Bugonia – La catarsi apocalittica | Recensione
Data di pubblicazione: 10/11/2025
Bugonia: una credenza arcaica secondo cui le api possono nascere dal corpo in decomposizione dei buoi. In particolare dai buoi offerti in sacrificio da Aristeo agli dei, apicoltore in rovina, per ottenere la grazia dopo aver causato la morte di Euridice.
Lo racconta Virgilio nelle Georgiche: ancora una volta Yorgos Lanthimos pesca nel classico. Stavolta non si limita a traslarlo al presente, ma a proiettarlo nella fantascienza satirica.
“L’impollinazione è come il sesso, però è più pulita”
La vita trae nutrimento dalla morte, non può che nascere dalla morte.
Una parola che, non a caso, ha a che fare con l’antichità precristiana: un mondo in cui la morte non è un punto, ma un punto e virgola, e la narrazione della realtà non prevede mai degli accapo.
Il film di Yorgos Lanthimos inizia proprio con le api, che pian piano scompaiono. Le impollinatrici sono essenziali alla natura: la loro assenza è una metafora semplice – e neanche così poco realistica – di un mondo che collassa su sé stesso.
Bugonia è il film più lineare di Lanthimos: non per questo il regista greco rinuncia alle intrusioni del grottesco e del granguignolesco, tra dialoghi sincopati e personaggi sopra le righe. Sono proprio i pochi rallentamenti in cui si palesa l’algidità apocalittica e terrorifica tipica della regia del regista greco a fornire le giuste battute di arresto in un film regolare.
In questi momenti si crea un patto con lo spettatore: quello che stai guardando, sulla poltrona del cinema, è uno specchio.

É importante cosa è vero e cosa non lo è?
Teddy (Jesse Plemons) e Don (Aidan Delbis) vivono ai margini.
La società li ha abbandonati, internet no. Il web è democratico e caotico.
Si nutrono di cibo precotto e teorie del complotto, si difendono dal surplus di informazioni rinchiudendosi nelle proprie echo chamber. Questi spazi di confine, con i loro abitanti, si ampliano sempre più.
È il dramma dell’Occidente contemporaneo.
Istituzioni assenti, intelligenze artificiali sempre più credibili e informazione controllata danno vita all’era della post-verità.
Tutto è contemporaneamente vero e falso.
I protagonisti di Bugonia, dieci anni fa, avrebbero suscitato solo ilarità: ma siamo sicuri, oggi, di non sentire la marea nera lambire i nostri piedi e trasportarci sempre più lontani da un centro sfavillante, dorato?
Il centro è la bella, intelligente, ricca Michelle Fuller, CEO di una multinazionale farmaceutica. L’ennesimo sodalizio tra il regista greco ed Emma Stone.

Teddy e Don – ma soprattutto Teddy, Don ne è trascinato – la rapiscono, convinti sia un’aliena.
Non sbagliano: Michelle, effettivamente, lo è.
Il colpo di scena è anche piuttosto prevedibile, perché non è il plot twist il focus del film: è l’umanità più atomizzata.
Individualista. Incline ad atti di violenza disorganizzati. È la forbice sociale è sempre più larga.
E, a un certo punto, la base della piramide è sempre più affamata: di cibo, di risposte, di attenzioni.
L’apice è sempre più alieno. Alieno, come extraterrestre. Ma anche: alieno in quanto estraneo.
Where have all the humans gone?

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