La grazia – Una storia d’amore e di legislazione │Recensione
Data di pubblicazione: 23/01/2026
La grazia di Paolo Sorrentino è un film d’amore.
L’amore di un presidente della Repubblica nei confronti dell’istituzione che rappresenta. Un amore ferreo per le leggi e incondizionato per i rituali. Un amore che è una gabbia con la forma degli spazi angusti dei luoghi di potere. Un film su una storia d’amore finita, andata lungo le soglie di un passato forse felice o forse no. Dorotea, figlia del presidente Mariano De Santins, lo dice a chiare lettere: “Se il mondo ha smesso di appassionarti non significa che noi dobbiamo fare lo stesso”.
Perché senza la passione l’amore non esiste, ma è semplice routine. Immobilismo, quindi, che da una parte può significare “sicurezza” ma dall’altra anche “resa”. Mariano De Santis è soprannominato “Cemento armato”, inamovibile e incapace di comprendere il mondo contemporaneo. Forse perché il suo mondo era la moglie, defunta e che vede lievitare come una fantasma nella nebbia della pianura. La grazia è, quindi, una storia di fantasmi: quello della moglie, della prima Repubblica e di un partito (Democrazia cristiana).
Come affrontare un presente così sfuggente? Sorrentino lo suggerisce: attraverso la leggerezza.
Lasciarsi trasportare dall’assenza di gravità come un astronauta bloccato nello spazio. Affrontare il peso delle decisioni per evitare di vedere il mondo assopire. “Chiedere prima perdono non prima per favore”, come scritto in un brano rappato dal presidente in una ritrovata serenità emotiva verso la fine del film. Solo uscendo da un passatismo atroce è possibile scoprire nuovamente la passione. E la bellezza del dubbio nasce proprio da qua. Certamente non è un caso che la spinta a intraprendere nuove strade emotive e giuridiche venga data da due figure femminili: la figlia e l’amica di una vita. Il riflesso di gioventù e la coscienza di una vita.

Il passatismo ideologico appannaggio di una società proveniente da un’altra epoca deve farsi da parte, lasciare libero il campo da gioco a chi veramente è in grado di mettersi in gioco e mostrare che alla domanda “Di chi sono i nostri giorni” la risposta è direttamente riconducibile a un futuro tutto da scrivere e appartenente solo a chi desidera affrontarlo.
Un film che distorce la realtà con i colori crepuscolari di un quadro di Lucian Freud, dove il realismo proviene da uno stato d’animo e non a una rappresentazione calligrafica di una persona. Perciò Sorrentino lascia da parte certi virtuosismi barocchi della macchina da presa di altri suo film per una messa in scena che richiama maggiore sobrietà, giocando spesso su contrasti visivi e sonori che in un primo momento ci portano in un altrove figlio del flusso di coscienza del protagonista e poi ci richiamano bruscamente a terra, come uno schiaffo per ricordarci che dobbiamo pensare al presente.
La grazia non è altro che un monito, un richiamo contro il narcisismo dilagante di oggi.
Voto: 7
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