5 TITOLI PER SCOPRIRE (O RISCOPRIRE) MARCO BELLOCCHIO
Data di pubblicazione: 28/04/2026
È una carriera, quella di Marco Bellocchio, attivo dai primi anni Sessanta, che non si lascia condurre comodamente a sintesi.
È ormai canonica, per esempio, una suddivisione in almeno tre fasi, con la collaborazione con lo psichiatra Massimo Fagioli, tra anni Ottanta e Novanta, a rappresentare lo spartiacque di una filmografia che, oltre a passaggi caduti nell’oblio, vanta più di una giovinezza; non ultima quella che, in questo 2026, sulla scia di un rinvigorimento anche mediatico varato da Il traditore, porterà nelle sale e sugli schermi il primo progetto pienamente seriale del regista (Portobello), la conclusione di un trittico pirandelliano (La balia) e, dopo più di un sessantennio, il celebratissimo esordio nel lungometraggio.
Esordio a cui conviene riportarsi una volta ancora come ci si riporta a una giovinezza originaria, motore storico di uno sguardo sempre inquieto.
Uscito nel 1965, I pugni in tasca marca un’entrata in scena che subito inserisce Bellocchio tra le nuove voci del cinema italiano, entro un’ideale Nouvelle Vague nostrana che, nel suo caso, guarda più alla rive gauche, a Resnais, che a Godard, e che – insieme, tra cinéma vérité e Free Cinema – lo spingerà anche verso il documentario.
Ne I pugni in tasca si annunciano alcune possibili costanti dell’estetica bellocchiana, ossia del suo modo di mettere in relazione scelte contenutistiche e scelte formali: ecco, dunque, che la particolarizzazione (o “privatizzazione”) di questioni di ampio respiro storico viene resa tramite un registro che non rifiuta il realismo, associato a un regime narrativo anche consueto, e che però prospera esteticamente, concettualmente, emotivamente, proprio negli scarti e negli scatti anti-realistici.
Si può intendere secondo questa prospettiva quello che, anzitutto sotto il profilo del contenuto, è stato identificato come l’asse portante del suo corpus: con le parole di Chiara Tognolotti, «il contrasto tra la libertà dell’individuo e la presenza oppressiva dell’autorità, sia essa politica, religiosa, familiare», storicamente situata.
Marco Bellocchio riceve da Paolo Sorrentino la Palma d’oro d’onore alla carriera al 74esimo Festival di Cannes
Se la tendenza realistico-naturalistica s’è incaricata soprattutto di definire le coordinate (pubbliche e/o private) di questa presenza oppressiva, tanto nel confronto con la Storia quanto attraverso giochi di specchi decisamente indiretti, le spinte anti-realistiche hanno invece operato aprendo voragini prima di tutto, per l’appunto, nel tessuto realistico, problematizzandone globalmente la tenuta (estetica, ideologica) e, a cascata, le possibilità di rappresentazione e di critica del potere.
Lo sguardo di Bellocchio ha conquistato una posizione effettivamente critica quando la critica è stata esercitata su di un terreno estetico, scansando le concrezioni intellettualistiche (i film realizzati con Fagioli) o, meno di frequente, un certo didascalismo (Sbatti il mostro in prima pagina).
In questo senso, nelle contestazioni, nella rabbia e nell’impegno dei primi film ha fatto capolino in più di un’occasione (Nel nome del padre, Salto nel vuoto) il magistero di Nietzsche, sovente con la preminenza tematica di un nichilismo passivo.
Possiamo quindi concludere così, tentando una sintesi che rimane imperfetta e – a suo modo, tanto più dinanzi a una carriera del genere – violenta: mediante un anti-realismo che non guarda solo alle nuove onde ma anche alle avanguardie, al surrealismo (Jean Vigo in primis), Bellocchio ha inteso scoperchiare l’orizzonte su cui il potere si innesta, da cui trae linfa, in cui si scopre in lotta con altre forze.
Orizzonte extra-individuale che si può dire in molte maniere, come dionisiaco, come inconscio, come corpo vivente (non cosalizzato), come circolazione dei discorsi e delle pratiche, come incedere della Storia.
Orizzonte nel quale ha cercato e creato altri valori, altre visioni.
