The Mandalorian and Grogu – La frontiera galattica | Recensione

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Data di pubblicazione: 14/06/2026

I fenomeni di massa contemporanei implicano un lessico specifico che ne disegni i contorni, ma soprattutto ne sottolineino l’urgenza. Gli intrecci tra opere differenti e la fluidità tra serialità e cinema si sovrappongono a ciò che gli spettatori percepiscono come intrattenimento. La paura dello spoiler e la cultura dell’hype  anticipano l’uscita stessa di un prodotto audiovisivo e, a sua volta, la visione si espande e ingloba teorie e speculazioni. Discutere di un film o di una serie popolare è parte integrante dell’esperienza di fruizione.

Quando nel 2019 è stata trasmessa la prima stagione di The Mandalorian, con la splendida colonna sonora di Ludwig Göransson a evocare atmosfere western, un cacciatore di taglie – all’epoca – senza nome e senza volto con la sua mise da ronin spaziale si portava in giro un misterioso cucciolo verde benedetto dal dono della Forza – della stessa misteriosa specie del Maestro Yoda – in giro per le periferie più losche della galassia – territori di frontiera – a riscuotere crediti. Insieme davano la caccia a qualche membro della criminalità organizzata o, ancora più spesso, a ex imperiali.

La natura episodica della serie ha fatto storcere il naso a non pochi spettatori, ma ne era anche la forza – con la f minuscola, stavolta.

 

Din Djarin (Pedro Pascal) e Grogu, ispirati ai protagonisti del manga Lone wolf and cube, trascinavano lo spettatore tra pianeti sconosciuti, tessendo la trama di una galassia brulicante. L’avventura come motore dell’azione, l’esplorazione come tessuto del racconto, il loro legame come perno emotivo.

La terza stagione della serie ha virato verso una struttura più contemporanea; le vicende del mandaloriano e del cucciolo verde si sono intrecciate al passato e al passato di Mandalore e al futuro della Nuova Repubblica. Questo adattamento alle esigenze di mercato ha sfibrato la spontaneità di The Mandalorian.

The Mandalorian and Grogu, diretto da Jon Favreau, rappresenta un ritorno genuino alla natura esplorativa ed episodica delle prime due stagioni della serie televisiva, tra creature non umane, ecosistemi differenti e comunità ai margini – di nuovo: territori di frontiera – signori del crimine e star locali, città sovrappopolate e natura incontaminata, ugualmente pericolose.

 

The Mandalorian and Grogu è un film prevedibile: Din Djarin distribuisce un sacco di mazzate, Grogu continua a essere una delle creature più tenera che sia apparse sul grande e piccolo schermo negli ultimi vent’anni.
Non mancano gli inseguimenti, gli stormtrooper con la mira sbilenca, i salti nell’iperspazio e l’iconica famiglia Hutt, tantomeno un’estetica retrò e un’attitudine autoironica, spesso assente negli ultimi prodotti della saga di Star Wars.

Spesso, oggi, “prevedibile” viene spesso usato come sinonimo di “irrilevante”. In questo cortocircuito rischiamo di perdere il senso stesso del piacere dell’intrattenimento, come se ogni storia dovesse necessariamente espandere un universo condiviso o alimentare teorie e speculazioni.

A volte basta seguire due personaggi, avventurarci insieme a loro e conoscere le storie di una galassia lontana lontana.

Voto: 6.5

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