Raw – Una cruda verità: cannibalismo al femminile, da Ducournau a Bazterrica

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Data di pubblicazione: 07/10/2025

Raw – Una cruda verità, 2016: Julia Ducournau si presenta al pubblico con un lungometraggio d’esordio al gusto di dita mozzate e menti che grondano sangue. Un coming-of-age insolito in cui il cannibalismo si inserisce nel contesto universitario: inevitabile conseguenza di riti d’iniziazione che non hanno nulla di sacro – il sacrificio umano in certe antiche culture nasce con questa prospettiva – ma che si muove nel più bieco nichilismo.

Justine è appena iscritta in università. È tempo di cambiamenti: il corpo muta, si taglia il cordone ombelicale con i propri genitori, si ottengono i primi scampoli d’indipendenza e poi l’indipendenza totale, magari anche quando non si è ancora propriamente pronti.

L’essere umano è una creatura lenta: ci mette tempo a lasciare il nido e per questo è un animale evoluto. Ma il cannibalismo non ha nulla di evoluto: è un tabù, forse uno dei più sviscerati e complessi, una materia da cui l’horror ha attinto a piene mani e che si è declinato in nuove sfumature.

Potrebbe sembrare strano che, in una società che tende ad automatizzarsi, il cannibalismo nel mondo dell’horror sia ancora una copiosa fonte d’ispirazione. Questa contraddizione è solo apparente.

Justine – protagonista di Raw – Una cruda verità – si iscrive alla facoltà di veterinaria ed è vegetariana, così come la sua famiglia.

L’università è un luogo grigio, esteticamente poco appagante, dove prevale il nonnismo e l’estasi dionisiaca. Per essere legittimati a esistere bisogna sottoporsi alle più disgustose prove iniziatiche.

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L’horror e gli spazi liminali

Il rito d’iniziazione è un topos classico: il giovane eroe passa attraverso delle prove per crescere e deve essere iniziato, in società e a sé stesso. Nel caso di un’eroina biologicamente donna, spesso il rito passa attraverso il sangue, il ciclo mestruale e i mutamenti fisici che questo comporta. L’horror è un genere che ha la sua genesi nel liminale, seppur si possa pensare all’oscurità come matrice.

C’è un passo de L’ora del lupo di Ingmar Bergman (1968) che descrive il momento di passaggio tra il buio e l’alba come quello in cui serpeggia la follia; torna molto emblematico per descrivere la sensazione di spaesamento che generano questi momenti di confine da uno stato all’altro. La liminalità è un concetto trasversale, che attraversa spazio e tempo.

Riavvolgiamo i fili della matassa: le donne sono state, per buona parte della storia del cinema, oggetto e non soggetto dello sguardo.

Si potrebbero citare opere svariate in cui il ciclo, la maternità o il passaggio tra l’età adulta e la senilità sono stati spazi liminali in cui osservare l’orrore dell’oggetto di osservazione, ovvero il femminile. Dall’Esorcista a Carrie, da Rosemary’s Baby a The Substance.

Il cannibalismo come iperbole

Ducournau è una donna: in questo caso, il soggetto coincide con l’oggetto. Raw – Una cruda verità è un film crudo, come racconta il titolo stesso. Non si risparmia nella messinscena, nei dettagli, nell’incarnare nel cannibalismo molte prospettive: il distacco da una famiglia che rifiuta qualsiasi abuso sugli animali; l’entrata in una microsocietà perfida in cui l’ultimo arrivato va umiliato; la scoperta del piacere sessuale con sé stessi (autofagia) e con l’Altro.

In Raw – Una cruda verità il macabro non è né enfatizzato né anticipato: semplicemente è e non può non essere. Justine è corpo minuto e fragile all’interno di una cornice che è cannibalizzante, e la risposta può essere solo adattarsi e impazzire.

E, forse, adattarsi e impazzire, oggi, sono sinonimi.

Ma Justine riesce a porsi un limite e, parzialmente, emanciparsi nel tritacarne che è il micro-cosmo universitario – anticamera della vita adulta – che la discrimina. Così come discrimina Adrien, il suo coinquilino bisessuale e straniero, dunque non omologato.

