Principessa Mononoke: Miyazaki, Saitō e il conflitto uomo-natura

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Data di pubblicazione: 10/10/2025

Una domanda ricorrente pulsa all’interno della cinematografia di Hayao Miyazaki, ovvero: è possibile una convivenza pacifica tra l’essere umano e la natura? Per evitare dispersioni ci si può concentrare su uno dei tanti capolavori del regista di Tokyo: Principessa Mononoke.

L’ anima dell’uomo, gli spiriti delle cose

Questa domanda ha origini antiche e complesse nella letteratura, nella filosofia e nelle religioni dell’Estremo Oriente.

Sarebbe necessario aprire un ampio capitolo a riguardo, ma chi scrive si sente piccolo rispetto a tradizioni millenarie di un mondo assai lontano, tanto dalla mia formazione accademica, quanto, banalmente, a livello geografico.

Un esempio emblematico può essere l’identificazione tra l’uomo e natura nel Buddhismo Zen.

Il cinema di Hayao Miyazaki è intriso di tradizione Shintoista: spiriti, non sempre divini, sono presenti in ogni elemento. La natura è un organismo vivente e l’essere umano non è dominatore ma parte della rete reale insieme agli spiriti delle cose.
Fatta questa premessa, è lampante come slegare la figura di Miyazaki dal suo entroterra nipponico sia un esercizio inutilmente complesso .

kodama princjpessa mononoke

 

Le disquisizioni sul rapporto tra uomo e natura, inoltre, si sono fatte predominanti durante il corso del Novecento, quando il cambiamento climatico è diventato un problema concreto. Questo tema ha attraversato, in diverse declinazioni, tutto il cinema di Hayao Miyazaki che si può, semplificando il più possibile, dividere in due macro aree: vivere secondo natura e le conseguenze della guerra.

Il viaggio di Ashitaka, l’ultimo degli Emishi

La storia di Principessa Mononoke si svolge nel Giappone antico, per l’esattezza durante il periodo Muromachi, quando il Paese iniziava a industrializzarsi e ad avere i primi punti di contatto con l’Occidente, come testimoniano le prime armi da fuoco e un inizio di sviluppo industriale.

Il protagonista è Ashitaka che, a seguito di uno scontro con uno spirito cinghiale corrotto, è costretto a lasciare il suo villaggio d’origine per curare la sua maledizione. Comincia così un viaggio iniziatico, in cui il giovane si approccia all’umanità dinamica della Città del ferro, governata da Lady Eboshi, e poi alla natura incantata e misteriosa, in cui si muovono spiriti, divinità incarnate come San, la Principessa spettro – per l’appunto “Mononoke”.

ashitaka principessa mononoke miyazaki effetto rashomon

 

Ma anche lo stesso Ashitaka è, per così dire, uno spettro: è il membro dell’ultima tribù degli Emishi, un popolo indigeno che abitava il nord del Giappone e che dopo secoli di conflitti è stato inglobato dall’Impero nipponico.

Seppur giovane e resiliente, Ashitaka è l’ultimo rappresentante di una minoranza di arcieri e cacciatori destinata a soccombere al progresso. Dunque, è già passato.
Il protagonista di Principessa Mononoke tenterà di mediare nella sanguinosa guerra tra le due combattenti e i loro eserciti. Quello che ne verrà fuori è un uomo che imparerà la giusta misura delle cose.

Lady Eboshi: contraddizioni e umanità nella Città del Ferro

Sarebbe banale identificare Lady Eboshi come l’espansionista cattiva e San come la protettrice buona. Il villaggio come coacervo del male e la foresta come rifugio del bene.

