The Shrouds – Verrà la morte e avrà il mio corpo│Recensione

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Data di pubblicazione: 23/07/2025

Max, nel finale di Videodrome di David Cronenberg, si spara urlando “Gloria e vita alla nuova carne!”. Il suicidio del protagonista rispondeva alla necessità di dare forma a un corpo in grado di convivere con una realtà dominata dagli schermi televisivi. D’altronde, in Videodrome, il professore O’Blivion sentenziava:

“La televisione è realtà, e la realtà è meno della televisione”.


Quarant’anni dopo, però, il nostro rapporto con le immagini è radicalmente cambiato. Ora, non siamo più soggetti passivi di un blob domestico ma abbiamo il potere di creare e controllare realtà online. Nuove identità, nuovi corpi e, perciò, nuovi desideri. La carne intesa in senso cristologico come testimonianza di una visione percettiva – se posso toccarti significa che esisti – non è più abbastanza. Nel mondo di The Shrouds, anche i corpi appartenenti alla terra sono digitalizzati con lo scopo di possederli. Grazie a una tecnologia chiamata Grave-Tech, Karsh (Vincent Cassel) ha ideato un cimitero dove le persone, tramite un’app, possono vedere il corpo sepolto di un proprio caro avvolto in uno speciale sudario.

C’è la capacità, dunque, di penetrare in una realtà nuova, di scannerizzare un universo che, sempre più, assomiglia al suo simulacro riproducibile. Tutto questo nasce da un pensiero, o meglio, dalla visione ricorrente della moglie defunta Rebecca (Diane Kruger) – ogni riferimento hitchcockiano è lecito – che ritorna come un fantasma a tormentare il marito. E non è di certo un caso che Karsh, dopo la scomparsa della moglie, non abbia più avuto rapporti sessuali fisici e che cerchi tramite la penetrazione – appunto – del corpo digitalizzato di Rebecca una sorta di bilanciamento amoroso.

Karsh necessita di quelle immagini digitali post mortem perché è schiacciato da una scopofilia che non si accontenta della morte, ma ha il bisogno di andare oltre. Il protagonista, dunque, quelle immagini le crea, le inventa, le sogna. Forse, allora, The Shrouds non è altro che un lungo incubo di Karsh che, non a caso, nella sequenza iniziale sta sognando il corpo della moglie.

L’urlo di Karsh in sogno

 

È lacerante come David Cronenberg lavori sul lutto e sul desiderio di combattere il senso di perdita tramite la creazione di immagini sempre nuove, che possono perciò portare a un appagamento visivo. Ma che cosa fare se quelle immagini si rivelano false? Se la tecnologia è corrotta dall’intervento umano, volto a modificare la nostra percezione della realtà? In un mondo dove ogni cosa può essere creata, a provocare l’eccitazione non è più il corpo – come avveniva anche in Crash (Krash) – ma la costruzione verbale di supposizioni sul reale: il richiamo è al monito di Crimes of the future “It’s time to stop seeing (…) It’s time to listen/È il momento di smettere di vedere (…) È il momento di ascoltare”. Ne esce dunque un film che è un crocevia di punti di vista, visioni e complottismi volti a modellare, a seconda della propria sensibilità, la realtà che ci circonda.

C’è sempre un altro punto di vista sulle cose, un’ambiguità, un’immagine doppia (Rebecca ha una sorella gemella/Inseparabili) in grado di aprire porte verso l’ignoto. Proprio per questo The Shrouds è il film che si avvicina di più a Videodrome in quanto mette in discussione la certezza ontologica di verità delle immagini, facendo perdere le coordinate della narrazione minando il rapporto fiduciario che lo spettatore crede di avere con il regista. Di conseguenza The Shrouds è uno dei più grandi film contemporanei usciti negli ultimi anni, perché è in grado di riflettere le ansie di una carne figlia di una sintassi binaria di cui ci cibiamo continuamente.

Se in Videodrome, dunque, lo statuto riguardava la messa in discussione delle immagini televisive, in The Shrouds a venir meno è la capacità di decifrare gli avatar online, gli “Alexa” che rispondono ai nostri bisogni perché non siamo a conoscenza di chi c’è dall’altra parte: l’altro sé, il doppio.

Non resta, perciò, che lasciarsi abbandonare da questo vortice di stimolazione visiva continua con la certezza, unica, che arriverà la morte e avrà il nostro corpo. Reale o meno.

Voto: 9

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