Lo straniero – Bussare alle porte della responsabilità │Recensione
Data di pubblicazione: 13/04/2026
Delle immagini di un cinegiornale aprono Lo straniero di François Ozon: l’Algeria – si sente raccontare – un tempo terra di soli indigeni è stata colonizzata dai francesi, che l’hanno resa un posto simile a un resort vacanziero a cielo aperto. Stacco. Ci troviamo in una prigione e Meursault confessa di aver ucciso un uomo, un arabo. Ozon ribalta il capolavoro di Albert Camus ponendo al centro del suo (bellissimo) adattamento la questione razziale, arrivando invece all’indifferenza sentimentale di Meursault per gradi.
Come in un film noir, l’ambiente diventa specchio e spazio della psicologia del protagonista rivelando le inquietudini di un inconscio che sembra appartenere a un’intera nazione. Perché il personaggio interpretato da Benjamin Voisin ha ucciso l’arabo con quattro colpi di pistola “che hanno bussato quattro volte alla porta dell’infelicità”? O, forse, questo non è importante. Forse è rilevante agli occhi della borghesia francese la sua mancata disperazione alla morte della madre. Questione di percezione, ma anche un problema politico, identitario, d’immagine.
Ozon, adattando Lo straniero con l’ardire che può possedere solo un grande cineasta, agisce sul concetto di responsabilità che la Francia ha spesso sorvolato nella sua occupazione del territorio algerino.
Così Meursault diventa non solo lo straniero che comprende quanto – citando Saviano – “l’uomo sia alieno a se stesso”, ma anche come l’estraneità alla società porti a un vortice di violenza volta a privare l’altro di un’identità, come la Francia con l’Algeria. Il caso, “il peggior nemico dell’uomo” secondo Bolaño, che sembra aver portato il protagonista a compiere il delitto, appare più una scusa, uno specchietto per allodole di un’idea di mondo scevra da ogni impegno sociale.

Il processo nei confronti di Meursault diventa di conseguenza un processo all’etica di quei francesi che si sono beati del – presunto – stato di diritto algerino (compaiono durante il film insegne con scritto “vietato l’ingresso agli indigeni”) per vivere nel lusso, in uno sfarzo allucinatorio e pubblicitario richiamato dal bianco e nero ammaliante scelto dal regista francese.
Con questa estetica Ozon pare dare un nuovo senso al libro di Camus, un punto di vista personale, portando il protagonista a essere non più una persona che si sente straniera nel luogo in cui vive, tra gli uomini e per sé stessa, ma mappando l’immoralità dell’indifferenza verso il peso delle azioni nei confronti della storia.
Meursault diventa un uomo fuori da ogni tempo e idealmente figlio di tutti i tempi, un prototipo di meschinità racchiusa in un corpo che ha scelto di portare con sé l’ipocrisia di una società che una volta guardata in faccia la realtà ha scelto di condannarla per immoralità: un film già visto, attualissimo.
Voto: 8
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