L’ardente pazienza di Massimo Jiménez Ruoppolo Troisi
Data di pubblicazione: 02/06/2026
Un personaggio che si frantuma nelle parole di un libro, un altro nelle immagini di un film, per poi entrambi ricomporsi in un unico completo corpo attoriale.
Adattamenti cinematografico-letterari che si giovano di una così attenta operazione, la quale restituisce una sensazione di sovrapposizione tra persone e personaggi, sono opere rare. Il fatto che ciò possa accadere senza una particolare volontaria ricerca è un evento che ha quasi del miracoloso, con uno degli esempi più lampanti che riguarda Massimo Troisi, Mario Jiménez e Mario Ruoppolo.
Tre nomi rispettivamente per l’attore, per il protagonista del romanzo Il postino di Neruda, scritto da Antonio Skármeta, e per il personaggio principale dell’adattamento diretto da Michael Radford.
In questa confusione pirandelliana di persone e personaggi non c’è una situazione sbilanciata di credente e divinità, di individuo finito e imperfetto che, con sacrificio quotidiano, costruisce il suo percorso verso un’entità perfetta e comunque inarrivabile.
Siamo piuttosto davanti a una trinità pagana: non c’è un flusso interpretativo univoco dall’attore verso i personaggi ma, biunivocamente, si va anche dai personaggi all’attore, con questi che trovano un’inaspettata forma definitiva nell’interprete stesso.
Massimo Troisi è inscindibile da Mario Ruoppolo e Mario Jiménez e ha finito per riscrivere retroattivamente la percezione del testo originale di Skármeta; ha scritto, dato voce, creato, trasformato Mario Ruoppolo e da lui si è lasciato trasformare.
Si è lasciato morire.
Il postino cileno Jiménez diventa il postino italiano Ruoppolo in un meridione archetipico, in un tempo e uno spazio sospesi, statici, in cui l’ardiente paciencia di Massimo Troisi è una delle poche scosse cortesi della giornata.
La curiosità diventa motore di conoscenza e, a sua volta, di emancipazione.
“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve.”
“Io recitavo in francese, lui né in italiano né in napoletano. Recitava come solo lui sapeva fare.” disse Philippe Noiret, interprete del poeta Pablo Neruda ne Il postino.
Come il pesce mangiato dai gabbiani ne Il gabbiano Jonathan Livingstone, obiettivo di vita per lo stormo ma mezzo per raggiungere traguardi più alti dal punto di vista del protagonista, così per Mario Jiménez/Ruoppolo la parola diventa strumento di scoperta, crescita emotiva e personale.
E Troisi dà fisicità al potere trasformativo della parola con il suo eloquio spezzato, faticoso, con le pause, con i suoi silenzi ed esitazioni.
Non esiste fluidità ma solo la fragilità di un percorso di crescita ostinata e anticonformista, quindi difficile.
Massimo non interpreta Mario, Massimo è Mario e lo sforzo, quindi, non è tanto nell’interpretazione quanto nel traguardo che lui (loro) si è prefissato.
Conoscere un importante poeta, sposare la donna di cui si è innamorato, capire la poesia.
Finire di girare un film nonostante la malattia.
Troisi che interpreta un personaggio il quale, con fatica, si sforza di comprendere cos’è la figura retorica della metafora è egli stesso metafora, è scoperta incarnata, affascinante ma complessa.
Libro, film, l’esistenza stessa dell’attore, tutto è attraversato dalla consapevolezza della fine – declinata, questa, in politica, amicizia, affetti, vita – e da una costante malinconia che rende ancora più indistinti i confini tra Jimenez, Ruoppolo e Troisi.

I colpi di stato, non essere corrisposti in amore, amicizie lontane, è tutto sconfortante, doloroso, ma Massimo/Mario mette da parte l’arrendevolezza, abbandona l’apatia per sentire attivamente quel dolore, per sentire il mondo. Tramite la poesia.
“Io torno al mare avvolto dal cielo,
il silenzio tra l’una e l’altra onda
stabilisce una sospensione pericolosa:
muore la vita, si acquieta il sangue
finché non irrompe il nuovo movimento
e risuona la voce dell’infinito” .
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