A Different Man – Oltre la critica all’abilismo
Data di pubblicazione: 19/06/2025
In una società ossessionata dalla trasformazione e tormentata da retoriche pedanti — e spesso in contrasto tra loro — che da un lato promuovono l’accettazione di sé e dall’altro esaltano il miglioramento spirituale e fisico come via per la felicità, ci si può davvero reinventare, dentro e fuori?
Edward (Sebastian Stan) – protagonista di A Different Man – è un uomo schivo, timido e insicuro a causa di gravi deformità al volto provocate dalla neurofibromatosi. Dopo essersi sottoposto a un trattamento medico sperimentale, guarisce e ottiene un aspetto fisico attraente, completamente diverso e irriconoscibile rispetto a prima. Forte della nuova sicurezza e dell’estroversione che ne derivano, decide così di cambiare identità.
Tuttavia, l’equazione “cambiare corpo” uguale a “cambiare vita” non è né matematica né, tantomeno, semplice. La condizione medica da cui il protagonista era affetto prima della guarigione ha segnato profondamente non solo il modo in cui veniva percepito dal mondo esterno, ma anche lo sguardo che lui stesso rivolgeva a sé. Un uomo che desiderava che gli altri riuscissero a vedere oltre la sua immagine, ma che non era capace di fare altrettanto con sé stesso.

Il regista — e in questo caso anche sceneggiatore — Aaron Schimberg gioca abilmente con le prospettive: Edward si sentiva emarginato quando era deforme, ma continua a esserlo interiormente anche dopo essere diventato Guy (un nome che è tutto un programma, a indicare il suo desiderio di essere riconosciuto come un uomo qualunque — “guy” significa letteralmente “tizio”), un mite agente immobiliare. La nuova identità lo allontana, sì, dal proprio passato, ma non dal suo vissuto tout-court. Il corpo e il suo aspetto vengono così presentati come un semplice contenitore dell’anima, la cui essenza, forse, è l’unica cosa destinata a durare nel tempo.
Ma l’approccio è molto più profondo di quanto possa sembrare. Indipendentemente dal suo aspetto esteriore, Edward continua a trasmettere un senso di disagio radicato nel proprio corpo. Il suo rifiuto verso la società è parte della sua natura o sono, piuttosto, i decenni di sofferenza psicologica ad aver lasciato un trauma così profondo, nonostante ora sembri possedere tutto ciò che un tempo gli era negato?
Perché Edward non è solo un uomo che vuole essere percepito in modo diverso — è un individuo in conflitto con il proprio riflesso. Il vero orrore della sua trasformazione non sta nel suo fallimento, ma nel suo successo eccessivo, che paradossalmente lo priva di ogni legame con ciò che un tempo lo definiva.

Inoltre, il suo passato torna a bussare alla porta in modo implacabile, come un incubo a occhi aperti: Edward ritrova Ingrid (Renate Reinsve), una regista teatrale e sua ex vicina di casa, di cui si era innamorato nella sua “vita precedente”. Ingrid sta lavorando a una pièce ispirata proprio alla storia di Edward, e Guy viene scelto per interpretare il ruolo principale. Tuttavia, la sua stabilità emotiva vacilla quando sviluppa un’ossessione per Oswald (Adam Pearson), un uomo affetto dalla sua stessa condizione medica, che finisce per soffiargli la parte perché la regista trova che la sua immagine sia più autentica per rappresentare il personaggio che lei aveva conosciuto.
Il personaggio di Oswald rappresenta il perfetto contrappeso a quello di Edward: estroverso, sicuro di sé, loquace e autoironico. Un uomo che ha abbracciato non solo la propria condizione medica, ma anche la propria immagine e, di conseguenza — come accennato — la propria identità. Non sorprende, dunque, che il protagonista sviluppi un’ossessione proprio nei confronti di questa figura, che forse incarna ciò che avrebbe sempre voluto essere. Oswald diventa un monito su come affrontare certe sfide, un invito a non restare prigionieri delle proprie insicurezze e paure: una lezione di vita in carne e ossa.
L’impiego della pièce teatrale come strumento narrativo amplifica la portata tematica del film. Il teatro diventa così una meta-considerazione sulla dimensione performativa dell’identità, rispecchiando il conflitto interiore di Edward mentre si confronta con il suo sé ricostruito nella figura di Oswald e con l’immagine che gli altri – Ingrid, ma anche il pubblico – gli restituiscono. La scelta di Schimberg di intrecciare l’ossessione di Edward con questa messa in scena teatrale dà vita a un circolo vizioso in cui i confini tra realtà e finzione si fanno sempre più sfumati.

