchell Wenig, Musto Pelinkovicci, Nancy Shankman, Naomi Fry, Nick Wood, Nikhil Kumar, Odessa A'zion, Patrick Wiki Morales, Penn Jillette, Philippe Petit, Pico Iyer, Rae Maddren, Ralph Colucci, Randy Credico, Rei Ogaki, Richard Schlossbach, Rick Garlick, Robert Pattinson, Roddy O'Hehir, Roman Persits, Rory Gevis, Ryuku Kina, Sadaharu Matsushita, Sandra Bernhard, Shingo Aiba, Sho Miyazaki, Spenser Granese, Stephen Dachtera, Tatsuo Ichikawa, Ted Williams, Timo Boll, Timothée Chalamet, Todd Vulpio, Tomoki Urabe, Tracy McGrady, Tyler, The Creator, Yasu Suzuki
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