DAU – Il cinema come esperimento totalitario │Recensione

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Data di pubblicazione: 12/09/2026

Ricorda per certi versi la portata immaginifica di The Brutalist, DAU di Ilya Khrzhanovsky, presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Una serie di immagini montate in modo rapsodico: luci, forme indefinite, forse incubi febbrili, forse la ricerca di un’idea a cui dare forma. Poi l’URSS del 1928 e infine l’inferno. Un set che è un’opera mondo, quello di DAU, biografia sui generis di Lev Landau, premio Nobel per la fisica ma costretto a servire l’ideologia della patria che maschera il patriottismo in un tripudio di contraddizioni morali.

Un set-cittadella in cui per diversi anni di riprese oltre 400 attori e attrici hanno interpretato il proprio ruolo per dare vita a 14 lungometraggi, di cui DAU è il punto finale, la summa di quest’opera al di fuori di ogni logica, un gesto artistico radicale, folle, romantico, vivo. Nei suoi 195 minuti, la vertigine produttiva del film è percepibile in ogni frammento visivo. Lo dimostrano soprattutto le sequenze in esterni, nelle quali il fisico si muove tra centinaia di comparse: il caos assume lentamente una forma compiuta, mentre il genio scientifico di Landau viene ricondotto alla sottomissione ordinaria imposta dal regime. Anche lo spazio segue questa progressiva coercizione. Dagli ambienti aperti si passa gradualmente a luoghi sempre più chiusi e claustrofobici, nei quali ogni gesto sembra sottoposto all’occhio onnipresente del Grande Fratello sovietico.

 

Come in Oppenheimer, l’utopia di impiegare la fisica per il progresso dell’umanità si rovescia così in una regressione verso l’Eden biblico. Il sapere scientifico diventa il frutto proibito: una conoscenza capace di liberare l’uomo e, nello stesso momento, di condannarlo. Il serpente finisce per avvolgere il mondo intero, mentre nella bomba trova il proprio definitivo compimento. Dau – così viene chiamato Landau – si arrende, nonostante tenti, attraverso la propria dialettica, di scardinare il credo ideologico nel quale è immerso. Ma quella sovietica è una macchina ormai troppo ben oliata nei suoi meccanismi repressivi, destinata, come mostra il finale, a spingersi persino verso la ricerca di un superuomo capace di affrontare ogni futura sfida bellica. In questa frustrazione latente, che castra ogni slancio vitale e ogni forma di vivacità intellettuale, Dau riversa infine la propria impotenza tra le mura domestiche. Il sesso diventa allora meccanico e asettico, un gesto compulsivo chiamato a soffocare qualsiasi momento di pensiero lucido.

Anche l’intimità, lo spazio privato, ultimo possibile rifugio dall’ideologia totale, finisce così per riprodurre la violenza e l’alienazione del sistema. Passano gli anni, il racconto diventa una lenta progressione verso la senilità e la rabbia politica assume i tratti di un fantasma fino a scomparire, lasciando Dau in secondo piano rispetto al peso della Storia.

E così, infine, viene da chiedersi se anche DAU, inteso come film e non più soltanto come personaggio, non sia lo specchio della frustrazione dello stesso Khrzhanovsky. Un autore che a questo progetto ha dedicato anima e corpo, portando allo stremo maestranze e interpreti in nome di un ideale, di una visione totalizzante che lo ha reso quasi una divinità, salvo poi costringerlo a fare i conti con le regole dell’industria cinematografica.

Voto: 8

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