Le città di pianura – Tre per la strada in un roadmovie dolceamaro│ Recensione

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Data di pubblicazione: 25/09/2025

Per “capriccio” in arte si intende un’opera frutto interamente della fantasia dell’artista, che non riproduce alcun soggetto naturale o della tradizione iconografica. È un capriccio l’affresco della scuola del Veronese che Giulio (Filippo Scotti), giovane studente di architettura, osserva a casa di un conte decaduto, in cui è finito un po’ per caso e un po’ per celia assieme a Dori (Pierpaolo Capovilla) e Carlobianchi (Sergio Romano), sessantenni con il culto dell’ultima (l’ultima bevuta, quella senza la quale una serata non può dichiararsi conlcusa, l’unica in grado di sconfiggere la “legge dell’utilità marginale”) lasciati per strada dopo la crisi del 2008 che cercano di barcamenarsi in un presente complicato che non prevede più un posto per loro. Il dipinto in questione raffigura un paesaggio montano che, in quell’area del Veneto, non esiste, come se l’artista avesse voluto imprimere sul muro solo gli elementi naturali che circondano la regione e cancellare quello che c’è in mezzo: le città di pianura, quelle che danno il titolo al film, opera seconda del regista veneto (e non poteva essere altrimenti) Francesco Sossai.

Lo scopo che Sossai persegue nel film è speculare a quello dell’allievo del pittore cinquecentesco: porre l’accento proprio su quel Veneto che al cinema non si vede mai, fuori dal glamour di Piazza San Marco o dai paesaggi mozzafiato da spot della Pro-Loco delle Dolomiti, posando la macchina da presa su quella pianura tradita e disillusa, che dopo essersi fidata della (e affidata alla) piccola e media impresa si è vista lasciata indietro a seguito della crisi economica, e cerca faticosamente di non morire in un eterno presente (il nostro) che non sembra più avere la forza di guardare verso il futuro. L’ultima, il bicchiere della staffa che per Dori e Carlobianchi assurge a sacramento, è la panacea che i nostri magnifici antieroi, a metà strada tra i Kings of the Road di Wenders e i personaggi interpretati da Jack Nicholson nei film di Bob Rafelson, hanno saputo trovare contro una società che li ha prima sfruttati e poi rigettati senza troppi complimenti.

La malinconia diffusa che attraversa il film è dunque di stampo sociale e antropologico, e trova una sublimazione nella sequenza ambientata nella Tomba Brion, opera in cui l’architetto Carlo Scarpa ha cercato di far coabitare elementi della tradizione locale con suggestioni provenienti dal Giappone, esaltando e valorizzando le differenze fra le varie ispirazioni. Se il lutto di cui vuole renderci partecipi il film è forse anche quello di un mondo in cui un pensiero del genere poteva essere accolto senza sospetti, allo stesso tempo è qui forse che Dori e Carlobianchi, che fino a quel punto avevano fatto valere il proprio carisma nei confronti del giovane Giulio, si lasciano ammaliare dal lato più riflessivo e didattico del ragazzo, che da bravo studente di architettura gli impartisce una vera e propria lezione sul pensiero di Scarpa.

Carlobianchi, Giulio e Dori alla tomba Brion.

I personaggi decaduti e decadenti che i nostri incontrano lungo la strada sono relitti di un passato che li ha illusi (Primo, che passa le serate alle slot ma esibisce ancora il Rolex regalatogli dal patron dell’azienda per cui lavorava), da cui devono scappare (Genio, un meraviglioso Andrea Pennacchi, di ritorno dall’Argentina dopo che il furto di occhiali con cui arrotondava lo stipendio è finito in prescrizione) o a cui, in mancanza di alternative, non sono disposti a rinunciare (il Conte, aggrappato al meraviglioso giardino cinquecentesco della sua villa), perseguitati dallo spettro di una opera-monstre, un’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest che sembra partorita per sputtanare i soldi del PNRR più che per rispondere a un bisogno reale dei cittadini.

Il Veneto, d’altronde, sembra una terra fantasma ormai condannata allo status di “territorio”, un interland infinito destinato a trasformarsi in una gigantesca infrastruttura senza più persone da collegare.

Le città di pianura cela quindi, sotto la superficie di un road movie alcolico e dolceamaro, una natura fortemente e decisamente politica, affrontata però con un tono miracolosamente in bilico tra il comico e il malinconico, come nella migliore tradizione della commedia all’italiana. È del resto Il sorpasso di Dino Risi, capolavoro del genere, il modello a cui guarda Sossai, come se il film fosse una dimostrazione del fatto che quello stesso dispositivo, interrogato oggi, è ancora in grado di parlarci della società e del cinema che questa si propone di rappresentare.

Voto: 8

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