Intervista a Giulia Cosentino: riaprire i diari per guardare il presente

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Data di pubblicazione: 06/10/2026

All’interno del Torino Underground Cinefest abbiamo incontrato la regista Giulia Cosentino in occasione di una proiezione monografica di tutti i suoi lavori: lei non li aveva mai visti tutti insieme uno dopo l’altro, un’altra prima volta. Per la sua tredicesima edizione il festival, con CineLAB Torino e il Centro Nazionale del Cortometraggio, le ha dedicato la prima retrospettiva intitolata Memoria futura: Lui e io (2019), Perché scappi? (2020), Le prime volte (2025), firmato insieme a Perla Sardella, e Se mai le cose, appena tornato da Venezia, dove ha vinto tre premi nel concorso SIC@SIC della Settimana Internazionale della Critica. I premi sono: Miglior Contributo Tecnico, Premio del Centro Nazionale del Cortometraggio e Premio FEDIC al miglior cortometraggio. Nel pomeriggio si è anche tenuto un workshop di scrittura creativa sulle immagini d’archivio, Riscritture della memoria.

Un percorso in parte atipico quello che ha portato la regista siciliana fino a questo palcoscenico: ha cominciato come ricercatrice d’archivio, cercando immagini per i film di altri e di altre, e forse proprio da quella conoscenza arriva uno dei tratti più interessanti del suo cinema. Nei suoi corti le immagini d’archivio non servono solo a ricostruire un’epoca, a evocare un po’ di nostalgia o a mostrarci acriticamente grane e formati diversi, ma costruiscono un dialogo estremamente lucido tra quello che, quando sono stati girati, sembrava naturale e il presente: una riflessione sulle posizioni di chi filma e di chi viene filmato, sui ruoli e le pressioni che il contesto imponeva e impone tutt’oggi. Un approccio giustamente politico capace di tenere legati a doppio filo il domestico e il sistemico, le piazze e le vite raccontate dalle camere di famiglia e che – come poi ha detto nel Q&A a fine proiezione – non guarda con risentimento alle singole figure maschili dei propri film, ma non può che raccontare un sistema patriarcale introiettato non solo da quelle immagini del passato, ma da tutti coloro che sono cresciuti sentendolo come un dato acclarato.

 

Immagini d’archivio in Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella

Allo stesso modo, Le prime volte inventa così il percorso di due ragazzine in un convitto in cui vengono fatte incontrare con possibili mariti e si chiude sull’urlo liberatorio e proiettato al futuro delle piazze transfemministe del presente, girate dalle stesse Giulia Cosentino e Perla Sardella.

In Se mai le cose la finzione e il cinema girato prendono il centro del film e l’archivio entra solo attraverso degli inserti di confronto. Eppure anche le immagini nuove sembrano contenere già qualcosa della materia d’archivio, una stratificazione del tempo, come se ascoltando gli oggetti parlare vedessimo l’archivio delle persone che hanno attraversato quei luoghi: un presente in cui convive già ciò che di esso resterà. Del resto, a un certo punto della conversazione, la regista si è definita una persona che «tiene un archivio del presente».

«Mi piace pensare che un film si possa solo ascoltare e si possa anche solo vedere. La cosa divertente è che poi, quando li metti insieme, diventa tutta un’altra cosa.»


Intervista

Fabrizio Cassandro (da qui F.C.) Hai lavorato tantissimo con il materiale d’archivio e nel cinema contemporaneo l’archivio sta prendendo sempre più spazio. Molto spesso, però, lo si vede utilizzato come un orpello, come volontà di imitare un’immagine o come nostalgia rispetto a un’immagine. Trovo invece estremamente interessante il fatto che tu utilizzi quel materiale per mettere in dubbio i valori del tempo in cui è stato girato, i ruoli prestabiliti che quelle immagini mostrano e le influenze che quei retaggi hanno sul presente. Vorrei partire proprio da qui: dal modo in cui lavori su quelle immagini e su ciò che portano con sé.

Giulia Cosentino (da qui G.C.) Io ho iniziato lavorando come ricercatrice, quindi ho lavorato tanto sulla ricerca delle immagini. E quello che poi è venuto fuori, anche nei lavori d’autrice, sono delle riflessioni partite proprio da questa ossessione di riguardare i materiali tante volte, o comunque di provare a cercare dei significati che potessero corrispondere alle esigenze di altri autori o di altre autrici.

Poi, quando sono approdata a fare più l’autrice, quindi a capire come questi materiali parlavano a me, era quasi impossibile non prendere una posizione politica e fare anche un discorso critico sulle immagini: chi le guarda, chi le sta filmando, quando sono state girate e come sono state girate.

