Possible Love – Non desiderare la luna altrui│Recensione

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Data di pubblicazione: 07/09/2026

È possibile l’amore tra due persone appartenenti a classi sociali profondamente diverse? Ed è possibile desiderare la miseria altrui come immagine, fino a volerla catturare in un documentario?

Otto anni dopo Burning, Lee Chang-dong torna a interrogare il classismo atavico che attraversa un determinato sguardo sul mondo, quello di chi non deve chiedere mai, perché abituato a possedere l’altro attraverso la violenza psicologica e carnale. La distanza tra due classi sociali non è soltanto economica, ma riguarda soprattutto il diritto di guardare, interpretare e raccontare l’altro.

 

La storia di due famiglie, una proletaria e l’altra appartenente all’alta borghesia, diventa allora il punto di partenza ideale per interrogare il comandamento “Non desiderare le cose altrui”, a cui Possible Love si ispira liberamente attraverso la rilettura offertane da Krzysztof Kieślowski nel suo Decalogo. Le loro vite si incontrano quando la famiglia borghese decide di raccontare in un documentario le conseguenze di uno sciopero e della violenta repressione subita dagli operai dell’azienda in cui lavora il padre dell’altra famiglia. Ma proprio questo incontro, apparentemente fondato sulla volontà di denunciare un’ingiustizia, finisce per rivelare l’ambiguità di uno sguardo che trasforma la sofferenza altrui in racconto.

È dunque il desiderio a tracciare le coordinate degli sguardi e delle azioni dei protagonisti: il desiderio di una condizione sociale migliore, di un amore sincero, di una vacanza al mare.  Eppure, Lee Chang-dong sembra suggerire che il desiderio è destinato a rimanere tale. La volontà di catturare la miseria in un documentario assume così un significato ambiguo: può nascere dal desiderio di avvicinarsi a una realtà estranea, ma anche dalla tentazione di trasformarla in immagine, ricavando dalla sofferenza altrui quell’autenticità che il privilegio non sembra più in grado di offrire.

Come scrisse anni fa Pier Maria Bocchi a proposito del regista sudcoreano, anche in Possible Love Lee Chang-dong sembra «rielaborare in chiave psicologico-intimista la spietatezza esibita di certo Park Chan-wook». Non è casuale, allora, che una sequenza del film dialoghi a distanza con No Other Choice: una seduta di psicoterapia di gruppo in cui elaborare il trauma della perdita del lavoro. Ma se Park spinge le proprie scelte stilistiche verso un parossismo estetico che esteriorizza il conflitto sociale, Lee esercita ancora una volta un controllo formale spietato, lasciando che quella stessa violenza si depositi nei rapporti, nei silenzi e nei corpi. I personaggi rimangono così inchiodati al peso della propria storia, senza alcuna possibilità di evadere dal quadro — cinematografico e sociale — al quale appartengono.

 

A tenere fede al discorso sociale che Lee Chang-dong porta avanti da sempre è soprattutto l’immobilità di un sistema di classe che non ammette sconfinamenti: per attraversarne i confini non resta che interpretare, come suggerisce uno dei protagonisti, il ruolo che gli altri si aspettano da noi. Rimane la “sospensione” di una via di fuga, pensieri che non sono altro che proiezioni di una vita alternativa che il presente permette soltanto di immaginare. Anche il racconto oscilla così tra ipotesi e realtà, rifiutandosi di sciogliere completamente le proprie ambiguità e affidando alcune sequenze a una forma di realismo magico.

E così in uno dei finali più struggenti degli ultimi anni, ma di quel sentimento che non ha bisogno di essere volgarmente esibito, lo sguardo si leva verso l’alto. Cerca nella luna la promessa che tutto passerà, ma vi trova soprattutto il riflesso di un’interiorità rimasta fino a quel momento inesprimibile: «Dentro sono come la luna».

Voto: 9

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