Il padrino: L’apoteosi del gangster movie

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Data di pubblicazione: 05/09/2025

21 settembre 1972: nelle sale cinematografiche italiane arrivava Il padrino, primo di una serie di capolavori firmati da Francis Ford Coppola.

Nel 1969, tre anni prima, il giornalista e scrittore italoamericano Mario Puzo diede alle stampe il romanzo omonimo e raccolse un successo clamoroso: oltre nove milioni di copie vendute in due anni, figurando nella classifica dei best seller stilata dal New York Times per oltre un anno.

Il trailer del Padrino in occasione del suo 50° anniversario dall’uscita in sala.

La produzione del film

Ancora prima che fosse pubblicato, il libro di Puzo suscitò l’interesse della Paramount Pictures, studio che nel 1970 affidò la realizzazione del futuro lungometraggio ad Albert S. Ruddy, noto nell’industria cinematografica per la sua efficienza proprio in campo produttivo.

A quel punto iniziarono le ricerche per comporre la troupe e il cast a partire dalla figura più importante sul set, il regista: la Paramount ne interpellò diversi; nella loro lista figurava anche il nostro Sergio Leone, il quale tuttavia rifiutò l’incarico. Non che disdegnasse l’idea di dirigere un gangster movie: negli anni ‘60, il regista romano aveva letto Mano armata, autobiografia del criminale statunitense Harry Grey (pseudonimo di Herschel Goldberg). Leone rimase profondamente affascinato dall’opera che narrava le avventure di una piccola banda di criminali newyorkesi all’epoca del proibizionismo. Anni dopo sarebbe riuscito con grande fatica a trasformare quel libro in film, ma questa è un’altra storia.

Sfogliando la rosa dei candidati, alla fine si giunse al nome di Francis Ford Coppola, regista che aveva esordito alla regia nel 1962 girando un film dalle venature pornografiche, intitolato Tonight for Sure (su invito dell’amico Roger Corman), e che nel 1971 aveva vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale grazie a Patton, Generale d’acciaio di Franklin J. Shaftner.

Francis Ford Coppola col cast principale della pellicola.

Un cast ineccepibile

Coppola accettò l’offerta della Paramount e questo fu l’inizio di una relazione a dir poco burrascosa fra produzione e regista per divergenza di vedute artistiche: ad esempio, lo studio voleva che la trama della pellicola si sviluppasse in epoca contemporanea, mentre Coppola lottò affinché fosse rispettata la cronologia del romanzo, ambientato nel secondo dopoguerra. Le parti in causa non erano d’accordo nemmeno sulle scelte di casting: se la Paramount aveva i propri nomi per l’attore interprete del protagonista Don Vito Corleone, Coppola (supportato da Puzo) richiese sin da subito Marlon Brando.

I produttori inizialmente posero il veto sulla scelta di Brando, salvo poi accettare, come Coppola spiegò successivamente, a patto che l’attore non causasse problemi sul set e fosse provinato: provino che si svolse a casa di Brando, il quale si trasformò letteralmente da uomo affascinante in Don Vito Corleone con le sue mascelle da bulldog, ottenute inserendo dei pezzi di carta in bocca (espediente che fu poi sostituito durante le riprese da una protesi appositamente costruita).

E anche su questo punto ebbero la meglio: la bontà della scelta è testimoniata dalla prova di Brando, il quale ricevette anche l’Oscar come migliore attore protagonista alla 45ª cerimonia di premiazione organizzata dall’Academy. L’attore non andò a ritirare la statuetta in segno di protesta per l’ingiusto trattamento riservato ai nativi americani nei film e nella realtà.

Brando inviò alla premiazione Sacheen Littlefeather, attivista apache accolta con fischi e offese dal pubblico presente in sala. L’Academy si è scusata con la donna soltanto lo scorso giugno, a distanza di ormai cinquant’anni dal fatto. Meglio tardi che mai.

La “premiazione” di Brando alla cerimonia degli Oscar 1973.

Brando fu la punta di diamante in un cast con nomi – all’epoca – poco appariscenti, eppure autori di interpretazioni memorabili. Per i ruoli di Michael, Sonny e Fredo, i figli di Don Vito, vennero scelti Al Pacino (all’epoca semisconosciuto), James Caan (scomparso lo scorso luglio) e il compianto John Cazale; quest’ultimo morì prematuramente nel 1978 per un cancro ai polmoni, non prima però di aver preso parte a una manciata di pellicole che hanno segnato la storia del cinema statunitense e non solo: dal Padrino al Cacciatore, passando per La Conversazione e Quel pomeriggio di un giorno da cani. La parte del consigliere e figlio acquisito Tom Hagen fu invece affidata a Robert Duvall.