Ma ogni personaggio e ogni luogo rappresentano la complementarietà degli opposti. Lady Eboshi è un capo attento al suo popolo, che è composto da lebbrosi e da donne salvate da condizioni impietose, se non addirittura dalla schiavitù.

lady eboshi città del ferro

 

Nella città di Lady Eboshi il lavoro di cura non è subordinato al lavoro del ferro. Si combatte, si colonializza, ma all’interno ci si cura l’uno dell’altro. Ci manca questo pezzo, perché nella nostra società i ruoli di cura sono malpagati, sottovalutati e spesso prerogativa femminile.

Le donne della città del ferro sono legittimate a esistere in società come ideatrici ed esecutrici dei loro mestieri. Lei offre un tetto e un lavoro a chi ne ha bisogno e tutti sono addestrati nell’arte del combattimento. Ma è proprio l’ambizione di offrire al suo matriarcato una condizione di prosperità a renderla disinteressata al bosco e alle sue divinità.

Divinità maestose, che conoscono la violenza e vivono conflitti interni.

San: amorevole vendicatrice della natura

Dall’altra parte, in Principessa Mononoke, abbiamo un’altra donna: San.
San è una ragazza cresciuta dai lupi che odia gli umani ed è mossa dal desiderio più antico e distruttivo: la vendetta.

Eppure è impossibile non empatizzare con la sua causa, la sua tenacia nel difendere ciò che l’ha cresciuta, l’ha amata e le ha insegnato a vivere: la foresta.

C’è una sovrabbondanza di esempi, in ogni latitudine del globo terrestre, che dimostrano che le civiltà antiche davano un’importanza radicale alla terra e la associavano alla femminilità: i cicli delle stagioni e la terra che dà la vita e si riprende il corpo dei morti.

Il ciclo vitale visto come ciclo universale, dunque sacro.

In Occidente è stato Aristotele, in Oriente Confucio – il primo per una questione ontologica, il secondo per gerarchia ed etica – a fissare il femminile in una cornice subordinata e passiva.

San, la Principessa Mononoke, però è tutt’altro che passiva.

San è ambivalente, potente, guerriera e in quanto tale protegge, punisce, sopravvive, come un’antica dea. Come la natura, che non è – solo – materna e accogliente, ma anche vendicativa.

Appassionata, oseremmo dire, nella sua personificazione.

san principessa monoke effetto rashomon

 

Negli ultimi anni, nel panorama del femminismo intersezionale, si è aggiunto un nuovo insieme: il parallelismo tra la subordinazione delle donne e lo sfruttamento della natura.

Si parla del cosiddetto ecofemminismo, basato sull’idea per cui nelle gerarchie ideologiche donne – biologiche o socializzate come tali – e natura siano oppresse in modo sistematico dai ranghi superiori, ovvero l’uomo e il capitale.

Se volessimo identificare queste figure più in alto nella gerarchia in Principessa Mononoke le troveremmo nel monaco imperiale Jiko e nei samurai – le autorità istituzionale e imperiali, appannaggio maschile – che vorrebbero strumentalizzare la guerra tra Eboshi e San e impadronirsi della città fortificata, per trarne potere e profitto.

Il punto non è schierarsi con una parte o l’altra: ma capire se esiste un punto di intersezione tra le parti.

La natura ci sta già combattendo?

Oltre a varie divinità minori, a tutelare la foresta è soprattutto il dio-cervo. È la figura più enigmatica di Principessa Mononoke: divinità benevola ma imperscrutabile di giorno, colossale entità notturna – il folkloristico Didarabotchi– che domina la foresta con la sua presenza sovrumana. La sua funzione narrativa è centrale: incarna la natura in forma assoluta, una potenza che si esime dai concetti di bene e male, ma si inserisce nella ciclicità neutrale di vita e morte, crescita e decadimento.

Nello shintoismo la natura è musubi, il principio vitale che lega ogni cosa, è sacra ma insondabile.

E tutto si basa sul ciclo: la trasformazione del dio-cervo in Didarabotchi e viceversa riflette un’idea shintoista fondamentale, ovvero che la vita e morte non sono opposti ma fasi di un unico ciclo naturale. La morte non è negazione, ma condizione della rigenerazione.

didarabochi principessa mononoke

 

Quando viene privato della testa, il Didarabotchi diventa un’onda distruttrice che divora ogni cosa: l’equilibrio ecologico si è rotto.