Il corpo è catena e al contempo strumento di piacere: in fondo, non siamo che carne, sangue e ossa, e di questo sono fatti i nostri vincoli. Nella nostra era, parlare di cannibalismo sembra quasi ossimorico, ma proprio nella crescente disumanizzazione dell’altro trova la sua forza espressiva. La ripetizione delle immagini del dolore rischia di produrre indifferenza o voyeurismo; l’horror risponde con l’iperbole, e in Raw – Una cruda verità il cannibalismo diventa parte inevitabile del percorso, non un’eccezione.

Cannibalismo rituale vs Cannibalismo intimo

Viene naturale fare un paragone con un altro film horror contemporaneo a Raw – Una cruda verità: The Neon Demon di Nicolas Winding Refn – questa volta un uomo dietro la cinepresa.

Anche qui c’è una giovane che entra in un micro-cosmo elitario e annichilente (la moda), e il cannibalismo come apice del climax orrifico. Tra i film ci sono molte differenze e similitudini: si può dire però che, in The Neon Demon, il cannibalismo conserva la sua natura rituale.

Si mangia l’altro per diventare l’altro e assumere le sue caratteristiche migliori, come la bellezza.

Nella sua forma più pura, la bellezza è vittoria alla lotteria genetica, niente di più vicino alla divinità nel quotidiano. Assimilazione del divino, dunque. Nelle tradizioni antiche dei sacrifici umani, spesso venivano scelti gli individui migliori.

Ma in Raw – Una cruda verità, Justine è una reietta. L’ultima arrivata, una matricola. Indossa maglioni larghi e si pone al mondo, all’inizio, nella rigidità dei suoi principi. E, a seguito di un impulso incontrollabile, progredisce fino a diventare soggetto attivo del cannibalismo. Emerge una differenza sostanziale tra cannibalismo rituale e quello intimo/autofagia.

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Scrittrici al servizio dell’horror

Ci sono due bestseller letterari contemporanei che raccontano storie di cannibalismo ed entrambi provengono da penne femminili: Cadavere squisito di Augustina Bazterrica e I terrestri di Murata Sayaka.

Nel primo, Bazterrica porta all’estremo il concetto di homo homini lupus: a seguito di un fantomatico virus che si trasmette da animali a umani, è diventata prassi mangiare carne speciale, ovvero carne umana. Il romanzo è un incubo distopico in cui seguiamo, in modo quasi documentaristico, il viaggio della carne dagli allevamenti intensivi dei capi umani agli scaffali delle macellerie, passando per il processo di macellazione e di conceria.

La narrazione, parallelamente alla regia di Raw – Una cruda verità, è chirurgica, fredda, netta.

Potremmo parlare di cannibalismo distopico, con un respiro politico: l’autrice chiarisce la metafora del capitalismo.

D’altro canto il percorso del protagonista, soprattutto nel finale, dà al romanzo una prospettiva più intima: questo dettaglio lo lasciamo al piacere della lettura.

Ne I terrestri, invece, il cannibalismo è condito dallo zucchero di un linguaggio che resta infantile, denso di traumi personali, ma in cui comunque non c’è possibilità di comprendersi, diventare adulti o amare se non nel divorare.

In entrambi i casi, come in Raw – Una cruda verità, il cannibalismo ci presenta diverse prospettive che convergono in un’unica, modernissima verità: non sappiamo interagire con l’alterità.

Ne stiamo perdendo le facoltà.

Inglobare per amare, nella dimensione intima; oppure istituzionalizzare la morte, come forma di controllo, un rito iniziatico che si espande fino a normalizzare il più turpe dei tabù.

E, in ogni caso, è già dura fare i conti con sé stessi: è sempre stato vero, soprattutto nei momenti di trasformazione e passaggio, ma oggi è ancor più reale.

 

Un’incursione nelle arti visive

Anche nelle arti visive il cannibalismo diventa affare politico.

Per esempio, Dana Schutz, pittrice contemporanea americana, è diventata celebre per la sua serie Self-eaters and the people who love them (2004): ritratti grotteschi e coloratissimi di soggetti impegnati nell’auto-cannibalismo.

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Si tratta di un processo di distruzione e creazione – opposti complementari – che parte dal proprio corpo e diventa un mezzo di sovversione delle gerarchie sociali. Il corpo come primo campo di battaglia, come in Raw – Una cruda verità.

Donne nell’arte che danno vita, la mangiano, la divorano, la trasformano, la riscrivono. Non la celebrano. È una forma contemporanea di posizionamento radicale.

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