Odissea – nell’Ade della conoscenza│Recensione
Data di pubblicazione: 16/07/2026
“Prometeo rubò il fuoco agli dèi e lo donò agli uomini. Per questo fu incatenato a una roccia e torturato per l’eternità”. La citazione proviene direttamente da Oppenheimer e introduce uno dei temi cardine che attraversano l’intera filmografia di Christopher Nolan: la responsabilità morale insita nell’atto della creazione. Odissea, kolossal da 250 milioni di dollari di budget, appare dunque come il naturale proseguimento del film del 2023, dato che ne raccoglie i temi e ne amplifica a dismisura la portata immaginifica adattando il poema di Omero attraverso un discorso autoriale preciso, in grado di riflettere sul cinema come spettacolo illusionistico capace di cambiare costantemente la percezione della realtà, un pendolo tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane fuori campo.
Il peso morale di aver aperto le mura di Troia e, di conseguenza, la fine dell’Epoca del Bronzo schiaccia la coscienza di Odisseo, reo di aver sorvolato sul volere degli dei per raggiungere la vittoria di una guerra nata per egoismo e proseguita per sfinimento. Ecco che dunque Odissea è lontano da qualsiasi modello statunitense del viaggio dell’eroe, perché Odisseo non lascia Troia per trasformarsi, né il poema omerico costruiscono una progressione morale definita e definitiva. Il viaggio è più un attraversamento forzato, un’esperienza di sopravvivenza all’interno di una civiltà che sta per tramontare e che non obbedisce più alla legge di Zeus riguardo l’ospitalità. Il vagare di Odisseo in un mondo sconosciuto è quindi un peregrinare fatto di incertezze che Nolan mette in scena facendo sentire il peso produttivo alla base del film, attraverso varie sequenze che ne fanno un cinema plastico quasi appartenente a un’altra epoca, a un altro modo di pensare per immagini.
Basta vedere come Nolan getta Odisseo nella radicale incertezza del mare, che da paesaggio contemplativo si trasforma in uno spazio liminale, capace di generare mostri, inghiottire imbarcazioni e sconvolgere con le sue tempeste l’orizzontalità del cielo. Un viaggio dunque che pare uscito anche dalla penna di Conrad, che fa della geografia degli spazi un tragitto ignoto verso un percorso che travalica il confine tra vivi e morti, tra memoria e oblio fino a raggiungere un limbo suadente in cui gli echi della voce ammaliante della ninfa Calipso suggeriscono che dimenticare è la via più facile per sopravvivere. Dimenticare, dunque, per sottrarsi al dolore e regredire a una condizione pre-culturale (gli animali della maga Circe) con la perdita della memoria e dunque del nome, dell’identità, della possibilità stessa del racconto a fare da padroni. Il senso perciò del nostos, del ritorno, non appartiene esclusivamente a Itaca, alla terra d’origine, ma a una cultura ormai perduta, schiacciata dal peso dell’ambizione (la guerra voluta da Agamennone) che Odisseo ha contribuito a creare.
La catabasi nell’Ade perciò non è solo una variazione sul rischio dello smarrimento, ma il momento centrale in cui Odisseo prende finalmente coscienza che il sapere autentico si scontra con la morte, un po’ come se fosse la sequenza specchio della conferenza tenuta da Oppenheimer dopo il lancio della bomba atomica. Se il film del 2023 rifletteva sulla creazione come gesto irreversibile, L’Odissea trasforma quel gesto in movimento interrogando il senso stesso del racconto.
Qual è l’importanza di tramandare per anni una storia?

Un racconto – la stessa Odissea – che è una macchina narrativa composta da elissi, omissioni, che appartengono al mito e alla grammatica del cinema di Nolan. Il suo senso, dunque, oggi può esserci solo se non viene proposta un’opera calligrafica ma un testo in grado di dialogare con il presente riconoscendo nell’Odissea il racconto fondativo di ogni immagine che tenta di orientarsi nel caos del reale.
Come il fuoco di Prometeo, anche il cinema produce conoscenza solo accettando il rischio dell’ambiguità, come il mare attraversato da Odisseo nel finale (che richiama la fine del mito de Il cavaliere Oscuro della trilogia nolaniana) che mette costantemente in crisi lo sguardo e il sapere dell’uomo, in grado altrimenti di produrre solo fuoco e distruzione, come Il cavallo di Troia, la bomba atomica, l’idea di essere uomini superiori, distruttori di mondi.
Voto: 8
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