L’uomo non potrebbe agire impunemente di fronte a una natura sacra che mai può essere del tutto comprensibile e catalogabile. Ma lo fa, costantemente. Oggi ci si serve dell’ambiente senza indugi.

Siamo sicuri che la natura – o i suoi spiriti, a volerne fare una lettura più spirituale – non si stia già ribellando?

Siamo talmente abituati a sentire notizie brutali dal Sud del mondo che ci siamo anestetizzati, ma la siccità che divora i raccolti, i fiumi che esondano trasformando villaggi in laghi, le carestie mortifere non dovrebbero smettere di farci orrore. E sono sempre più vicine.

Gli incendi boschivi in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo. La siccità del Po e del Reno. Ondate di calore ed estati sempre più lunghe.

Le alluvioni, improvvise e catastrofiche, sono uno dei fenomeni più vicini a noi: Germania, Belgio, di nuovo Italia, Spagna. Centinaia di morti.

Gli uragani e le tempeste tropicali, sempre più intensi, colpiscono la costa e il Golfo del Messico. A pagarne lo scotto è quasi sempre la classe lavoratrice.

Forse questa guerra è già cominciata, da un pezzo. E non è un caso che nell’opera di Miyazaki – se escludiamo gli ultimi due film, per motivi diversi – Principessa Mononoke sia quello più violento dal punto di vista contenutistico.

Il meno trasognante, tra fosse comuni, sangue e ferite degli animali, soldati dilaniati e arti amputati.

La crisi climatica e umanitaria secondo Saitō Kohei

Se la natura oggi si ribella, la filosofia contemporanea ci dà degli strumenti per reagire.

Saitō Kohei – filosofo e saggista giapponese (classe 1987) – offre degli spunti interessanti su come rispondere all’eterna domanda che affligge l’opera di Miyazaki e, nella fattispecie, Principessa Mononoke.

Il Capitale dell’Antropocene – un testo che ha reso il suo autore piuttosto conosciuto nel panorama internazionale – si basa su una domanda analoga: si può continuare a crescere economicamente senza peggiorare la crisi climatica? La risposta è articolata, sviluppata con chiarezza nel saggio ma difficilmente riassumibile.

Tutto sommato, secondo l’autore: no.

Il saggio si apre fornendo dati molto specifici che dimostrano l’inefficacia complessiva del liberalismo verde e dei Green New Deal.
O, perlomeno, di come questi non si svincolino dall’idea di crescita economica infinita e non riducano in modo radicale lo sfruttamento di risorse nel Sud del mondo.

La crescita economica ha visto come principale protagonista il Primo Mondo a discapito dei Paesi ora in via di sviluppo. Le problematiche sono state esternalizzate nelle periferie.

Per farla breve: abbiamo nascosto la polvere sotto il tappeto per poi sventagliarla verso nazioni che non potevano controbattere e che, in parte, non potevano resistere al progresso senza compromettere sia il benessere dei lavoratori sia l’ambiente.
Ma il range del processo di esternalizzazione è diventato sempre più piccolo: cosicché non si parla più solo di Nord e Sud, ma di centri e periferie anche all’interno delle stesse aree di influenza e degli stessi Stati. Persino all’interno delle città.

La forbice è diventata larghissima: potere in mano a pochi, malessere diffuso nella popolazione, natura piegata e sempre più ribelle.

Le prospettive del filosofo non sono certo rosee: i profughi climatici aumenteranno, i beni di prima necessità saranno sempre più costosi, potremmo assistere a inasprimenti delle misure governative, fino alla restaurazione dei regimi autoritari lì dove abbiamo ritenuto la democrazia una banalità. Rivoluzioni disorganizzate, violente e un plausibile stato selvaggio.

