A Real Pain – Sulla dignità del dolore

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Data di pubblicazione: 23/07/2025

Esiste un dolore più giusto di un altro, uno che è più lecito vivere con trasporto?
Domanda chiaramente retorica dal momento che la reazione a un qualsiasi evento è qualcosa di estremamente soggettivo e dipende tanto dalla sensibilità personale quanto da circostanze sociali, culturali, storiche, economiche.

Cambiamo ora punto di vista, spostiamoci dall’effetto, la pena, alla causa: esistono situazioni considerate sciagure da alcuni ma insufficientemente misere agli occhi di altri, tanto che consideriamo eccessivo o addirittura inadeguato lo sconforto che generano?
Ecco che si ribalta tutto e che, in quest’ottica, muniti di paraocchi più o meno coprenti e focalizzandosi solo sull’elemento scatenante, capita più di frequente che ci si arroghi il diritto di fare un distinguo tra vero dolore e vittimismo.

A Real Pain mostra diverse maschere che la sofferenza può indossare, con cui si traveste nel tempo e nello spazio, senza curarsi dell’età, della classe sociale o dell’etnia, talvolta nascosta da un mantello dell’invisibilità penetrabile solo dai più empatici.

 

Nel loro viaggio attraverso la Polonia, seguiamo i due protagonisti, David e Benji (Jesse Eisenberg e Kieran Culkin), cugini cresciuti insieme come fratelli ma ora con vite distanti. Insieme, alla scoperta dei luoghi d’infanzia della nonna defunta, i due scopriranno i giovani uomini che sono diventati, cosa è rimasto di ciò che conoscevano dell’altro e cosa, invece, è cambiato.

Nel road movie di Jesse Eisenberg – anche regista e sceneggiatore di A Real Pain – i primissimi frame calcano volutamente il carattere ansioso del personaggio di David che, dopo poco, risulta ancora più maniacale e metodico se confrontato al cugino.
Benji, infatti, non è un pianificatore ma il suo opposto, vive alla giornata, spesso al momento, senza fare piani a lungo termine, attitudine che cozza con la gita di gruppo organizzata a cui partecipano lui e il cugino.

Durante il “tour del dolore”, seguendo un itinerario che tocca i luoghi più significativi in ricordo delle vittime della Shoah, Benji spiccherà per la sua incapacità nel seguire il piano stabilito, per la sua indole da disubbidiente alla ricerca di relazioni ed esperienze vere, anche dolorose ma pure.

La scelta di utilizzare la Shoah come sottofondo narrativo che accompagna l’azione di tutti i personaggi fa spiccare riflessioni su quanto sia lecito e rispettoso non essere felici pur avendo la fortuna di essere nati in una parte “giusta” di mondo, senza guerra e morte come compagne di giochi. In maniera più o meno esplicita, i protagonisti di A Real Pain si scontrano con i sensi di colpa generati da una mancata riconoscenza per le loro vite, sentimento per cui, spesso, ci viene insegnato di dover essere debitori.

Ma nei confronti di chi?

Dei nonni che sono scampati a una guerra e sono emigrati per assicurarci un futuro migliore che, però, non si è realizzato nella maniera che credevano?
Dei genitori che ci hanno supportato economicamente perché potessimo trovare un buon lavoro il quale, invece, è risultato frustrante e insoddisfacente?
O forse dobbiamo mostrare riconoscenza verso la nostra bella famiglia piena di bimbi al seguito, cane, gatto, canarino, buono stipendio e bella casa, “la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita”?

 

In A Real Pain David e Benji rappresentano due modi opposti di rispondere a una comune e incomunicabile situazione di disagio.
La passività, mancanza di iniziativa e slancio da parte di David si contrappongono alla continua ribellione di Benji verso l’ordinario, le convenzioni, il conformismo. Atteggiamenti che, però, senza mirare a un preciso obiettivo, risultano entrambi distruttivi e, a lungo andare, portano all’incapacità di condivisione del proprio malessere con l’altro.

Benji è un fiume di parole in moto costante, è empatico, vive genuinamente tanto le proprie emozioni quanto quelle degli altri e riesce a entrare subito in sintonia con tutti quelli che lo circondano. Lo spettatore impara a conoscerlo principalmente dalle sue parole (a differenza di David che, paradossalmente, si svela più con i suoi non detti) e per il suo sincero interesse per l’altro.

Il personaggio interpretato da Culkin colpisce per la spontaneità fuori dalle righe e, allo stesso tempo, per il suo originale modo di agire con gentilezza (morale più che di costumi), arma potentissima con effetti lenti ma spiazzanti, dal valore inestimabile perché l’unico modo per ottenerla, forse, è praticarla a propria volta.
E questo costa tempo ed energia.

