Yellow Letters – O dell’inseparabilità di arte e politica│ Recensione
Data di pubblicazione: 10/05/2026
Insieme allo svedese di padre egiziano Tarik Saleh e all’iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi, il tedesco di famiglia turca Ilker Catak fa parte di una schiera di registi europei (naturalizzati o di seconda generazione) che sfruttano la libertà loro garantita dal vecchio continente per denunciare le storture autocratiche dei paesi in cui affondano le loro radici familiari.
Non possiamo parlare di un vero e proprio cinema della diaspora (Catak è nato a Berlino Ovest, per dire), ma è indubbio che tanto i tre film della “Trilogia del Cairo” di Saleh quanto Holy Spider di Abbasi siano opere che cercano, attraverso la finzione del mezzo cinematografico, di convincere lo spettatore (colto, europeo, “da Festival”, visto che pur essendo film di genere i quattro titoli citati sono stati tutti presentati a Cannes) che il film che sta guardando sia veramente girato nei luoghi dove la trama ha svolgimento.
La denuncia socio-politica è presente anche a livello della diegesi. Derya e Aziz sono due artisti, lei attrice teatrale, lui autore e professore universitario, che vengono licenziati per la loro posizione ostile nei confronti del regime.
Dopo essersi trasferiti a Istanbul da Ankara insieme alla figlia Ezgi, i due si ritrovano su sponde diverse nell’eterno scontro tra apocalittici e integrati (ridicolo a tratti alle nostre latitudini, ben più serio sotto il giogo di regimi autoritari come quello del mai nominato Erdogan): Aziz scrive un testo di forte denuncia e si impegna per portarlo in scena, assieme alla moglie, in un piccolo teatro della città, ma quest’ultima intanto viene corteggiata da un’agente che le offre un ruolo da protagonista in una serie televisiva dozzinale sul canale di stato (con il cui cachet Derya vorrebbe mandare la figlia in una scuola privata).

Mentre la scrittura si concentra sulle ricadute delle scelte della coppia nel disgregarsi dei rapporti familiari, Catak è troppo schierato per scatenare un dilemma morale nello spettatore. Il titolo del film, Yellow Letters, è lo stesso del dramma che Aziz scrive a Istanbul/Amburgo, e il taglio dell’opera è quello di un film da Festival all’europea, destinato a una platea intellettuale (e probabilmente modesta), la stessa che va a vedere lo spettacolo “Yellow Letters” nel pre-finale.
All’ambiguità che caratterizzava La sala professori (precedente film del regista) va a sostituirsi dunque un discorso politico cristallino, tanto accorato quanto tristemente prevedibile.
Presentato in Concorso all’ultima Berlinale, il film ha vinto l’Orso d’oro. Destino ironico per un festival che si era aperto con la polemica artatamente costruita intorno alle frasi del presidente di giuria Wim Wenders circa la necessità di separare arte e politica, smentite prima dalla selezione e poi dai premi assegnati, quando ormai l’attenzione degli indignados era già rivolta da un’altra parte.
Magari le separeranno l’anno prossimo.
Voto: 7
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