La città proibita – Pugni d’amore│ Recensione
Data di pubblicazione: 23/07/2025
In molti (tra cui il sottoscritto) aspettavano al varco La città proibita di Gabriele Mainetti. Il cineasta romano, d’altronde, dopo tre film in dieci anni – un dato da non sottovalutare – può già avvalersi di una nutrita schiera di ammiratori e di haters. Dopo l’exploit inaspettato di Lo chiamavano Jeeg Robot (rifiutato dalla Mostra del cinema di Venezia e celebrato al Festival del cinema di Roma) e dei nasi arricciati al seguito della visione (questa volta, sì, a Venezia) di Freaks Out, La città proibita era il film che, forse, doveva rivelarci che cosa Mainetti avrebbe voluto fare della propria idea di cinema. Sintomatica di questa attesa è una delle prime sequenze del film.
Mei (Yaxi Liu) si trova in uno scantinato insieme ad altre ragazze vittime del traffico della prostituzione. Davanti a loro c’è una donna, appartenente alla mafia cinese, che le squadra per decidere dove mandarle per iniziare a farle “lavorare”. L’atmosfera che si respira è pesante, il posto – scenografia curata da Andrea Castorina – è lurido ma Mei sembra trovarsi in quello scantinato per un altro motivo, glielo si legge negli occhi: cerca sua sorella, separata da lei per una legge cinese che non ammetteva più di un figlio per famiglia. All’improvviso scoppia una lotta brutale tra Mei e alcuni scagnozzi mafiosi.
Una battaglia coreografata secondo gli stilemi del kung-fu in perfetta sintonia con il lavoro dietro la macchina da presa di Mainetti, regista capace di dare forma alla propria immaginazione liberando spettri di un passato che lo hanno visto fin troppo relegato a un unico modo di pensare cinema. Per questo la lotta di Mei in uno scantinato che pian piano sale – o sarebbe meglio dire scala – verso le gerarchie di quell’edificio (scantinato, casa chiusa, bisca clandestina, cucina e, infine, ristorante) si pone come un moto la cui pulsione violenta è figlia di una rabbia volta a dimostrare che il talento c’è e, soprattutto, collima con un’idea di costruzione delle immagini che privilegia lo spettacolo.

Marco Giallini in La città proibita
Da questo punto di vista, quindi, La città proibita è un film che è anche un autoritratto del regista, rivendicando una creazione artistica che si pone al di là del cinema medio italiano, facendosi internazionale. Le coreografie marziali (che si avvalgono del lavoro di Liang Yang: Spectre, MI: Fallout) non sono perciò fini a sé stesse – un peccato di molti action contemporanei emuli di John Wick – ma producono un senso narrativo preciso con un inizio, uno svolgimento e una fine. La fine, nel caso della sequenza iniziale, coincide con l’uscita dall’edificio – il nome del ristorante è La città proibita – da parte di Mei in una strada romana, come a simboleggiare che Mainetti stesso è stato in grado finalmente di sconfiggere i propri demoni per tornare, infine, a casa: Roma.
Da qui in poi, il film si sviluppa secondo moduli narrativi precisi appartenenti al genere e con qualche leziosità di troppo, ma sarebbe fin troppo facile fare critiche di questo tipo a un progetto produttivo che mira (riuscendoci) a essere altro. Anzi, da un certo punto di vista, La città proibita racconta molto di più dell’italiano medio fascista – il personaggio di un Marco Giallini sopra le righe è perfettamente funzionale – di certo cinema che vorrebbe ergersi in modo cattedratico nel raccontare la deriva politica del nostro Paese. A suo modo La città proibita è anche un film politico oltre che spettacolare: chapeau. O, per meglio dire: me cojoni!
Voto: 7
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