L’ultima missione: Project Hail Mary – Extraterrestre, portami a casa│ Recensione
Data di pubblicazione: 23/03/2026
Salvare il mondo, si sa, è un mestiere faticoso.
È ancora più faticoso poi se la minaccia arriva da dei microscopici esserini, gli astrofagi, la cui unica preoccupazione sembra divorare con gusto la superficie solare (e quella di quasi tutte le altre stelle della galassia), con la minaccia di portare la Terra ad una nuova era glaciale. L’unica possibile via di scampo è imbarcarsi in una missione suicida, in cui si ritroverà invischiato il povero Ryan Gosling, nel tentativo di raggiungere l’unica stella apparentemente immune da questa epidemia, per cercare lì, ad anni luce dalla Terra, una soluzione a questa calamità epocale.
Trattandosi di un lavoro così stressante, non deve sorprenderci che le centinaia di scienziati, ingegneri e astronauti cinesi, russi, africani, europei e statunitensi impegnati nella missione, coordinati da una Sandra Huller nata nella DDR prima della caduta del Muro, si concedano di quando in quando qualche ora di relax. Cantando tutti insieme al karaoke, per esempio.
E cosa canta la sera al bar un gruppo di alticci luminari provenienti da ogni angolo del pianeta?
Sign o’ the Times di Prince e…Wind of Change degli Scorpions. Salviamo questo spunto musicale in memoria e conserviamocelo per dopo.

Lo spauracchio del cambiamento climatico era già la metafora (piuttosto esplicita) dietro Don’t Look Up! di Adam McKay, ma a differenza del regista di Denver Phil Lord e Christopher Miller, duo già dietro al geniale The Lego Movie e (anche se “solo” in qualità di sceneggiatori) agli ultimi due magnifici Spiderman animati, non sono interessati a una parabola morale sui tempi stupidi e volgari in cui viviamo.
Project Hail Mary è un collage iper-consapevole (come già lo erano The Lego Movie e i due Spiderman nel multiverso) di decenni di fantascienza occidentale, da Incontri ravvicinati del terzo tipo (citando esplicitamente il celebre motivo di cinque note) a Interstellar, passando per 2001: Odissea nello Spazio, Arrival e tanti altri, che ha al centro il legame improbabile eppure così spontaneo tra Gosling e Rocky, adorabile omologo Eridiano non antropomorfo dello scienziato con cui questi si ritrova a collaborare.
A distinguere questa ennesima distopia del cinema di fantascienza contemporaneo, che non rimanda nemmeno più la catastrofe a un futuro prossimo per piazzarla sempre più vicina al nostro presente, è proprio l’ingenuo ottimismo nella possibilità (e anzi nella naturalezza) di comunicare con l’altro da sé. La strana coppia composta da Gosling e Rocky trova una prima connessione grazie all’universalità del linguaggio matematico, e si ritrova poi immediatamente legata da uno spontaneo sentimento di fratellanza interplanetaria, nonostante Rocky non abbia degli occhi per far filtrare le sue emozioni o un viso in cui lo spettatore possa specchiarsi.
Quando i due si separano sulle note di Two of Us dei Beatles è difficile trattenere le lacrime.

L’auspicio di Lord e Miller non si limita al piano pur nobilissimo dei rapporti interpersonali, ma anzi ammanta il film di un sottile strato di nostalgia verso un periodo storico che ormai sembra definitivamente alle spalle: quello del multilateralismo a guida statunitense seguito al termine della Guerra Fredda, e ora completamente (?) smantellato dal secondo mandato di Trump.
L’equipaggio della Hail Mary (la nave che parte dalla Terra, una preghiera per la salvezza dell’umanità) è composto da uno statunitense, una russa e un cinese, e sulla nave dislocata in mezzo all’oceano da cui viene guidato il progetto convivono e collaborano individui provenienti da tutti i paesi del mondo.
Wind of Change, la canzone cantata al karaoke dagli astronauti che lavorano al progetto e composta dagli Scorpions durante un tour nell’Unione Sovietica (che li rese il primo gruppo rock a entrarvi, nel 1988), fu uno degli inni di quella stagione di cambiamento, e divenne uno dei simboli della riunificazione della Germania. Mai come in questi anni le sue parole sembrano lontane dalla realtà in cui viviamo. Forse anche per questo un film così ingenuamente ottimista nel suo semplice messaggio di fratellanza (letteralmente) universale sembra essere perfetto per tempi come questi.
Voto: 7
Articoli simili
Recensione de La sposa! di Maggie Gyllenhaal: un Frankenstein femminista e postmoderno, ricco di intuizioni e ambizioni, ma spesso incapace di sostenerle fino in fondo.
A gambe levate, via dalla Mietitrice, calcolando ogni passo. Ma se mancasse, a questa trama, la terra da sotto i piedi?
Destino, vendetta e inferno: l’ultimo Hosoda intreccia tragedia shakespeariana e fantasy in un’opera ambiziosa, visivamente potente ma irrequieta.
La recensione dal Festival di Berlino di Wolfram, western aborigeno sequel di Sweet Country del 2017.
Un'intervista con Massimiliano Supporta e Matteo Pennacchia, responsabili del TOHorror Fantastic Film Fest.
Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos è un viaggio visionario tra satira, desiderio e disumanità nel suo inconfondibile stile surreale.
Principessa Mononoke: Miyazaki tra uomo e natura, ecofemminismo e riflessioni sull’Antropocene di Saitō Kohei.
The Shrouds segna una nuova riflessione di David Cronenberg sul concetto di corpo in un'epoca dominata dalla virtualità delle immagini.
Predator: Killer dei Killer – film d'animazione 2025: tre guerrieri storici (vichinga, samurai, pilota WWII) sfidano i letali Predator per sopravvivere.