Ma da ricordare sono anche e soprattutto comprimari come Salvatore Corsitto nei panni di Amerigo Bonasera (che apre il film con un monologo eccezionale sul sogno americano e i valori italiani da preservare nel nuovo mondo) oppure Richard Castellano interprete di Peter Clemenza, al quale appartiene una delle battute più famose del film: “Leave the gun, take the cannoli”, pronunciata con estrema nonchalance dopo un omicidio e improvvisata dallo stesso attore.

Salvatore Corsitto immortalato durante il celebre monologo di Amerigo Bonasera che apre il film.

Un mondo patriarcale

In un mondo maschile e maschilista come quello della mafia italoamericana (la parola “mafia” fra l’altro non è mai pronunciata nel film in virtù di un accordo fra la produzione e Joseph Colombo, criminale a capo della Italian-American Civil Rights League), sono pochi i personaggi femminili a ritagliarsi uno spazio importante all’interno della storia narrata da Il Padrino: le principali due sono Connie Corleone e Kay Adams, rispettivamente la figlia di Don Vito e la moglie di Michael, interpretate da Talia Shire (“Adrianaaaaa!”, le urlava Rocky) e Diane Keaton, musa dei primi film di Woody Allen.

Tuttavia, se è vero che la famiglia Corleone è un emblema della società patriarcale, esse subiscono le decisioni prese dagli uomini che le stanno accanto, senza avere voce in capitolo (soprattutto nel caso di Connie e del suo sfortunato matrimonio).

Kay Adams (Diane Keaton) in primo piano e Michael Corleone sullo sfondo: la rappresentazione dello spazio simbolicamente rappresenta anche la distanza fra i due personaggi e l’inaccessibilità al mondo mafioso.

Ascesa e caduta del gangster (movie)

Il Padrino è uno dei film che maggiormente ha rivoluzionato la storia del cinema e del genere cui appartiene: quello del gangster movie, nato negli anni ’30 a seguito della grande crisi economica del 1929. Nelle pellicole di questo filone generalmente si rappresentava il lato negativo della società americana, mostrando l’ascesa e la caduta di delinquenti immigrati (detti, per l’appunto, gangsters) che arrivavano ad accumulare potere e ricchezze tramite brogli ed illeciti.

Dopo gli anni ’30, i film di gangster, salvo poche eccezioni, riscossero scarso successo, ma le cose cambiarono a partire dalla fine degli anni ‘60 e proprio grazie al Padrino, che narra le vicende di una famiglia mafiosa di origini siciliane, i Corleone; Don Vito, il patriarca del clan ormai vecchio e stanco, si ritrova a trasferire tutto il suo potere ai due figli, Santino e Michael: il primo è felice al pensiero di potersi dedicare agli affari sporchi di famiglia, mentre il secondo, timido e decorato della Seconda Guerra Mondiale, è riluttante a seguire le orme del padre. Tuttavia, il destino farà prendere una piega inaspettata agli eventi.

Rinverdire in genere

Come anticipato, il primo (e non l’unico) merito del capolavoro di Coppola è quello di  aver rotto gli schemi classici dei gangster movie, rinverdendo il genere e dandogli nuova linfa. Le prime differenze coi film di vecchio stampo si vedono nei temi affrontati. Protagonista della pellicola non è un singolo individuo, ma un’intera famiglia dalla struttura patriarcale più italiana che americana; il boss mafioso non è solo ma è circondato da moglie, fratelli, figli e nipoti. Onore e rispettabilità della famiglia sono concetti di grande rilevanza: essi vanno difesi con qualsiasi mezzo, anche a costo di compiere efferati delitti.

Altro punto sul quale Il padrino si distacca dai film classici del genere al quale appartiene è quello relativo ai personaggi; i cattivi di turno non sono degli psicopatici che uccidono a sangue freddo, come il genere imporrebbe, per poi andare incontro alla giusta punizione (e in questo caso a volere giustizia sarebbe il cinema classico, in cui il male non può trionfare), anzi: qui ci sono padri di famiglia non destinati a morti tragiche o alla prigione, uomini che sono parte integrante della comunità civile. A questo proposito, viene a instaurarsi un parallelismo tra mafia e politica purtroppo ancora oggi veritiero: basti pensare che, nel film, la massima aspirazione di Don Vito sarebbe quella di avere un figlio (Michael) senatore o, addirittura, presidente degli Stati Uniti, con lo scopo ovviamente di favorire gli interessi e il benessere della famiglia.