Nei lavori che ho fatto, non soltanto come regista ma anche come collaboratrice in altre opere, ho esplorato tanti modi. Ed è vero che c’è stata una grandissima attenzione verso questi materiali negli ultimi anni, per una serie di cose. Secondo me è un discorso un po’ di moda, ma anche la risposta a un bisogno di parlare in prima persona. Tutto il discorso del personale, dell’autofiction, che adesso penso stia arrivando a una saturazione, ma che forse era necessario fare per raggiungere dei linguaggi, dei significati nuovi. Penso che anche in letteratura sia stato così: c’è l’ultimo libro di Claudia Durastanti che fa questa riflessione sull’autofiction, l’ho trovato interessantissimo perché mi ci ritrovo molto.

E quindi esplorare in vari modi mi ha portata adesso, con l’ultimo lavoro, a ritornare all’archivio in una maniera un po’ più distante, nel senso che lo tratto per quello che è. Forse questo è più documentario di tutti gli altri lavori che ho fatto, che erano comunque sempre considerati documentari perché partivano da immagini esistenti. Se dovessi fare un’analisi, ma non la sto facendo adesso insieme a te, questo è l’utilizzo più documentario: lascio le sequenze come sono e ci lavoro in un contesto che è poi di riscrittura. Nei precedenti era un’altra cosa. 

Giulia Cosentino sul set di Se mai le cose

F.C. Vedendo tutti i lavori in fila, cosa che ho fatto in questi giorni, trovo molto interessante come sia un cinema che dialoga inevitabilmente con il passato, con il tempo in cui sono stati girati i materiali e anche con linguaggi differenti, ma che dall’altra parte abbia, veramente sin dal primo lavoro, un approccio estremamente fresco e contemporaneo.

Penso soprattutto alla lettura dei ruoli prestabiliti e a come vengono decostruiti oggi. C’è una carica politica molto forte, che forse non è la prima possibilità a cui si pensa quando si parla di cinema che utilizza materiale d’archivio. È qualcosa che cerchi consapevolmente di inserire dentro quei materiali oppure è un’esigenza che ti viene naturale? E dove senti che può portarti ancora questo percorso?

G.C. Penso che sia un discorso identitario, perché mi interessa come persona. Sono domande che faccio a me stessa anche su come mi relaziono nel mondo, alla collettività, alla famiglia, al mio genere, alle ambizioni, al mestiere che faccio. Quindi credo che questa idea politica venga sicuramente da un mio posizionamento politico, che insomma è dichiarato, è chiaro per me. E poi probabilmente nel momento in cui ti capita di poter scrivere qualcosa ci sei tu, almeno per me è così.

Non so se per tanti registi sia così, però io parto sicuramente da quella che è un po’ la mia visione del mondo. Ma in realtà non è una visione: sono per me delle domande sul mondo, e le faccio attraverso il mio linguaggio, che è quello cinematografico. Quindi mettere insieme delle immagini che esistono, che esistevano e che forse possono esistere.

Non riesco a prescindere dalla mia identità politica in questo tipo di esercizio.

Sul primo lavoro, alla fine, io non pensavo di fare un film. Quando ho fatto il cortometraggio ero all’interno di una residenza di cinema di famiglia, e ho scelto un fondo familiare che aveva queste immagini di piazza, collettive, proprio perché mi interessava che in quel tipo di immagini, familiari, domestiche, ci fosse comunque raccontato un pezzettino di collettività. Forse parte dalla ricerca di quel tipo di sguardo, e poi si evolve in altro.

Immagini d’archivio in Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella

 

Non ritengo l’archivio l’unico linguaggio con cui potrò lavorare. Sicuramente nel film che sto scrivendo adesso c’è una parte d’archivio, però è diversa ancora una volta da quella del precedente. Probabilmente perché parto sempre da cose che esistono, anche da oggetti che esistono. Un po’ come nel film: c’è un’attenzione a qualcosa che già esiste e che poi mi piace pensare di rielaborare.

E poi il cinema mi diverte, mi diverte il fatto che attraverso il linguaggio cinematografico puoi costruire degli altri strati. È una cosa che mi piace tantissimo, mi entusiasma questa possibilità di metterci delle voci, di far diventare le voci delle bambine delle voci registrate. Mi sembra di cercare delle potenzialità diverse, ma non per dover dimostrare di sperimentare: proprio perché mi interessa, anche con le mie classi, quando lavoriamo insieme, capire cosa si può fare. Mi auguro che rimanga questo entusiasmo.

Poi non escludo che ci siano dei film, magari ne farò, che non hanno l’archivio. Però sicuramente sono una persona che tiene un archivio del presente: scrivo, conservo delle cose. Quindi penso che sia difficile staccarsi proprio da un’idea di memoria. Però la memoria per me è evoluzione, quindi non so cosa succederà dopo. Anche questo: forse ho voglia di girare perché ho anche voglia di mettermi in relazione con delle altre cose, che non siano soltanto quello che ho già vissuto.

F.C. Due cose che hai appena detto mi sono rimaste in testa: che tieni un archivio del presente e che hai voglia di girare. Nell’ultimo lavoro trovo molto interessante come il materiale girato sembri diventare istantaneamente archivio, come se fosse già il racconto di un tempo stratificato, anche se in realtà è stato girato appositamente.