Ma quando il caos circostante si placa, un denso silenzio interiore prende il sopravvento e torna a schiacciare l’esuberante protagonista, pesce fuor d’acqua all’interno di un ambiente in cui fatica a sopravvivere.
Possibile che Benji non si accorga di come, nonostante tutte le sue bizzarrie, riesce a far breccia nel cuore di chiunque gli stia attorno?
Come fa a non essere felice, a non apprezzare la vita, pur avendo questa sorta di super potere estraneo a molti?

 

Il dolore di David è più complesso da cogliere, forse meno immediato realizzarne l’intensità dal momento che è un tipo di patimento più comune, considerato come normalità, interpretato come dedizione al sacrificio e accettato con rassegnazione.
David lavora nel settore del marketing digitale e il suo personaggio fa pensare per certi aspetti al tragicomico operaio di Tempi moderni, svestito dalla tipica comicità di Charlot e declinato in un’epoca distante dalle ruote dentate ma immersa in schermi e tastiere.

Essere inseriti in un sistema capitalista premiante la produttività, incurante della parte umana dell’essere ma preoccupato solo dell’individuo visto come ghiera che fa funzionare l’intera macchina.
Scendere a pesanti compromessi con la propria etica perché si sa che ci vuole pochissimo a sostituire un anello difettoso nell’intera catena produttiva.
Prostituirsi, proponendo come merce la propria mente invece del corpo, vendere il proprio tempo un tanto all’ora ma senza suscitare lo sdegno dei benpensanti, colleghi di questa nuova forma di logorante baratto.

In A Real Pain da un lato c’è chi sopporta e dall’altro chi non accetta questo stato di cose ma, alla fine, il risultato è lo stesso sia per Benji sia per David: un dolore invalidante.
Non per una guerra, non per la fame, non per qualche disastro ambientale ma per qualcosa di più impercettibile e che, quindi, talvolta si fatica a comprendere dall’esterno.

 

L’alienazione psicologica e sociale di cui parlava Fromm, condizione di estraneamento nei confronti del mondo che ci circonda, dalla massa che agisce su spinta e in ottica del possesso, è un tema attualissimo ed è fortemente richiamato in A Real Pain.
Benji e David sono rispettivamente parte passiva e attiva di questo sistema marcio che omologa tutte le parti in gioco e ostacola i legami autentici, bisognosi questi di tempo (che nessuno sembra più avere) per nascere, crescere e consolidarsi.

Un mondo in cui l’autenticità delle relazioni è cosa rara, in cui il pensiero dell’individuo viene plasmato con l’idea che la propria realizzazione si raggiunge attraverso l’ottenimento di merce acquistabile, questo è un mondo lecitamente doloroso da vivere. È il mondo de L’uomo a una dimensione di Marcuse in cui “Le persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due piani, nell’attrezzatura della cucina.”

Essendo, quindi, un sistema che tende asintoticamente ad annullare le relazioni umane profonde, si finisce per ritrovarsi in un circolo vizioso, verso una progressiva chiusura in se stessi. Come mostrato in A Real Pain, diventa complesso uscirne e sempre più frequenti sono le situazioni di stallo in cui nessuna delle parti coinvolte vuole o, peggio, riesce a fare la prima mossa, a gestire la tensione, così da abbandonare il proprio turno nella partita per la sincerità emotiva.

“Mille paure ci trattengono nella cella della solitudine. Qualcuno ha paura di non farcela, di scoppiare in singhiozzi come un bambino. E qualcuno si sente bloccato dalla paura che gli altri non percepiscano quant’è importante per lui quel suo segreto. Può darsi che in un certo momento della mia vita io abbia fatto uscire una parte di me dalle tenebre della cella per condurla alla luce, sotto gli occhi di un altro. E può darsi ch’egli non abbia capito. Cosicché io son corso, dandomi di stolto per ciò che avevo fatto, a rinchiudermi in una solitudine emotiva ancor più dolorosa”.

Ne parlava John Powell nel suo saggio Perché ho paura di dirti chi sono.

 

Così, in A Real Pain diversi sono i momenti in cui Benji e David iniziano ad affrontare discussioni più profonde, in cui si vede uno spiraglio per un’apertura reciproca, ma tutti i tentativi sono fallimentari o, comunque, non risolutivi. Non si arriva mai a una condivisione totale, da parte di entrambi, i due non si lasciano mai completamente andare all’onestà più intima dei due fratelli che erano, piuttosto sbattono i piedi a terra non capendo come sia potuta svanire la naturalezza di un tempo.

Davanti a un drammatico quadro sociale del genere cosa c’è di più anticonformista se non provare ad andare in direzione opposta, spendendo la cosa più preziosa che abbiamo, il nostro tempo, e mostrando all’altro un sincero interessamento?
Senza giudicare gratuitamente chi, in fondo, potremmo non conoscere se non in superficie, empatizzando la sua eventuale situazione di disagio e, passo dopo passo, costruendo un rapporto autentico.

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