A Different Man solleva interrogativi non solo su cosa definisca l’essenza di una persona, ma anche su quali fattori favoriscano o ostacolino la costruzione e l’espressione della propria identità. Si interroga su come l’identità venga costruita, percepita e trasformata in merce; su come la società finisca per commercializzare la diversità, trasformando il dolore individuale in spettacolo, sia all’interno della narrazione, sia nel più ampio contesto dell’industria dell’intrattenimento.
Schimberg si interroga anche su cosa, nell’arte, conferisca autenticità a un’opera: quali verità la rafforzano e quali, invece, la indeboliscono? E fino a che punto ciò che riteniamo autentico di noi stessi corrisponde davvero a una verità profonda? Lo sguardo del regista si muove costantemente in bilico tra trasformazione e coerenza.
A Different Man si configura come una dissezione profondamente filosofica dell’identità, dell’autopercezione, dell’autenticità e della natura della bellezza. Allo stesso tempo, però, è anche un racconto sull’alienazione sociale e sul costante desiderio di reinventarsi.

Schimberg realizza così un’indagine tragica sul bisogno profondo dell’essere umano di entrare in relazione, di essere visto e sulla promessa irraggiungibile del cambiamento. A Different Man mette in discussione le crisi interiori che nascono dal mutamento del corpo, dal desiderio di approvazione esterna e dalla difficile conquista dell’accettazione di sé.
Il cinema hollywoodiano è solito trasformare le storie di disabilità o deformità in racconti edificanti, dove i protagonisti devono dimostrare di andare oltre il loro aspetto o finiscono per esserne schiacciati. Questo film prende le distanze da entrambe le prospettive. Non idealizza le sofferenze di Edward, né gli offre un percorso di redenzione. Soprattutto, non lo incolpa per le proprie mancanze.
A Different Man non si limita a parlare di accettazione o di empowerment. Piuttosto, spinge lo spettatore a riflettere su come, collettivamente, plasmiamo l’identità partendo dall’apparenza — e su cosa succede quando quella costruzione si sgretola.

Nel complesso, si può dire che A Different Man offra un’esplorazione lucida e riflessiva dell’abilismo e delle complesse percezioni legate alla disabilità, riuscendo in gran parte nel suo intento. Tuttavia, il film va oltre questo concetto, indagando in profondità come l’aspetto fisico influenzi l’identità e come il mondo esterno la osservi e la giudichi.
In un panorama cinematografico in cui la reinvenzione viene spesso rappresentata come un traguardo glorioso, A Different Man osa porsi una domanda scomoda: e se il cambiamento non fosse altro che l’ennesima maschera? E se, in fondo, nonostante ogni trasformazione, restassimo comunque prigionieri di ciò che siamo sempre stati?
A Different Man si rivela in definitiva uno specchio deformante ma sincerissimo: costringe lo spettatore a interrogarsi su quanto l’immagine restituita agli altri, e quella che vediamo riflessa in noi stessi, siano autentiche o, al contrario, costruzioni fragili, pronte a incrinarsi al primo sguardo esterno.
Schimberg ci ricorda così che il riflesso che perseguita l’essere umano non risiede nello specchio, ma nell’eterna distanza tra ciò chi siamo e chi desideriamo essere.
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