Don Vito Corleone (Marlon Brando) in una scena del film.

Un’elegante storia di violenza

Sulle note ormai famosissime di Nino Rota, si sviluppa un racconto dove naturalmente ha un ruolo preponderante anche la violenza, mai banale e oltremodo realistica. Molti sono i momenti celebri del lungometraggio passati alla storia e citati negli anni successivi anche in altre opere: come non ricordare ad esempio la celebre scena in cui fu utilizzata una vera testa di cavallo mozzata?

Tuttavia, una breve analisi del film di Coppola non può prescindere dall’esame della sue sequenze iniziali e finali. Al monologo di Bonasera che apre il film è stato già accennato, quello che va sottolineato è il contesto in cui viene pronunciato: l’ufficio in cui Don Vito accoglie i questuanti, immerso nella penombra, a voler suggerire come la mafia operi in segreto e lontano da occhi indiscreti. Mentre Don Vito è occupato nei suoi affari, nel giardino della sua residenza si svolge la festa per il matrimonio della figlia Connie: in contrasto con gli interni bui, gli esterni sono inondati dalla luce e rappresentano il volto buono della famiglia Corleone, la sua facciata legale e rispettabile.

La fotografia del “Padrino” fu curata da Gordon Willis, fidato direttore della fotografia anche di Woody Allen (suo è lo splendido bianco e nero di Manhattan) e soprannominato non casualmente “Principe delle tenebre” proprio per il suo uso drammatico e innovativo di luci e ombre.

La contrapposizione tra interni ed esterni nella sequenza iniziale del film.

La sequenza che invece porta al finale è un capolavoro di montaggio parallelo: le immagini del battesimo del figlio di Michael sono accostate all’impressionante strage di capi di altre famiglie mafiose che smettono dunque di essere una minaccia per i Corleone.

Le scelte di montaggio chiaramente creano un contrasto stridente tra l’innocenza del battesimo e la crudeltà degli omicidi, ma mettono in risalto anche la metamorfosi di Michael: un tempo ragazzo lontano dagli affari di famiglia, adesso lui è il capofamiglia e questo comporta anche dover agire in maniera violenta e ipocrita.

In sede di montaggio operarono William Reynolds e Peter Zinner: candidati all’Oscar nella loro categoria, non furono premiati (anche se nella loro carriera sono riusciti a portare a casa l’ambita statuetta per altre pellicole).

I baffi di Don Vito si confondono con la chioma dell’albero: fra le più belle transizioni della storia del cinema.

L’eredità del film

A proposito di nomination agli Oscar, il film ottenne ben dieci candidature, vincendo tre premi: oltre al riconoscimento andato a Brando per la sua eccezionale performance, ottennero gloria anche Albert Ruddy per il miglior film e Coppola (insieme a Puzo) per la migliore sceneggiatura non originale.

In generale, l’impatto del Padrino nel mondo cinematografico (e successivamente anche televisivo… Qualcuno ha detto “I Soprano“?) è stato profondo: caratteristiche come il quadro antropologico rappresentato e la complessità dei personaggi hanno influenzato i film successivi dello stesso genere, come ad esempio “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese; la caparbietà di Coppola, unita alla sua visione, ha contribuito ad affermare anche negli States il ruolo del regista come autore che è uno dei capisaldi della New Hollywood, corrente cinematografica che dagli anni ‘70 ha rivoluzionato il cinema statunitense.

Una scena dei Soprano in cui Tony compra un succo d’arancia: cosa starà mai per succedere?

Infine, da non sottovalutare è anche l’impatto sociale e linguistico, che si tratti della percezione degli italoamericani negli U.S.A. oppure di frasi o citazioni entrate nel linguaggio quotidiano, “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” in primis.

Insomma, è estremamente consigliata la visione del Padrino a quei pochi che ancora non avessero assistito alle disavventure della famiglia Corleone, poiché non si tratta solo di un film, ma di un pilastro della cultura popolare… E questo è un suggerimento che non si può rifiutare.

 

Marco Batelli

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