Come hai lavorato sulla parte più di finzione di Se mai le cose? Perché si respira una continuità molto forte con il tuo lavoro sull’archivio, e non è affatto scontato.

G.C. Forse l’ho girato così perché era l’unico modo in cui sapevo girarlo. Penso che sia così, lo dico con grande onestà. È difficile girare i film. Per quanto tu ne abbia fatti tanti da assistente, da aiuto, e quindi ti ritrovi davanti a un piano delle inquadrature e parli con i direttori della fotografia, non è che arrivavo completamente spaesata su un set. Però scrivere una storia e pensare che gli oggetti parlino, e poi capire come farli parlare, è stata una domanda abbastanza difficile a cui rispondere, per me.

E quindi probabilmente il linguaggio che conosco meglio è quello. In qualche modo ho replicato delle cose che sono anche film che mi piacciono, riferimenti di autori e autrici che amo. E forse è la maniera in cui uno può tentare di costruire una grammatica, una storia. Come un articolo, lo sai: ha un inizio e una fine, ci devono essere degli appigli. Forse per questo ci somiglia un po’.

E poi c’è una cosa che tento di fare in questo ultimo film, e che ho sempre cercato di fare nei cortometraggi: lavorare sulla traccia visiva e sulla traccia audio nella stessa maniera, come se potessero esistere anche da sole, autonomamente. Mi piace pensare che un film si possa solo ascoltare e si possa anche solo vedere. Ci ho provato, e in effetti funziona. La cosa divertente è che poi, quando li metti insieme, diventa tutta un’altra cosa.

Quindi la traccia sonora del film per me era importantissima, proprio allo stesso livello delle immagini. Ho lavorato prima con la montatrice del suono, prima ancora di lavorare con la direttrice della fotografia. Ho proprio pensato: come facciamo a fare questa cosa? E su quattro giorni di set ne abbiamo fatto uno solo audio. Abbiamo mandato via la macchina da presa, sono proprio andati via, e abbiamo fatto un giorno soltanto con il fonico e gli attori, che però recitavano. È un po’ come avevo fatto in Le prime volte, e per questo c’è la continuità: lì ho sperimentato questa cosa di lavorare con le attrici solo sull’audio, facendo finzione, stando in una stanza, ricostruendo. Qui ho cercato di farlo ancora di più. Così abbiamo fatto la scena a letto.

Immagini dal set di Se mai le cose

 

Leggo molto e rileggo molto i libri che leggo. E rileggendo ho scoperto che c’erano degli appunti su questo film, e non avevo idea che ci fossero perché erano di tantissimi anni fa. Erano sul libro di Marguerite Duras che si chiama La vita materiale, che parla della casa e degli oggetti in una maniera diversa, ma ci ho trovato tracce di quel percorso lì. Quindi sicuramente lei.

Per questo lavoro, non so perché ti sto guardando, abbiamo rivisto la trilogia di Richard Linklater, anche per questa possibilità di lasciarsi andare in discorsi magari un po’ più pregni di significato, che ogni tanto va anche bene. È vero che i personaggi nella vita reale parlano di cose leggere, però io parlo anche di cose pesanti ogni tanto, quindi forse va bene che anche i personaggi del cinema ogni tanto possano invogliarci a fare dei ragionamenti di quel tipo.

E sicuramente tra le autrici di cinema che mi piacciono molto ci sono Chantal Akerman e Claudia Weill. Tutto il discorso del personaggio dell’amica viene da un film che amo molto, Girlfriends, degli anni Settanta.


Il Premio Cinema Futuro del Torino Underground Cinefest a Giulia Cosentino, qui durante il Q&A in sala

A chiudere il festival è arrivato anche il Premio Cinema Futuro, assegnato a Giulia Cosentino come figura emergente del cinema italiano. Il direttore artistico Alessandro Amato l’ha motivato:

«per l’istinto creativo e l’intelligenza emotiva con cui attraversa memoria e immaginario, restituendoci uno sguardo poetico e politico sul presente, capace di rivelare nel passato prospettive di un mondo da costruire insieme con consapevolezza e speranza».

Prima della proiezione le avevamo chiesto che effetto le facesse rivedere i suoi corti tutti insieme. Ha detto che le sembrava di riaprire i diari, o i libri su cui prende appunti a margine, e di accorgersi di aver già pensato una cosa sei anni prima, con altre parole. Che oggi si perdona molto di più. E che la parte più interessante sarebbe stata scoprire i nessi trovati da chi guarda, quelli che lei da sola non riesce a vedere.

È, a pensarci, quello che i suoi film fanno con le immagini degli altri: le riaprono a distanza di anni e ci trovano qualcosa che chi le aveva girate non vedeva.

N.d.R. L’incontro si è svolto insieme a Carlo Griseri di CinemaItaliano.info, alla cui intervista vi rimandiamo con piacere: per comodità di lettura, alcune risposte alle sue domande sono confluite nelle nostre.

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