Il Capitale dell’Antropocene di Saitō Kohei rilegge il lavoro più maturo di Marx, ovvero quello in cui emerge il problema della rottura del metabolismo naturale.

Ossia la distorsione che il capitalismo produce tra la società umana e i cicli naturali.

È esattamente ciò che Miyazaki mostra simbolicamente nel corpo ferito del cinghiale contaminato all’inizio di Principessa Mononoke e, verso la fine del film, nel Didarabotchi senza testa che si riversa sulla città come una marea nera: immagini che restituiscono con crudezza la natura spezzata che si ribella alla frattura metabolica.

Non è un caso che la perdita della testa del Didarabotchi coincida con il climax estetico-narrativo del film.

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Il comunismo della decrescita

Saitō propone come soluzione il comunismo della decrescita.
Proviamo a sintetizzarlo in pochi punti: il filosofo suggerisce forme di collaborazione sociale – cooperazione, gestione comune dei beni, autogestione dei lavoratori – e un’economia orientata al valore d’uso piuttosto che al valore di scambio.

Miyazaki in Principessa Mononoke costruisce un’opposizione cromatica e visiva, in questo senso. La città grigia e fumosa è simbolo della logica del profitto e del valore di scambio; la foresta verde e vibrante, espressione della vita concreta e del valore d’uso.

La città di Lady Eboshi mostra che il valore d’uso può coesistere parzialmente con la logica del profitto, all’interno della comunità: ma non basta. La natura non può essere esclusa dall’equazione. Si può leggere come una metafora estetica della contrapposizione tra due mondi inconciliabili senza una trasformazione radicale.

Saitō parla di riorganizzazione democratica della produzione, partecipazione politica, comunità locali attive – più che dello Stato – e, soprattutto, l’abbandono della crescita economica come obiettivo.

Ovviamente, per far ciò, è necessario che i Paesi più ricchi abbandonino un modello di vita imperiale per non eccedere i limiti ecologici, ma che si dia priorità allo sviluppo del Sud del mondo.

Ne Il capitale nell’Antropocene Saitō narra alcuni esempi concreti: i zapatisti in Chiapas costruiscono comunità autonome e autogestite; Via Campesina unisce contadini e lavoratori rurali per difendere i diritti agricoli e promuovere pratiche sostenibili; città come Barcellona e Copenaghen sperimentano la gestione collettiva dei beni comuni e spazi condivisi.

Esperienze in Sud Africa e India dimostrano come l’autogestione e la cooperazione possano ridurre le disuguaglianze, mentre concetti come il Buen Vivir in Bolivia mettono al centro il benessere collettivo e l’armonia con la natura.

In modo analogo Ashitaka in Principessa Mononoke cerca un equilibrio che non sia né sfruttamento cieco né vendetta.

Non ha risposte certe, ma sceglie di vivere vicino alla città del ferro e di restare legato a San: una posizione liminale che si traduce in un’immagine narrativa della possibilità di un’alternativa comunitaria.

Principessa Mononoke: reciprocità, non conquista

Non è obbligatorio concordare con la risposta di Saitō; d’altra parte è facile vedere un collegamento con l’opera di Miyazaki.

O, forse, sarebbe meglio dire: un punto d’incontro tra arte e politica che si fa sempre più pressante nel momento della necessità.

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Principessa Mononoke nel 1997 ci ha messo di fronte a questa domanda e la risposta non è semplice né univoca: il filosofo giapponese dà senza dubbio degli spunti interessanti su cui riflettere.

Saitō non cita l’opera miyazakiana, ma se ne può sentire l’eco o, da fruitore, visualizzare un fil rouge.

Rimettere al centro l’umanità è – verbo, non congiunzione – rimettere al centro la natura: le due cose sono consequenziali.
Sia Miyazaki che Saitō ci ricordano che la sopravvivenza è nella reciprocità, non nella conquista.

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